POPOLI DIMENTICATI

C’è spazio per tutti

Il popolo saharawi continua, nel silenzio del mondo, a subire violenze e dominazioni.
E nello Stato che non c’è, nascono significativi gesti di solidarietà possibile. Per tutti.
Anna Pozzi (Giornalista e scrittrice )

Prete fidei donum in Brasile, dal 1975 al 1990, don Eugenio Morlini è rientrato nella sua diocesi di Reggio Emilia, senza però rinunciare a orizzonti più ampi. “Quando sono tornato in Italia – racconta nell’aeroporto di Casablanca – mi sono detto che dovevo fermarmi qui”. Poi, però, la guerra in Bosnia, così vicina a casa, così drammatica e disumana, lo trascina al di là dell’Adriatico.
Partecipa, oltre che a molte azioni di solidarietà, alla marcia pacifista dei Cinquecento, guidata nel dicembre del 1992 da don Tonino Bello. Un’iniziativa che, nonostante difficoltà e pericoli, riesce a spezzare, anche se per pochissimo, il terribile assedio di Sarajevo. Ma fu soprattutto un segno, un modo nuovo e diverso di essere popolo accanto a un altro popolo, di testimoniare concretamente la propria vicinanza alla gente di Sarajevo, di dire “ci sono, mi interessa, mi riguarda”.

Lo Stato che non c’è
Ed è con lo stesso spirito che oggi don Eugenio attende l’aereo per Dhakla, la più meridionale delle cittadine del Sahara Occidentale. Una terra che il Marocco considera la sua regione più a sud e che i saharawi considerano il proprio Paese. Ma che, nei fatti, è uno Stato che non c’è, anche se è riconosciuto dall’Unione Africana e da un’ottantina di altri Paesi nel mondo. Il suo governo, però, è in esilio nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, dove vive circa metà della popolazione saharawi. Questa situazione si trascina dal lontano 1976, quando, in seguito al ritiro della Spagna che colonizzava questa regione, Marocco e Mauritania l’hanno occupata, costringendo alla fuga gran parte della popolazione. Poi, dopo il ritiro della Mauritania, nel 1979, il Marocco si è impossessato di tutto il territorio del Sahara Occidentale, che continua a occupare e governare come una qualsiasi delle sue regioni. Questo, nonostante la strenua resistenza dei saharawi che, dopo aver abbandonato la lotta armata nel 1991, cercano di negoziare, attraverso la mediazione delle istituzioni internazionali, la realizzazione di un referendum per l’autodeterminazione.
Don Eugenio si sente molto vicino a questo popolo che lotta per una causa di libertà e giustizia. Soprattutto, però, vede nel sostegno a un centro per disabili di Dakhla una possibilità di realizzare un gesto concreto di solidarietà e al tempo stesso di pacificazione. Il centro, infatti, creato e gestito da un saharawi, è aperto a tutti: bambini saharawi, marocchini e figli di coloro che vengono definiti “coloni”, ovvero marocchini del nord incentivati con sussidi a trasferirsi nel profondo sud. Un microcosmo in cui donne e bambini provano a vivere insieme a partire dalle comuni difficoltà di gestire un minore disabile.

