CHIESA

Vivere la pace

La testimonianza di mons. Luigi Bettazzi. Cinquant’anni di episcopato: il suo sguardo sulla Chiesa di oggi, sui giovani e sulla guerra, sulla società e sulla politica.
Intervista a cura di Rosa Siciliano

Caro don Luigi, il Concilio e la Costituzione hanno costituito due colonne fondanti della storia italiana recente. Che effetto fa essere testimone del Concilio? E quale essere testimone del processo democratico che ha condotto alla Costituzione italiana?
L’aver potuto partecipare al Concilio Vaticano II, prima per alcuni incontri nella Commissione preparatoria per i Seminari, poi soprattutto, una volta divenuto vescovo, come Padre conciliare dal secondo al quarto periodo (1963-65, ero ausiliare del card. Lercaro, che aveva come consulente d. Dossetti), ha costituito per me una grande grazia e mi stimola alla responsabilità di farmene testimone e diffusore. Mi resi conto, allora, della cattolicità della Chiesa (anche antropologicamente: vescovi africani, asiatici, latino-americani…) e del suo dinamismo interno, dato che Papa e vescovi abbiamo firmato alla fine documenti a cui gran parte di noi non aveva pensato all’inizio, ma che son venuti crescendo con l’apporto di tutti.
E anche per quanto riguarda la Costituzione, per noi che eravamo cresciuti accecati dalla propaganda fascista (dall’esaltazione dell’italianità razziale all’Impero che tornava a risplendere sui colli fatali di Roma) vedere che le più importanti ideologie – dalla libertà del capitalismo all’uguaglianza del socialismo alla fraternità dei cristiani – sapevano confrontarsi per dare il meglio di sé e costruire un Documento fondamentale per la crescita dell’intera Nazione, riconoscevamo d’essere di fronte a un momento particolarmente significativo che impegnava ogni cittadino al bene di tutti.

Certo, in questi ultimi anni, per la democrazia sono stati tempi duri. Quali sono state, a suo parere, le minacce più gravi in ambito di diritti sociali?
Credo che la minaccia più grave per la democrazia sia stato l’individualismo, personale o di gruppo, che ha portato anche i cristiani a indulgere alla tangentopoli e che ha creato in questi ultimi tempi tolleranza, se non protezione alle corruzioni, e omertà se non coinvolgimento nelle vari forme di mafia. Una delle conseguenze più gravi è la mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani. Non possiamo lamentarci che la gioventù cresca senza grandi ideali, in questo tempo di consumismo, quando siamo stati noi adulti a dare l’esempio del “fare i furbi”, a cercare i propri interessi comunque facendola franca!

Luci e ombre della Chiesa italiana, in questi ultimi cinquant’anni.
Forse la Chiesa italiana ha stentato a riconoscere che la Chiesa non è un corpo chiuso preoccupato solo di sé, ma dev’essere lievito per un’umanità che viva pienamente la propria condizione, di apertura agli ideali e quindi anche a Dio, e di apertura agli altri, portandola, ad esempio, a non impegnarsi concretamente per la pace. Credo che il grande “principio non negoziabile”, che include tutti gli altri – dalla protezione della vita nascente a quella del suo termine, ma anche la preoccupazione per la gioventù, per le famiglie, per l’umanità più povera – sia proprio quello della solidarietà, dell’essere aperti agli altri… proprio – ripeteva d. Tonino Bello – come la Santissima Trinità, dove le Tre Persone, uguali e distinte, sono talmente l’una per l’altra da essere un Dio solo! E, invece, forse ci siamo preoccupati troppo di noi stessi, alleandoci con chi alimentava le nostre strutture senza renderci conto che così si sponsorizzavano stili di vita assolutamente non cristiani.

La triste vicenda Moro: cosa ricorda di questo capitolo drammatico che ha coinvolto politica, Chiesa e società?
Di quel periodo ricordo che la Democrazia Cristiana veniva obbligata a non cedere così come il Partito Comunista, per non mostrare connivenza con le Brigate Rosse. Mentre il Partito socialista di Craxi voleva trattare, e venni cercato ripetutamente perché mi mettessi da quella parte o perché trattassi con Curcio, uno delle Brigate Rosse, allora in carcere a Torino. Poi Padre Dal Piaz, un servita del gruppo di p. Turoldo, propose un’offerta di scambio tra Moro e tre vescovi (oltre me c’erano mons. Ablondi di Livorno e mons. Riva di Roma). Ci venne proibito e questo mi fece capire che nei poteri occidentali s’era deciso che Moro dovesse morire, perché, favorire il coinvolgimento del Partito Comunista nel Governo italiano, andava contro il Trattato di Yalta con cui le grandi Potenze avevano organizzato il dopoguerra.

