Parla un generale

Fabio Mini ci offre uno sguardo d’insieme sul mondo militare, sul ruolo dei sacerdoti nelle caserme, in Italia e all’estero.
Intervista a cura di Renato Sacco

Il generale Fabio Mini, ora in pensione, è stato Capo di Stato Maggiore del Comando NATO per il Sud Europa, ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani, è stato comandante delle operazioni di pace in Kosovo a guida NATO, con la missione KFOR. Autore di diversi libri, ha scritto, recentemente, per Einaudi “La guerra spiegata a...”.

Generale Mini, alla luce della sua esperienza, come vede la presenza dei cappellani militari? Quali considerazioni generali ha maturato?
Devo confessare di aver maturato nel tempo una serie di esperienze che mi portano a una sola considerazione di carattere generale: il sistema va completamente riveduto, aggiornato e corretto. La figura del cappellano militare come parroco della caserma non è più attuale: in caserma non ci “vive” più nessuno, la vita di caserma non è più comunitaria, non è più un luogo di educazione, d’istruzione e di agglomerazione. I circoli e gli spacci sono deserti, le mense disertate, le sale lettura non hanno cosa far leggere. Le riunioni di compagnia o plotone si riducono a noiose concioni e le cappelle sono vuote. Non le frequentano più neppure i cappellani. I soldati professionisti sanno cosa devono e cosa possono fare e hanno altro da fare durante il tempo libero dal servizio. E questo tempo è diventata la massima parte, mentre invece in passato era la parte minima. Con l’avvento del professionismo non si è capito che l’assistenza religiosa, come quella psicologica e sociale, andava estesa alle famiglie dei militari che però, in molti casi, non vivono nello stesso luogo di servizio. I compiti militari si effettuano spesso anche all’estero in condizioni operative molto simili alla guerra piuttosto che alla pace. Il rito religioso sull’altarino da campo è importante, ma ancora più importante è il ruolo sociale della figura del cappellano che dovrebbe fare da tramite tra Dio e i soldati con l’esempio, la carità e la vicinanza paterna o fraterna ai militari, ma dovrebbe essere anche il tramite tra comandi e soldati individuando le loro ansie e prevenendo le crisi, il tramite tra soldati e loro familiari e fra soldati e popolazioni locali. La vita complessa e movimentata dei soldati di oggi si riflette sulla stabilità emotiva dei singoli, sulla stabilità della famiglia, sulla sicurezza economica e sull’unità del nucleo familiare. Sono tutte sfide che la struttura militare ha sempre saputo di dover affrontare ma che, in realtà, ha sempre posto come ultima priorità rispetto a una presunta qualificazione operativa o all’acquisizione di armamenti. La figura del cappellano militare avrebbe dovuto inserirsi in una ristrutturazione profonda con nuove mansioni e finalità. Secondo me non l’ha fatto. O almeno non ancora.

