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Manifesto per la terra

Non solo pratiche. Ecco un libro che apre a una nuova spiritualità e a un nuovo umanesimo che abbia a cuore il pianeta. E che si sposi con una sana ecologia.
Claudio Giambelli

In questo suo libro, Pierre Rabbi (Manifesto per la terra e per l’uomo, Add ed., 2012), contadino francese di origine algerina, trasmette tutta la sua passione per la terra, e tutta la sua storia di impegno sociale e spirituale per coinvolgere l’umanità, nelle buone pratiche del rispetto della natura.
Non è un libro comune, nel senso che va oltre l’indicazione tecnicistica di comportamenti o pratiche virtuose dal punto di vista ecologico. È un libro che apre a un nuovo umanesimo e a una nuova spiritualità. Pierre si addentra in questa tematica a cerchi concentrici, ritornando più volte sugli stessi concetti, ma da punti di vista differenti e con una didattica che afferra l’attenzione e sprona al pensiero critico e “all’insurrezione e all’unione delle coscienze”. Un effetto, che ha questa lettura, è quella di suggestionare la voglia di mettersi a coltivare, di diventare un contadino o perlomeno di osservare e curare con una nuova attenzione le piante del proprio balcone o giardino, anche quelle spontanee, segno di biodiversità. Il produttivismo in agricoltura e le monoculture intensive ed estensive sono presentate come un segno di una alterazione mentale dell’umanità che ha perso il contatto vitale con la terra che la sostiene.
L’influenza di una cultura dell’abbondanza infinita, in un pianeta dalle risorse finite, si accoppia con “l’ossessione per il risultato economico”, ad es. attraverso la commercializzazione di proteine ricche, quelle animali, trascurando che, per ottenere una singola proteina animale, è necessaria la trasformazione di dieci-dodici proteine vegetali: “Per ottenere un chilo di carne bisogna dare a un manzo dieci chili di cereali.” O, detta con altri parametri: “l’agricoltura moderna necessita della combustione di dodici calorie di petrolio per produrre una caloria alimentare”. Oppure si arriva ai paradossi descritti da un fatto realmente accaduto: “Negli anni Ottanta un camion di pomodori ha lasciato l’Olanda per rifornire la Spagna. Nel frattempo, un altro camion di pomodori partiva dalla Spagna per rifornire l’Olanda. I due camion hanno finito per scontrarsi su una strada francese!” Oppure, altri dati sconcertanti: “La coltivazione del mais, ad esempio, impoverisce il terreno, necessita di molti additivi – in particolare di pesticidi – e per completare il quadro, ha bisogno di circa quattrocento litri d’acqua per produrre un chilo di cereali (il che a rigor di logica, significa quattromila litri d’acqua per un chilo di carne)”.
Ecco, dopo questo quadro sconfortante, appare come se l’umanità abbia perso l’istinto di sopravvivenza, quello che spontaneamente suggerisce un principio naturale di precauzione e indirizza verso comportamenti vitali e non mortiferi. In realtà l’istinto di sopravvivenza c’è sempre, ma è come se si fosse spostato di livello: da un livello di rapporto esistenziale con l’ambiente naturale a un livello di rapporto esistenziale con una società che non riconosce più la dipendenza dalla natura. Siamo immersi in un altro mondo esistenziale non di tipo naturale, ma sociale, dove sembra che tutti gli altri stiano progredendo in avanti, migliorando le loro posizioni e se io non riesco a stare al passo, letteralmente soccombo, come soccombeva l’umanità di fronte alle forze naturali.
E adesso che, con il cambio climatico, il “pericolo” delle forze naturali sta riemergendo – lentamente – nella nostra consapevolezza, ci troviamo culturalmente completamente spiazzati.
Pierre comprende bene la situazione quando dice che “L’ecologia deve diventare uno stato di coscienza e non una disciplina che necessiti di decisioni, aggiustamenti, leggi restrittive o repressive” e anche poi: “Prendere coscienza dell’incoscienza sarà d’ora in avanti il passo decisivo, se vogliamo un avvenire per noi, per le generazioni future e per le innumerevoli creature vittime della nostra convivenza invadente, estremista e violenta. Un umanesimo universale non è concepibile senza una riforma profonda del nostro modo di pensare e comportarci”.

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