TERRITORI OCCUPATI

Il coraggio della nonviolenza

La resistenza popolare palestinese a sud di Hebron. Senza armi, senza violenza, interi villaggi resistono all’occupazione israeliana.
Marisa Cioce

Nel mese di maggio, due rappresentanti dei Comitati Popolari delle colline a sud di Hebron sono stati in Italia: Mahmoud Hamanda (pastore) e Sawsan Hamanda (studentessa). Sono del villaggio di Al Mufaqqarah che subisce ogni giorno demolizioni ed evacuazioni come altri tredici villaggi della zona. Mahmoud e Sawsan sono stati invitati in Italia sia nell’ambito della Campagna per il sostegno ai Comitati popolari per la resistenza nonviolenta palestinese (promossa da AssoPacePalestina) che nell’ambito del progetto di “Monitoraggio dei diritti umani nella Valle del Giordano”, promosso da Nova (Centro di innovazione sociale), Rete Eco e la Chiesa evangelica Valdese, con la collaborazione di YWCA UCDG (il progetto è sostenuto da un finanziamento Otto per Mille della Chiesa Valdese). Durante la loro tappa biscegliese, organizzata dall’Associazione ETNIE e Assopace Palestina, abbiamo incontrato i due palestinesi e abbiamo ascoltato la loro storia.

Nella Cisgiordania occupata, tra le colline a sud di Hebron, 12 villaggi rurali resistono a un tentativo di evacuazione che prosegue da 15 anni. Hanno scelto la resistenza nonviolenta contro le forze di occupazione Sawsan e Mahmoud Hamamda, contadini di Al Mufaqarah, parlano della loro terra a cui sono “attaccati come le radici degli ulivi”, terra posta nella Firing Zone 918’: una storia lunga 40 anni.
La condizione in cui si trovano a vivere le comunità dei villaggi dislocati tra le colline a sud di Hebron è il risultato di oltre 40 anni di politiche militari israeliane, mirate ad assumere il controllo di una zona considerata ‘strategica’, soprattutto per la sua prossimità con la Green Line. Un’espansione consumata al ritmo costante degli ordini militari, in un destino analogo a quello che ha investito, negli anni, la rigogliosa Valle del Giordano, polmone verde della Palestina storica, oggi completamente occupata da colonie agricole che ne sfruttano, a uso esclusivo, le ricche risorse idriche e agricole. Già dagli anni Settanta, Masafer Yatta viene dichiarata “zona militare chiusa”, ma la sua storia inizia 14 anni fa.
È il 1999 quando vengono avviate le demolizioni forzate e partono i primi ordini di evacuazione, emessi dai tribunali israeliani su disposizione dell’Israeli Land Administration (ILA) e del ministero della Difesa, che considera quell’area ‘d’interesse strategico vitale’ per le esercitazioni militari ordinarie e straordinarie, come quelle intraprese in seguito alla disfatta in Libano.
Gli abitanti vengono trasferiti oltre la bypass road 317, una delle tante strade a uso esclusivo dei coloni, costruita per collegare gli insediamenti illegali e contemporaneamente tagliare ogni contatto diretto tra i villaggi in cui risiedono le comunità palestinesi.
In seguito, alla strada si aggiungerà anche un tratto di Muro, in un’operazione che, di fatto, isola tutta l’area dal resto della Cisgiordania.
Mentre i villaggi vengono evacuati e le umili strutture abitative demolite, intorno ad Al Mufaqarah crescono, rapidamente, gli insediamenti israeliani di Ma’on, Susyia, Karmel e Mezadot Yehuda, forniti delle più moderne infrastrutture, e abitati da coloni particolarmente aggressivi.
Tra ottobre e novembre 1999 vengono confiscate le terre e le proprietà di circa 1000 persone, e le ruspe ricoprono i pozzi d’acqua e gli ingressi delle grotte di chi una casa non l’aveva neanche allora.
Il messaggio è chiaro: quelle terre servono allo Stato di Israele per ‘tenere in forma’ le forze armate, nonostante la comunità palestinese le abiti da sempre, come dimostrano i documenti di proprietà divenuti carta straccia.
Le comunità non restano a guardare: numerosi ricorsi vengono presentati alla Corte suprema israeliana, che alla fine dà loro ragione. Ma solo in parte. Nei primi mesi del 2000, infatti, una sentenza stabilisce che, mentre i ricorsi vengono esaminati, gli abitanti possano tornare temporaneamente alle proprie terre, senza tuttavia poter costruire alcun tipo di infrastruttura di tipo “permanente”.
Cinque anni dopo il processo di arbitrato si conclude senza un accordo. La comunità palestinese, nel frattempo, si è organizzata: le case vengono ricostruite, si sceglie la resistenza nonviolenta.
Nasce il Comitato Popolare delle Colline a sud di Hebron, che, con la collaborazione di israeliani e volontari internazionali, avvia la costruzione di alcune abitazioni e di una moschea, utilizzata anche come scuola per i bambini.
Ma i bulldozer dell’esercito non si fermano, e nel novembre del 2011 tornano a distruggere. In quell’occasione anche la famiglia Hamamda è in prima linea: Sawsan, insieme a un’altra giovane, è arrestata, e sarà rilasciata solo dietro il pagamento di una cauzione punitiva.
Uno degli esempi più significativi della lotta del villaggio è il “Mufaqarah Project”, lanciato nella primavera dello scorso anno: una Campagna che ha l’obiettivo di costruire 15 abitazioni permanenti per la comunità, consentendole di vivere in dignità sulla sua terra. Ogni sabato, nonostante gli ‘stop working orders’, gli abitanti dei villaggi si riuniscono per edificare insieme ciò che le autorità occupanti intendono distruggere.
Una lotta che sembra senza fine. Nel luglio del 2012 l’allora ministro della Difesa, Ehud Barak, ha informato la Corte Suprema che il governo ha preso una “decisione irrevocabile”: 8 dei 12 villaggi dell’area dovranno essere demoliti nel giro dei prossimi anni.
Nonostante Al Mufaqarah non figuri tra questi, il 4 dicembre scorso i militari sono tornati e hanno demolito, ancora una volta, la piccola moschea, divenuta nel frattempo il simbolo non solo della resistenza nonviolenta palestinese, ma anche della solidarietà internazionale per la difesa delle comunità locali. 