Lei è stato presidente nazionale e internazionale di Pax Christi: quali i ricordi e le tappe più importanti? Da don Tonino, al Vietnam, al Salvador, alle Marce di Capodanno...
La presidenza nazionale mi venne proposta come se fossi il più adatto, mentre seppi che l’avevano offerta ad altri cinque vescovi, che avevano rifiutato (era il 1968… e si trattava di un Movimento di giovani per la Pace!). E furono proprio i giovani di Pax Christi a… educarmi, richiedendo subito la Marcia di Capodanno come inizio significativo di un anno da vivere per la pace, e anche come contestazione del modo consumistico di iniziare l’anno sollecitando l’obiezione di coscienza al servizio militare, allora vista con diffidenza nel mondo cattolico (nell’assemblea per la fondazione della LOC – Lega per l’Obiezione di Coscienza – in una sala evangelica di Roma, io, vescovo, ero guardato come un marziano mentre parlavo dopo il senatore Parri, del Partito d’Azione, e prima di una comunista dell’UDI, Unione Donne Italiane). Fu anche importante l’Assemblea che tenemmo a Torino nel 1973 per l’indipendenza e la pace in Vietnam, Laos e Cambogia. Di lì iniziò un interessamento soprattutto per il Vietnam, dove potei poi ritornare più volte per missioni di pace.
Divenuto, poi, presidente internazionale nel 1978, dopo la presidenza del card. Feltin, orientata alla spiritualità della pace, e quella del card. Alfrink, caratterizzata dall’impegno per il disarmo, insistemmo molto sui diritti umani, organizzando tra l’altro una missione nei Paesi del Centro America (Guatemala, San Salvador, Nicaragua) con presenze e inchieste e con una grande Assemblea conclusiva a Panama, con partecipazione di clero e laici dei Paesi visitati. Riconosco che Pax Christi mi ha aperto la grande prospettiva del cammino concreto per la pace.

Siamo alla vigilia del centenario della prima guerra mondiale. Cosa dire ai giovani, in un clima di crescente retorica sulla guerra?
Dovremmo invitare i giovani a visitare i luoghi di quella guerra, a leggerne i resoconti, a rendersi conto del perché papa Benedetto XV la definì “un’inutile strage”, con milioni di morti, con le vite umane dei poveri soldati trattate come merce di tattiche o di sfruttamenti. Bisogna educarli ad andare al di là delle retoriche, che presentano tutte le guerre come iniziative di pace, a cercarne le ragioni nascoste di potere politico o di utilità economica; bisogna farli meditare seriamente su quanto diceva già papa Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in Terris, e cioè che, dati i terribili strumenti di distruzione e le possibilità di incontri, ritenere oggi che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace è follia (“alienum a ratione”).

Venti di guerra giungono forti dalla Siria all’Egitto: quale ruolo pacificatore in tutti i conflitti dilaganti potrebbe avere la Chiesa?
Credo che la Chiesa e i cristiani più che mai debbano ispirarsi al Vangelo per superare le ipocrisie e le suggestioni di chi, per interessi di potenza o di finanza, presenta ragioni di pace per fare la guerra. Soprattutto dobbiamo non aspettare i momenti tragici che offrono solo soluzioni violente, ma dobbiamo tempestivamente illustrare le vere ragioni, appoggiare tutti i tentativi di chiarificazioni e di confronti perché si arrivi a vera pace. Come le città italiane che per secoli si sono combattute ormai non lo fanno più, come non lo fanno Francia e Germania o Inghilterra e Spagna, sempre in guerra tra di loro, perché – se veramente lo si vuole, se si sa rinunciare a pretese di dominio – non si deve riuscire a creare situazioni di dialogo, di confronto, di pace? Credo che la Chiesa, sollecitata dal Concilio a uscire dal chiuso dei propri interessi esclusivi, dovrà sempre più rendersi conto che il suo compito, come quello di Gesù Cristo, è quello di portare “la pace in terra agli uomini che Dio ama”. Papa Francesco sta sollecitando questo impegno per la Chiesa e per i cristiani, denunciando anche le motivazioni economiche che alimentano la produzione e il commercio delle armi e bloccano il dialogo e i negoziati. Pax Christi italia e Pax Christi internazionale da tempo hanno imboccato questa via e si sentono ora in grande sintonia con il Papa.

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