Tra difesa e sicurezza

Alla base delle guerre di oggi vi è una concezione interventista che legittima e giustifica l’uso della forza. Tutto ciò che si cela dietro l’alibi della sicurezza.
Francesco Stazzari (Professore associato Scuola Superiore Sant’Anna)

L’inizio del secondo decennio del nuovo secolo può essere letto come caratterizzato dal rinforzarsi di due tendenze, o meglio, di due “movimenti”. Da una parte continua senza interruzione l’attivismo internazionale verso il peace-building e la promozione della democrazia e il mercato libero, che rimangono l’unico modello di riferimento ufficialmente adottato, per esempio, nella costruzione di nuovi Stati o nei dopoguerra assistiti dalla comunità internazionale. Dall’altra, si osserva il crescente affanno della democrazia rappresentativa nel misurarsi con il “voto dei mercati” nell’era dell’economia finanziarizzata, il ritorno a pratiche protezioniste e di manipolazione del celebrato libero gioco economico in nome dell’interesse nazionale, e l’affermarsi di dinamiche di crescente “sicurizzazione” cui hanno contribuito fondamentalmente le misure adottate su larga scala nel contesto della “lotta globale contro il terrorismo”.

In nome della sicurezza
L’insieme di queste tendenze sembra consistere nel rafforzamento a tutti i livelli dei poteri esecutivi, con modalità che perlopiù oscillano fra soluzioni populiste e soluzioni tecnocratiche. In particolare, il passaggio all’uso del termine sicurezza come vera e propria parola magica che si estende a tutto (sicurezza alimentare, energetica, ambientale, dei trasporti, delle infrastrutture, ecc.), in parallelo con l’onnipresente richiesta di adottare strategie non più meramente reattive ma proactive, è coinciso con il graduale affermarsi di una logica che legittima e allinea l’uso della forza e di misure coercitive, prima ancora che con il diritto penale, con l’imperativo di anticipare i rischi e “neutralizzarli” prima che essi si traducano in minaccia effettiva e in corso.
L’azione di polizia e la giustizia penale tendono così a diventare modalità di gestione del pericolo prima che strumenti di sanzione di un crimine commesso. La sicurezza, in questo contesto, viene a essere letta in termini prevalentemente militari, ovvero di identificazione del nemico (attraverso forme di sorveglianza capillare computer-assisted), l’acquisizione di obiettivi, e la loro distruzione.
Nelle società occidentali si è assistito alla progressiva evaporazione del confine fra sicurezza domestica e internazionale. Concetti come interoperabilità e sistemi integrati portano sicurezza e difesa a convergere attorno all’azione congiunta, al di qua e al di là dei confini, di polizie, militari e intelligence. In pratica, si può osservare come la sorveglianza di meccanismi finanziari, flussi di persone, spazi pubblici, social network, venga rappresentata come centrale per la riorganizzazione “in sicurezza” delle società tardo-moderne. Questa riorganizzazione, giustificata il più delle volte da istanze di sicurezza nazionale, avviene per mezzo della partecipazione massiccia di corporations private nello strutturarsi di vere e proprie home security industries, con un giro d’affari globale stimato, per il triennio 2010-12, attorno ai 2,7 bilioni di dollari.
Ovviamente un mondo guidato da concetti di inter-agency cooperation e rapid reaction, la cui trazione è affidata al potere esecutivo degli Stati e sottomessa a criteri di segretezza, fatica a riconciliarsi con la dottrina liberale della separazione dei poteri, con il controllo giudiziario, con il controllo democratico-parlamentare e con la trasparenza del dibattito nella sfera pubblica. Non sorprende che, in un mondo di black-lists, smart borders e “detenzioni di sicurezza”, a soffrire siano, in ultima analisi, le libertà civili e politiche fondamentali, che sono il nerbo della liberal-democrazia. Fin dove esse sono comprimibili senza che venga intaccato il sistema immunitario dell’ordinamento liberal-democratico che si intende difendere? Fin dove gli “spazi oscuri” e le “zone grigie” del diritto sono di fatto delegabili ad alleati che, per dirla con un eufemismo, vanno meno per il sottile non avendo un’opinione pubblica sensibile a evidenti violazioni dei medesimi diritti fondamentali che l’Occidente va seminando e predicando? Il pianeta sta dunque avviandosi ad essere un mondo di red zones e green zones?