Voci di donna
“Sono venuta qui per raccontarvi la mia storia: so cosa scrivono i giornali e quale sia la forza della propaganda israeliana, per questo volevo farlo. Appena arrivata in Italia mi sono meravigliata: dov’è l’esercito? Dove sono i check point?”.
Sawsan Hamamda è una giovanissima donna palestinese, con un velo poggiato sul capo che sembra quasi più grande di lei. Vive in una grotta insieme al padre Mahmoud, pastore che dedica la propria vita alle pecore, e gli altri 12 membri della sua numerosa famiglia.
Niente elettricità, niente acqua corrente, 6 chilometri da percorrere a piedi ogni mattina, tra gli insediamenti coloniali, per raggiungere la facoltà di Sociologia alla quale è iscritta, unica ragazza beduina tra colleghe di città.
Sembra una bambina Sawsan, eppure non ha mai avuto paura di affrontare i soldati. Di protestare, urlare, far sentire la sua voce per difendere la terra della comunità cui appartiene.
Come due anni fa, quando è stata arrestata solo per aver affrontato i militari, davanti al giudice della Corte militare, in Tribunale, si è alzata in piedi. “Non ho fatto niente. Ho solo cercato di proteggere la mia casa”, ha gridato.
La vita di Sawsan e della comunità palestinese, ad Al Mufaqarah, è questa.
Una quotidianità umile e legata alla pastorizia, che sarebbe scandita dai tempi lenti dell’agricoltura e del bestiame da accudire, se non fosse per quell’ordine di evacuazione sempre pendente sulla sua terra, così come su quella degli altri 11 villaggi che compongono l’area di Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. 
Una zona bellissima e rurale che ha la sfortuna – tra le altre – di confinare con la Green Line, e sulla quale l’amministrazione civile israeliana non ha esitato ad imporre lo status di ‘area militare’ adibita alle esercitazioni.
È la “Firing zone 918”, secondo la spartizione degli Accordi di Oslo in area C – quindi sottoposta a controllo militare e civile israeliano – nella quale ai suoi abitanti è vietato costruire qualsiasi ‘struttura permanente’: che sia una casa, una moschea, una scuola. O un pozzo per la raccolta dell’acqua, necessario alla sopravvivenza.

Le ruspe
Quando arrivano le ruspe dell’esercito di occupazione, è da lì che partono. Perché “quando distruggi un pozzo, distruggi la vita di tutto il villaggio”, racconta Mahmoud, che, con il suo turbante bianco e la pelle consumata dal sole, cerca di spiegare a chi lo ascolta cosa voglia dire vivere in una grotta senza elettricità, in un’area circondata da coloni che attaccano continuamente. Terrorizzando, intimorendo, avvelenando i campi e il bestiame.
Negli ultimi anni Mahmoud ha perso 100 pecore in questo modo, e la parola che usa di più per raccontare la sua vita è “Sumud”, il termine arabo che indica la ‘fermezza’, quella capacità palestinese di resistere contro l’oppressione restando attaccati alla terra come le radici degli alberi di ulivo.
Quella resistenza che qui, fra le colline, ha il volto delle donne: madri, nonne, figlie che sono le prime a uscire dalle grotte e fronteggiare i militari quando arrivano, e che hanno dato vita a una cooperativa artigianale per contribuire alla sussistenza della comunità.

Ultimo numero

Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
Mosaico di paceMosaico di paceMosaico di pace

articoli correlati

    Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.6.26