Lei ha un’esperienza molto vasta e ha potuto incontrare anche cappellani di altri Stati e di altre confessioni religiose… Cosa ci può dire in merito?
È stato un povero conforto vedere che le carenze del nostro sistema di assistenza spirituale non sono così diverse rispetto alle carenze e alle ambiguità delle organizzazioni similari presso gli altri eserciti. Ho visto cappellani estremamente attenti alla liturgia esteriore e praticamente indifferenti verso le esigenze degli uomini. Cappellani che si ritenevano combattenti, cappellani razzisti nei confronti delle popolazioni e dei soldati appartenenti ad altri eserciti. Cappellani che, per dimostrare la loro appartenenza al corpo, dimenticavano la loro appartenenza a un clero, cappellani che lasciavano gli accampamenti per evangelizzare le popolazioni sotto la scorta di blindati e armati. E, d’altra parte, ho visto cappellani scrupolosi nell’individuare le falle del loro sistema militare. Quando ero in servizio negli Stati Uniti (1979-81) fu un cappellano militare a introdurmi nella realtà della emarginazione delle donne soldato e delle minoranze etniche nell’ambito delle unità americane. Era l’unico ad avere dati statistici sulle violazioni dei diritti di pari opportunità, a essere il punto di riferimento di centinaia di ragazze e ragazzi con la stessa uniforme ma con diverso trattamento, era lui a sollecitare la gerarchia sui provvedimenti da adottare. E la gerarchia lo ascoltava, anche se lo definivano un rompiscatole. Quando tornai in Italia, trovai il ministro Spadolini che aveva appena avanzato un proposta per aprire il servizio militare alle donne italiane. Pubblicai subito un articolo sulla Rivista Militare, sciorinando i dati degli americani e mettendo in chiaro i rischi e gli obblighi che avremmo dovuto sobbarcarci. Non eravamo pronti. La proposta abortì e fu ripresa soltanto vent’anni dopo. Tuttavia, ho visto anche cappellani scrupolosi completamente tagliati fuori dal circuito militare. Quando un cappellano norvegese ha avuto il coraggio di denunciare che il loro sistema d’indottrinamento militare rendeva i soldati e perfino gli ufficiali di servizio in Kosovo razzisti e intolleranti non solo non è stato ascoltato, ma è stato anche punito. Nel mio comando Nato in Kosovo era previsto un cappellano capo che coordinasse gli altri per armonizzare le attività e renderle coerenti con le direttive politico- militari. Non ho mai visto cappellani così diversi e così ipocritamente pii come in quell’anno di comando. Il dialogo interreligioso di cui si parla tanto era già un mito fra i sette cappellani di una stessa brigata. Fra evangelisti, cattolici, luterani, metodisti, battisti, rabbini e imam l’unico dialogo in comune riguardava il football. Mi è toccata l’esperienza di avere una “cappellana capo” protestante di un Paese nordeuropeo, attiva e volenterosa. Ha avuto molte difficoltà a farsi riconoscere dagli altri cappellani: ancor prima che la conoscessero o sapessero quali direttive intendesse far rispettare. Non ha avuto più problemi quando, come gli altri, si è messa a fare evangelizzazione presso la popolazione locale, quando si è inventata i riti religiosi in comune, quando faceva jogging o andava a ballare in blue jeans alle feste dei singoli reparti. Non mi risulta che, in quel periodo, nessun cappellano militare di qualsiasi reparto o confessione sia mai andato a fare una visita di cortesia ai religiosi locali e di certo nessuno è mai andato a fare visita al mufti di Pristina, al vescovo serbo-ortodosso, o al vescovo cattolico di Prizren. D’altra parte non si sono persi niente visto l’odio di ciascuno dei tre nei confronti degli altri.