Campo di battaglia
Che cosa ci dicono in proposito le mappe della violenza organizzata, ovvero le modalità in cui guerre e conflitti armati plasmano il mondo in cui viviamo? In primo luogo va notato che il numero complessivo di conflitti armati combattuti per anno, che era andato scendendo dopo la fine della Guerra Fredda, è tornato a crescere a partire dal 2006. Occorre tuttavia premettere che un puro esercizio di conteggio ha i suoi limiti: se per guerra si intende uno scontro militarizzato che raggiunge una certa intensità coinvolgendo apparati militari per un certo periodo, è un fatto che la guerra sta evolvendo rapidamente, in parecchi casi oltre la propria riconoscibilità ai nostri occhi.
Le guerre di cui portano notizia i mezzi d’informazione sono, nella grande maggioranza dei casi, conflitti a bassa-media intensità: fenomeni dei quali sono protagonisti truppe irregolari e forze speciali, e rispetto ai quali i dati sono talvolta di difficile reperimento o interpretazione, rispetto a categorie utilizzate per misurare le guerre classiche. La guerra appare come sempre meno definita dal campo di battaglia tradizionalmente inteso, e ha sempre più spesso il volto di veicoli pick-up che si muovono agilmente con mitragliatrice montata su un treppiede nel vano di carico, e attorno miliziani in abiti civili con occhiali Ray-Ban e scarpe di richiamo global più o meno contraffatte. In alcuni casi, essa assume le forme mutevoli di persistenti e pervasive campagne di violenza che vedono protagonisti cartelli criminali e forze militari, generando spirali omicide che sembrano non avere fine, come tristemente testimoniato dal caso delle narcoguerre messicane che, a seconda delle fonti, hanno finora causato dalle 70.000 alle 136.000 vittime.
Le guerre che hanno aperto il nuovo millennio, e in particolare Afghanistan e Iraq, sono state promosse da un apparato interventista, tanto in termini militari quanto concettuali, fortemente condizionato dalla risposta statunitense agli attacchi terroristici subiti per mano di Al Qaeda. Esse hanno causato decine di migliaia di morti, e si sono caratterizzate per il tentativo di imporre un modello normativo esaustivo: nel perseguire tale scopo, tanto nella fase combat quanto in quella di ricostruzione, esse hanno dato fondo alle risorse economiche degli Stati che le hanno promosse, senza che però si sia giunti a definire con chiarezza i termini di cosa si possa considerare un successo sul terreno rispetto ai mezzi impiegati.
Le guerre combattute dalle potenze occidentali mostrano il sostanziale tramonto della concezione eroica che da sempre permea il rapporto fra eserciti e società; a fianco del tentativo di limitare i danni alle popolazioni civili, e alla distanza con la quale i combattenti occidentali tengono ogni idea di martirio, emergono distintamente i tratti della professionalizzazione ed elevati gradi di integrazione tecnologica. Per contro, gli armati occidentali sono fatti bersaglio di imboscate e ordigni improvvisati, e mancano immancabilmente dei numeri per poter controllare effettivamente il territorio in cui si dispiega la loro missione, mentre le truppe locali alleate, reclutate a tale scopo, mostrano sfuggevole determinazione nel contrapporsi al nemico di turno, che tipicamente combatte con notevole ferocia e sacrificio.
Le potenze occidentali godono di un margine di supremazia tecnologica che consente di integrare sistemi di acquisizione di informazioni e attacco, facendo crollare la distinzione fra apparati di difesa e di sicurezza, tradizionalmente divisi in ambito domestico ed esterno. Ad esempio, l’atto di cyber-guerra rappresentato dalla diffusione del virus Stuxnet, che ha colpito le infrastrutture nucleari iraniane, fornisce un esempio di scenari sui quali la guerra va spostandosi.
Altro esempio è dato dalla lotta alla pirateria. La comunità internazionale ha ingaggiato una vera e propria guerra in difesa dei propri interessi economici contro i pirati dei mari, dispiegando un imponente apparato di sicurezza tecnologicamente d’avanguardia, e tuttavia faticando a impedire prese in ostaggio di intere navi cargo. Il fenomeno pirateria non può essere disgiunto dalla pratica dell’overfishing industriale, che sta letteralmente svuotando i mari oltre il punto di non ritorno, e portando al crollo della redditività della pesca a tutti le latitudini.
Infine, non bisogna dimenticare le drone wars statunitensi che sono ormai un dato di rilevanza strategica, per quanto sostanzialmente invisibile e combattute in territori remoti, tanto da aver indotto a parlare di “guerre ombra”. Come spesso accade, la precisione chirurgica della guerra trasformata in esecuzione capitale si rivela illusoria: la gran parte delle vittime da droni sono stati civili bersagliati per errore o deceduti per effetto delle conseguenze di schegge da esplosione.

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