Gesti di solidarietà
All’aeroporto, Bouh Semlali, il dinamico responsabile del centro disabili, accoglie gli ospiti con grande entusiasmo. È la terza volta che don Eugenio viene qui, e in questo caso è accompagnato da un’esperta fisioterapista, Patricia Lisama, che dovrà fare formazione alle ragazze che lavorano nel Centro. È una della necessità più grandi, qui, quella di avere del personale preparato. Non ci sono scuole specifiche e far venire qualcuno dal nord, sempre che accetti di trasferirsi, costa troppo.
“Attraverso l’impegno dell’Ufficio missionario di Reggio Emilia – spiega don Eugenio – vorremmo sostenere il centro disabili con un contributo di circa seimila euro su tre anni, sostanzialmente per agevolare il trasporto dei disabili, il sostegno alla formazione professionale e l’acquisto dei materiali”.
Aperto tre anni fa, quello di Dakhla, è, a suo modo, un centro-modello, come ce ne sono pochi in Marocco. Bouh ne è orgoglioso: “Il governo ha usato spezzoni di immagini girate qui per mostrare quello che sta facendo nel campo della disabilità”.
Lo spazio è piuttosto grande e accogliente, dipinto con colori allegri e ravvivato da personaggi delle fiabe. Ci sono diverse attrezzature e molti giochi. Il tutto, grazie a una rete di sostegno, che travalica le frontiere di questo fazzoletto di terra desertico per creare buone pratiche di solidarietà. Innanzitutto, a partire dalla Chiesa locale. Che è minuscola, numericamente insignificante, ma che ha una sua storia e uno stile di presenza che si intreccia inevitabilmente con la storia dei saharawi e di questo pezzo di terra.
Padre Mario León Dorado, spagnolo, è uno dei due preti presenti nel Sahara Occidentale. L’altro è un congolese, Valerio Eko. Entrambi sono Oblati di Maria Immacolata (Omi) e garantiscono una presenza qui che risale all’epoca coloniale, quando la Spagna e i missionari spagnoli si erano impiantati in questa regione. Partiti i colonizzatori, la Chiesa è rimasta, molto ridimensionata, ma continua a essere segno di vicinanza a questo popolo che è al cento per cento musulmano. I pochi cristiani sono stranieri e si ritrovano la domenica per la Messa che, a turno, padre Mario e padre Valerio celebrano a Dakhla e a Layoune.
Ma l’insignificanza numerica non rappresenta un freno alla creazione di occasioni di incontro, amicizia e solidarietà. Il centro per disabili ne è un esempio. Padre Mario attiva contatti e conoscenze in Spagna soprattutto per avere personale specializzato che garantisca regolari sessioni di formazione. E Bouh, che ha studiato a lungo nelle scuole cristiane di Tenerife, da anni è il custode della chiesa, che ha contribuito a salvare, con altri saharawi, quando le autorità marocchine volevano abbatterla insieme al vicino forte.
“Questa chiesa è nostro patrimonio – dice battagliero Bouh – fa parte della storia di questa terra e del nostro popolo, anche se siamo tutti musulmani. Per questo abbiamo voluto difenderla e continuiamo a custodirla, anche quando non c’è nessun prete”.
Fuori dalla porta ci sono anche due camionette della polizia e delle forze ausiliari. Anche loro per proteggere, dicono, ma anche per controllare. Qui gli stranieri sono veramente pochi, ad eccezione di coloro che vengono a fare kitesurf, per cui Dakhla è rinomata a livello mondiale. Ma è un turismo che in città quasi non passa, ma sfreccia veloce verso i campeggi a nord della baia, in un paesaggio incantevole dove soffia sempre un forte vento.
Gli altri rarissimi stranieri lavorano nel settore della pesca o del turismo. Quelli di passaggio sono pochissimi. Dakhla è una città tranquilla, dove i saharawi rappresentano una minoranza del 10 per cento. L’eco delle tensioni e degli scontri che avvengono regolarmente a Layoune arriva sin qui molto attenuata. Anche se la massiccia presenza di forze dell’ordine lascia intuire che non è tutto così tranquillo come sembra.
Il centro per disabili, però, è davvero un’oasi di pace. “Il nostro futuro dipende dal tuo sostegno”, dice il motto dell’associazione che gestisce il centro e si occupa di circa 450 bambini handicappati. “Il nostro lavoro – si legge nella mission – sarà sempre giusto e disinteressato e la nostra ricompensa sarà di vedere le famiglie integrate nella società, senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, l’età, il colore o la razza”.
Don Eugenio ci si ritrova benissimo: “Dobbiamo essere presenti dove c’è sofferenza per fare gesti concreti di solidarietà, ma anche per promuovere pace e giustizia”. Il centro per disabili di Dakhla è un piccolo segno di speranza”.

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