Guerre in onda

I conflitti e l’informazione: quale rappresentazione mediatica delle principali guerre? Quali spazi alle guerre note e ai conflitti dimenticati?
Walter Nanni

Per la quarta edizione consecutiva, il Rapporto “Mercati di guerra” ha affidato alla società Canale Tre il compito di effettuare una rilevazione a tappeto sull’intera programmazione radio-televisiva trasmessa dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2011, in riferimento a cinque conflitti caso studio: Afghanistan e Libia (definibili nei termini di guerre “note”), Colombia, Filippine e Somalia (considerati invece come “conflitti dimenticati”). Il monitoraggio effettuato si riferisce a tutti i programmi di informazione trasmessi dalle principali emittenti nazionali radiotelevisive.

Gap informativo
Il monitoraggio ha riguardato 1461 giorni per ciascun conflitto. Sono stati rilevati in totale 15.815 servizi per la Libia, 12.927 per l’Afghanistan, 2.169 per la Somalia, 1.035 servizi per la Colombia, 738 per le Filippine.
Le due guerre note (Libia e Afghanistan) riscuotono in modo associato l’87,9% di tutti i programmi rilevati nel corso del monitoraggio. Le percentuali di rilevanza non cambiano a seconda del veicolo emittente: le guerre note pesano per l’87,2% nell’ambito della radio e per l’88,2% nella televisione.
Il confronto inter-mediatico non produce differenze significative: la graduatoria interna ai tre conflitti dimenticati resta, infatti, sostanzialmente simile, sia nella radio che nella televisione, con una lieve preferenza della radio verso i conflitti dimenticati (12,8%) rispetto a quanto accade nella televisione (11,8%).
L’esame dei dati raccolti nel corso dei 12 anni di monitoraggio dimostra la persistenza di un gap informativo a scapito dei conflitti dimenticati. Tuttavia, l’entità di tale gap non è rimasto stabile: il livello più basso di incidenza dei conflitti dimenticati è stato registrato in coincidenza della seconda rilevazione (2002-2003), allorquando le “guerre dimenticate” fecero registrare un valore di incidenza relativa molto basso, pari al 2,1% del totale delle news trasmesse.
Anche in questo quarto Rapporto, c’è stato un sondaggio su un campione di popolazione italiana per indagare il livello di conoscenza e informazione sui conflitti.
Rispetto alle precedenti edizioni del sondaggio aumenta la conoscenza dei conflitti: solo il 12% degli italiani non è in grado di indicare nessun conflitto armato degli ultimi cinque anni (erano il 20% nel 2008). I meno informati sono gli anziani (14,5%). Prevalgono nel ricordo collettivo degli italiani i teatri di guerra che hanno coinvolto i Paesi occidentali: Afghanistan e Iraq (46 e 37%), i nuovi conflitti della Primavera araba (Libia 37%, Siria 10%).
Cresce la percentuale di coloro che considerano la guerra un “elemento evitabile” (79%). Resta comunque costante la presenza di una parte degli intervistati (1 su 5) che considera inevitabili le guerre, in quanto legate all’essenza della natura umana.
Secondo gli italiani, le cause dei conflitti sono soprattutto gli interessi economico-finanziari (64%), seguiti dai dissidi religiosi (40%) e dalle situazioni politiche (37%). Diminuisce la percezione della dimensione etnica come fattore scatenante le guerre. La paura della recessione e del conflitto sociale alimenta i timori degli italiani: l’82% degli intervistati considera l’Italia un Paese a rischio, in cui si potrebbero scatenare lo stesso tipo di proteste e i fenomeni di violenza di massa registrati in alcuni Paesi arabi.
Il 50% degli italiani apprende dalla televisione le notizie sulle guerre nel mondo. La radio è indicata come principale fonte informativa sui conflitti solamente dal 29% degli italiani, preceduta dai quotidiani (67%), e addirittura dalla stampa periodica (33%). Rispetto al primo sondaggio (2001), è fortissimo l’aumento di internet, principale fonte informativa per il 15% degli italiani.
Il 67% degli italiani ritiene che la gestione delle crisi internazionali non possa prescindere da una politica condivisa a livello internazionale e il 71% è a favore di un rafforzamento dell’Onu (80% nel 2004).
Infine, il 13% degli italiani è a favore dell’intervento militare nei contesti di crisi, mentre il 10% propende verso un approccio umanitario, finalizzato alla fornitura di aiuti concreti alle vittime ed ai rifugiati. Aumentano gli sfiduciati: il 7% degli italiani ritiene giusto non intervenire e lasciare che le crisi si risolvano localmente risparmiando soldi e tempo (erano il 2% nel 2001).

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