Torniamo all’Italia. Che cosa ci può dire della presenza dei cappellani militari italiani all’estero? Negli anni scorsi sono arrivate varie notizie, sui nostri giornali, che ci hanno un po’ lasciato perplessi. Sembravano molto “militari” e poco “cappellani”. O mi sbaglio?
Se lei attribuisce al termine militare la connotazione negativa che va sempre di moda, non si sbaglia affatto. Ho conosciuto molti cappellani militari ai quali era giusto applicare l’aggettivo “militare” come un peggiorativo. Cappellani militari che hanno mantenuto i vecchi vizi clericali trasferendo il “parrocchialismo” alla competizione fra reparti, fra eserciti e fra eserciti e popolazioni. Cappellani attaccati al denaro e alle prerogative del grado militare, cappellani eleganti e ingioiellati e cappellani “finti Rambo” che, però, esaltavano la violenza vera. Persone il cui scopo nei teatri operativi era quello di mettere in piedi una bella cappella e dimenticarsi di curare le anime dei soldati, preoccupate d’inaugurare un cippo o un monumento prima della visita del vescovo o del superiore. Persone sempre presenti alle manifestazioni pubbliche e assenti nel momento della crisi dei soldati prima della separazione dalla moglie, della disperazione dei debiti, della paura dell’incidente fatale o della voglia di suicidio. Purtroppo per questi cappellani e per fortuna per noi, oggi essere militare prevede un minimo di etica che non viene soltanto dalla professionalità, ma dal ruolo assunto dai militari nel contesto della sicurezza internazionale, della politica estera. Oggi un militare di qualsiasi grado è un organo di sicurezza con enormi responsabilità. Il militare che non si rende conto di essere il rappresentante di una civiltà oltre che di un corpo militare non è militare. Uno che non conosce i propri limiti ma crede che il fucile gli conceda ogni potere è un criminale potenziale e talvolta anche reale. Un militare che pensa soltanto al suo ruolo di soldato e trascura quello di cittadino, di padre, di marito e di fedele membro di una comunità religiosa è uno spostato. Ecco perché questi cappellani, che sembrano molto militari e poco cappellani, in realtà sono fuori tempo e fuori luogo. In passato, con i cappellani militari ho avuto molte esperienze bellissime facendo servizio assieme a sacerdoti umili e dedicati che cercavano veramente di assistere e sorreggere le anime e l’animo di noi soldati. Queste esperienze positive fanno assolutamente premio sulle poche altre negative che tuttavia non riesco a dimenticare. In oltre quarant’anni di servizio ho avuto due esperienze negative e una grottesca con individui che fatico ancora a credere che fossero cappellani o sacerdoti. Le due negative si riferiscono a individui allontanati dai reparti per episodi di omosessualità nei confronti di soldati di leva particolarmente fragili. Quella grottesca mi è capitata quando ho dovuto fare le note caratteristiche a un cappellano simpaticissimo, ma avaro, fannullone, donnaiolo, cialtrone e superficiale. Non ebbi il coraggio di scrivere queste cose e allora tentai la carta dell’ironia: stilai le note dipingendolo non per quello che era ma per quello che avrebbe dovuto essere. Ne vennero fuori delle note assolutamente eccezionali che chiunque avrebbe ritenuto incredibili. Quando chiamai l’interessato per fargli prendere visione del rapporto, invece di vergognarsi o sentirsi almeno imbarazzato dagli sproloqui sul suo comportamento e rendimento, mi ringraziò con un accenno di commozione: credeva davvero di meritarli. A distanza di pochi mesi mi accorsi però che stava migliorando. Non nella sostanza, ma nella forma: stava interpretando il ruolo di “cappellano modello” che gli avevo attribuito. Era già qualcosa. Ma in tutti e tre i casi la delusione più cocente venne dai superiori ecclesiastici I due inqualificabili cappellani furono prima assegnati ad altri reparti, dove continuarono le loro miserabili attività, e poi furono assegnati a parrocchie comode e ricche, vicino casa loro. Non so quali altri danni avranno potuto fare. Le note incredibili del terzo passarono invece al vaglio di tutti i suoi superiori e tutti si complimentarono con lui.

Come valuta il fatto che i cappellani militari siano sul libro paga del ministero della Difesa, con stipendi non proprio bassi e oneri significativi anche per lo Stato?
Non ci sarebbe nulla di strano se gli stipendi riguardassero il servizio di assistenza spirituale e la reale funzione svolta e non il corpo di appartenenza. Inoltre, non ci sarebbe nulla d’illecito se le retribuzioni per i cappellani fossero dedotte dal contributo nazionale al sostentamento del clero. Per quest’ultimo aspetto non sono sicuro che ciò avvenga e quindi esiste la possibilità che si possano configurare reati di ordine finanziario e un danno per l’erario. La somma forse non sarebbe che una goccia nel mare delle incongruenze fra diverse amministrazioni ma in linea di principio sarebbe un illecito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la questione del diverso trattamento economico a seconda del reparto militare è legale ma è assolutamente immorale. Un cappellano fa il cappellano e non ha compiti d’istituto che debbano essere pagati di più dei suoi colleghi. Un cappellano dei Carabinieri o della Finanza prende invece lo stipendio e le indennità di un parigrado carabiniere o finanziere, uno dei paracadutisti prende indennità maggiorate, quelli dell’aeronautica o della marina prendono molto di più dei colleghi in forza all’esercito, hanno maggiori straordinari e maggiori benefits. Non a caso ci sono “parrocchie” di soldati sperdute che non hanno cappellani o che sono servite saltuariamente da un cappellano che, comunque, è in forza a Carabinieri o Finanza. Qualcuno dovrebbe mettere mano a questa discrasia e individuare quale sia il compenso equo per un assistente spirituale a prescindere dalla divisa che veste l’anima dell’assistito.

