CONFLITTI

E dopo Morsi?

Il colpo di Stato in Egitto e la primavera araba: come leggere gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto il governo e il popolo egiziano?
Adel Jabbar (Sociologo)

L’Egitto ancora protagonista di una lunga primavera araba. Il 3 luglio scorso il presidente Morsi è stato destituito dopo giorni di manifestazioni di massa contro il suo governo. Si è trattato di un golpe o di una ripresa del percorso della rivoluzione del 25 gennaio 2011 come sostengono molti dei suoi oppositori? Credo che questa sia la domanda che si pongono in molti.
Quello che è successo la sera dello scorso 3 luglio in molti aspetti somiglia effettivamente a un golpe e aggiungerei che, in parte, potrebbe anche essere un tentativo di restaurare l’apparato del vecchio regime di Mubarak. A questo proposito, è significativa l’immagine trasmessa dalla televisione egiziana durante il discorso del ministro della Difesa e capo dell’Esercito Abd Al-Fattah Al-Sissi, circondato da generali che, per 30 anni, erano stati conniventi con il regime di Mubarak: l’Imam al-Akbar dell’istituzione religiosa più grande del mondo islamico Al-Azhar; Ahmad Al-Tayyib, esponente del disciolto partito del vecchio regime Hizb Al-Watani (Partito Nazionale), il capo della Chiesa copta che in quanto istituzione durante il periodo di Mubarak non aveva mai manifestato un desiderio di rinnovamento; Muhammed Al-Baradei, ex direttore generale dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’Energia Atomica) e attuale rappresentante del Fronte di Salvezza Nazionale (un raggruppamento eterogeneo privo di un progetto politico, il cui unico obbiettivo è di ostacolare la presa di potere da parte dei fratelli musulmani); il rappresentante salafita del partito Al-Nur (La Luce). Infine, era presente anche un rappresentante del movimento giovanile Tamarrud (Ribellione), nato di recente con il fine di fare cadere il governo dei Fratelli Musulmani.
Nel quadro in cui sono maturati gli ultimi avvenimenti sono presenti forti conflitti di tipo ideologico, politico e di interessi oltre che divisioni rispetto a tematiche come il ruolo della religione e le questioni legate all’enorme povertà diffusa in gran parte della popolazione egiziana. L’operato del partito del presidente destituito Muhammad Morsi Al-Hurriya wa-l-’Adala (La Libertà e La Giustizia), che costituisce il braccio destro della Fratellanza Musulmana, effettivamente non è stato all’altezza dei difficilissimi compiti posti nella delicata fase di transizione; Morsi e i suoi sostenitori sono concentrati su dettagli identitari di islamismo della società e dello Stato, trascurando l’aspetto fondamentale dell’azione politica ovvero quello del consenso più ampio possibile, che rappresentava nella fase dell’elaborazione della costituzione una condicio sine qua non. L’esclusione di fatto di sensibilità politiche, ideologiche, sociali e culturali dall’elaborazione della costituzione si è riprodotta anche nella formazione del governo, un governo di cosiddetti tecnocrati anziché di unità nazionale.
Un ulteriore fattore negativo è quello di non avere dato alla popolazione alcun segnale tangibile rispetto al miglioramento delle condizioni di vita. Tanto meno sono stati offerti segnali credibili al fine di ripristinare lo storico ruolo dell’Egitto come Paese guida nella politica araba internazionale.
A questo punto ci chiediamo quale potrebbe essere lo scenario futuro del Paese, se dovessero essere estromessi dall’arena politica i Fratelli Musulmani che, comunque, continuano ad avere un forte radicamento nella società egiziana e se le forze dell’opposizione rimarranno divise e frammentate, prive di un programma politico comune.
Il rischio, a mio parere, è che si perpetui la funzione di controllo dell’esercito sulla vita politica del Paese, dietro una facciata di “governo civile”, come siamo stati abituati a vedere nella Turchia prima del 2000; esercito, quello egiziano, che poi di fatto è fortemente dipendente dai finanziamenti degli Stati Uniti.
Per concludere, dopo questa esperienza fallimentare del Movimento dei Fratelli Musulmani, che ha evidenziato i propri limiti e la propria inadeguatezza, forse esso, se vuole continuare a giocare un ruolo politico, dovrebbe rivedere alcune categorie identitarie e comunitariste, tenendo presente che la gestione di uno Stato si distingue radicalmente dalla gestione del proprio gruppo di adepti. Governo dello Stato significa gestire la cosa pubblica considerando non solo i propri sostenitori, ma anche le istanze dei propri oppositori.

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