EDITORIALE

Mai più

La redazione

“I giovani magnifici che pagano di persona per cercare di salvare la patria e la dignità meritano che s’interrompa l’escalation della guerra civile già iniziata e che subito s’inneschi un processo negoziale di cui la condizione principale sarà la libertà d’espressione e d’informazione”. Così p. Paolo Dall’Oglio scriveva nel febbraio 2012 in Mosaico di pace, parlando di Siria.
L’appello alla pacificazione nonviolenta lo riprese poi la notte del 31 dicembre 2012, nel corso della Marcia della Pace a Lecce. Sollecitava l’Onu a condurre una mediazione politica. Ci implorava perché ci svegliassimo dall’agghiacciante torpore che ci fa assistere distratti alle guerre come ad altra fiction. La Siria, invece, è proprio una brutta storia che ci riguarda.
Eccoci a scrivere oggi, mentre di p. Paolo non abbiamo più notizie, rapito qualche settimana fa nella terra che sentiva sua, dove era tornato in barba ai divieti per condurre una mediazione di pace. Seguiamo l’incalzare delle notizie in preda allo scoramento per il nuovo annuncio di guerra. Una freccia posta nell’arco proprio dal Nobel per la Pace Barak Obama e da una ristretta cerchia di alleati europei per punire Bashar al Assad, accusato di aver utilizzato armi chimiche mentre accoglieva in Siria gli ispettori dell’ONU. Una freccia avvelenata dalla superficialità di nauseanti giustificazioni che sarà scagliata anche senza mandato ONU, per aggiungere morti a morti, fuoco a fuoco.
Secondo dati dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, in due anni di guerra, in Siria sono morte 93mila persone, di cui 6500 minori. Due milioni gli sfollati. Il regime di Assad prepara una dura risposta militare – “abbiamo mezzi di difesa che sorprenderanno il mondo”, ha dichiarato il ministro degli Esteri siriano. Arrivano a tonnellate i rifornimenti di armi ai ribelli. Non sarà un’azione militare di pochi giorni, possiamo esserne certi. Lo abbiamo visto in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, in Libia.
Ma con quali armi si combatte? Sono le armi foraggiate dalle petromonarchie del Golfo sponsor dei ribelli. Sono anche armi con tanto di marchio “made in Italy”. Un embargo all’export di armi leggere in Siria è stato posto dall’Unione Europea ma, secondo l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere, “le esportazioni dai Paesi dell’UE di fucili, pistole e mitragliatrici verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011” (Opal, 28 agosto 2013). Destinatari soprattutto la Turchia (con oltre 7,3 milioni di euro di investimenti nel 2011), Israele (era a 6,6 milioni di euro nel 2010, va a oltre 11 milioni di euro nel 2011), l’Iraq (che da meno 3,9 milioni di euro del 2010 vola a più di 15 milioni nel 2011).
Prima armiamo, poi bombardiamo.
E così, in nome della sicurezza che ha reso tanto insicuro il pianeta, di nuovo ci ergiamo a fautori della democrazia e del rispetto delle regole. La stessa storia, un film senza lieto fine già visto troppe volte. Non si tutelano gli oppressi con i bombardamenti lampo dal cielo, ma con buone pratiche lunghe e impegnative sul terreno. Occorre insistere sulla necessità di una soluzione disarmata, per non uccidere anche la diplomazia. Lo dicono bene le parole di mons. Antoine Audo, vescovo di Assad e presidente di Caritas Siria: “Abbiamo bisogno di qualcuno che ci porti una speranza di pace, non di una nuova carica di odio”. Dalla sua prospettiva siriana, sa che le alternative alla guerra ci sono. “Se c’è la volontà, il dialogo è sempre possibile, anche nelle situazioni più nere”. Lo dice bene il Papa nell’invocare “Mai più guerra!”.
L’elenco delle guerre lampo, delle missioni umanitarie, degli attacchi chirurgici, dei fuochi amici, si allunga tristemente. E con esso il nostro imbarazzo. Un vero senso di sgomento ci opprime alla prospettiva dell’ennesimo catalogo di orrori che i motori di guerra ormai accesi preparano, mentre il nostro Paese è avvitato sulle sorti di un uomo condannato con una sentenza in giudicato e sull’Imu, unici orizzonti e destini italiani.
Il re è nudo. Ogni nodo critico della geopolitica mondiale viene al pettine. Cosa ne è dell’Onu? Quali politiche di pace sono possibili in contesti così complessi come quello siriano? Difficilmente ci si potrà ancora nascondere dietro deboli giustificazioni o bugie mediatiche. Perché di guerra si muore.

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