Mons Aldo Del Monte, già cappellano in Russia e poi vescovo di Novara, morto nel 2005, raccontava che a lui era stato proposto l’incarico di ordinario militare, ma ha rifiutato motivando che un vescovo non può annunciare liberamente il Vangelo se ha le stellette.
Avrebbe accettato, ma senza stellette. Cosa ne pensa? Non ritiene che questa potrebbe essere una strada percorribile?
La ritengo una strada percorribile ma non per le ragioni esposte. Lo status militare, implicito nelle stellette, è un vincolo in più per chi le porta sotto il profilo disciplinare e istituzionale. Le stellette sono un impegno a rispettare comportamenti e compiti che si rifanno a un sistema di sicurezza pubblica, giustizia e umanità. Non impediscono di annunciare il Vangelo e penso che sia molto brutto che un sacerdote si escluda dall’annunciare il Vangelo a quelli che le portano. L’ordinario militare dipende dalla Difesa soltanto per le questioni amministrative e nessun ministro si sognerebbe di impartire ordini sul piano religioso, anche se molti si sentono dei padreterni. Se un sacerdote si sente limitato nell’esercizio della sua missione pastorale per via delle stellette sue o del suo gregge ha un problema molto più grosso di quello di togliersele o mettersele. La questione delle stellette pone invece il problema opposto: perché bisogna trattare l’assistenza spirituale alle Forze Armate come un problema separato da quello pastorale generale? Cosa devono avere di più o di diverso i cappellani militari? E non sarebbe meglio che tutti i preti avessero la possibilità, una volta nella loro vita, di vedere da vicino e assistere questi cittadini in divisa così buffi e strani da rischiare la pelle per la comunità? Oggi, con il professionismo, le comunità militari tendono a diventare dei ghetti. I cappellani con le stellette ne fanno parte e anzi tendono a incancrenire la ghettizzazione. Abbiamo bisogno di pastori che portino nell’ambito militare le idee e le visioni diverse che si sviluppano nelle comunità civili. Invece di cappellani militari avremmo bisogno di preti di frontiera, perché la linea militare è diventata una frontiera sulla quale i soldati si sentono sempre più soli e isolati.

Lei si è più volte espresso in modo critico per esempio sull’acquisto dei caccia F35. Non crede che un cappellano che annuncia il Vangelo, proprio perché inserito nell’ordinamento militare, non riesca poi ad essere veramente libero in coscienza?
Se io riesco a essere critico pur essendo un generale di corpo d’armata, pur essendo parte integrante della struttura, se sono riuscito a mantenermi obiettivo e critico in maniera aperta durante tutta la mia carriera militare, non capisco perché un cappellano non riesca a mantenere la libertà di coscienza. Il problema è degli uomini, non dell’ordinamento militare. Può capitare anche a un cappellano di sposare in pieno le tesi dei suoi superiori generali e ammiragli. Ma quando le posizioni sono platealmente errate e pretestuose, deve essere chiaro che esiste una malafede di fondo, se non peggio: una vera e propria corruzione. Allora la libertà di coscienza non c’entra perché la coscienza è stata già asservita a un interesse di parte, ideologico o materiale, imposto o promosso, proposto o accettato.

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