Ho paura

Nabir è un ragazzo afgano.
Ci racconta la sua vita, il suo viaggio, le sue paure.
Una testimonianza per tutte. Un ragazzo come tanti.
A cura di Marilisa Brussato

Mi chiamo Nasir Mahammad e ho quasi diciannove anni. Sono nato in Afghanistan e ho vissuto fino a dodici anni con la mia famiglia nella provincia di Baghlan. Vivevamo abbastanza bene perché il mio papà aveva un negozio di generi alimentari. Ma lui non voleva sottostare ai talebani e così lo hanno ucciso. Con la sua morte, la vita della mia famiglia è cambiata totalmente. La situazione è diventata tanto difficile perché da noi le donne non lavorano e così mia mamma, io, i miei due fratelli e mia sorella piccola abbiamo dovuto trasferirci dallo zio-kakamama (fratello di mia madre) che viveva nella provincia di Konduz. Anche lui aveva un piccolo negozio e poteva farci vivere con sua moglie e i suoi figli. Mio zio sapeva, però, che per me, che ero il più grande, era pericoloso rimanere in Afghanistan: c’era il rischio di essere preso dai talebani o di essere ucciso come era successo a mio padre. E così mi hanno aiutato a partire, dando soldi a chi poteva farmi uscire dall’Afghanistan.
Avevo poco più di sedici anni: ho lasciato il mio Paese, mia mamma, i miei fratelli – uno di undici e l’altro di otto anni – una sorella piccola di cinque anni.
Il viaggio per uscire dall’Afghanistan è stato difficile. Ero con altri ragazzi sotto la guida di un uomo che doveva farci passare il confine per raggiungere l’Iran. Abbiamo camminato tantissimo e solo in piccoli tratti l’abbiamo percorso in pullman. In Iran odiano gli afghani e temevo di essere preso dalla polizia e rimandato in Afghanistan. Dopo un mese, grazie a mio zio che ha sempre fatto arrivare i soldi alle persone giuste, sono riuscito a partire dall’Iran e ad arrivare in Turchia, a Istanbul. Lì è stato terribile, peggio che in “galera”. Io e altri afghani dovevamo restare nascosti; ci hanno rinchiuso per quaranta giorni in una casa senza poter mai uscire; ci portavano da mangiare solo una volta al giorno. Quando hanno deciso di farci partire per la Grecia, mi hanno caricato assieme ad altri ventitrè ragazzi su una piccola barca. Sono stato in mare per diciotto ore, tra onde altissime. Ho avuto tanta paura. Arrivato a Salonicco, abbiamo dovuto separarci. Per tutto il viaggio ero stato in compagnia, anche se sempre con ragazzi diversi. Ora (in Grecia) ero da solo; ho raggiunto Atene in nave e poi in treno sono arrivato a Patrasso. In Grecia, sono rimasto sei mesi. È stata dura: dormivo per strada, non avevo da mangiare, mi sentivo solo. Avevo un unico pensiero: riuscire a imbarcarmi, ma dovevo entrare in un camion o incastrami sotto per poi entrare in nave. Ho tentato un sacco di volte, ma la polizia mi trovava sempre e dovevo ricominciare.
Finalmente sono salito su una nave, nascosto sotto a un camion. Dentro la nave ho dormito per terra e non ho mai mangiato; sono solo riuscito a bere acqua. Il viaggio è durato trentadue ore.
La nave è arrivata a Venezia. Io sapevo che per i minorenni è più facile non essere rimandati indietro come clandestini, ma quando è stato il momento di scendere, ho avuto paura e mi sono di nuovo messo sotto al camion e sono uscito allo scoperto solo per la strada, quando il camion si è fermato a un semaforo. Ero stanchissimo, sporco, affamato. Ho girato un po’ per la città; sono andato alla stazione dei treni di Mestre e lì ho passato la notte. Il giorno dopo, con un altro ragazzo afghano conosciuto in stazione, sono andato in questura a Marghera all’ufficio per gli immigrati; da lì mi hanno portato in una comunità per minori stranieri a Tessera. Ho vissuto per due mesi con ragazzi del Bangladesh, del Kosovo, del Marocco che come me avevano fatto un viaggio difficile. In comunità ho imparato l’italiano e gli operatori mi hanno aiutato a preparare documenti regolari. Poi sono stato trasferito in un appartamento del Comune con altri ragazzi e vi sono rimasto fino a quando ho compiuto diciotto anni. Da quel momento ho dovuto darmi da fare per trovare alloggio e lavoro.
Sono stato un po’ in una casa dell’ospitalità a Mira e ora vivo con altri due ragazzi in un appartamento a Marghera. Ho avuto qualche aiuto, ma so che devo farcela da solo. In questi mesi ho fatto vari lavori: portato la pubblicità, lavato i vetri, fatto il facchino. In estate ho trovato un lavoro regolare a Venezia: devo portare con un carretto le vaschette di gelato ai bar e ai ristoranti passando per i ponti e le calle di tutta la città. È un lavoro faticoso, ma fino a settembre ho potuto pagare la mia quota per l’affitto della casa, pagare la tessera per il cellulare e comprare da mangiare e qualche altra cosa necessaria. Poi non so. Vorrei mettere qualcosa da parte per mia mamma e mio zio che hanno fatto tanto per me. È difficile.
Se penso alla mia famiglia, provo dolore e non sono tranquillo per i miei fratelli. Mi piacerebbe rivedere tutti, vorrei far venire qui la mia famiglia, ma so che è impossibile. Non penso che tornerò più in Afghanistan. La mia vita è qui adesso. Ma è difficile viverla.

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