Cappellani oggi e domani

Una riflessione aperta, un dibattito plurale.
Perché i sacerdoti nelle Forze Armate hanno gradi e stellette?
Perché devono essere inglobati
nella struttura militare?
Renato Sacco

La questione cappellani militari non è certo nuova. Né sulle pagine di questa rivista né in un dibattito più ampio nella Chiesa e nella società italiana. Senza voler partire da don Milani, dalla sua lettera ai cappellani militari in congedo del 1965, la questione riguarda i cappellani organicamente inseriti nel sistema gerarchico delle Forze Armate, con relativi gradi, carriera e stipendi. “Non c’è il rischio – scriveva d. Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi, nel 2006 – che anche il Vangelo venga ‘arruolato’ come si è detto per i giornalisti? Arruolato per vedere e giustificare la storia dalla parte dei forti, non delle vittime, soprattutto civili. Arruolato per giustificare e benedire violenza e morte. Come si può coniugare la ‘via militare alle Beatitudini’ e ‘il militare cristiano che porta le armi e sa di poter essere costretto a usarle’? Come tacere la condanna a questi lineamenti che hanno dato il via alla teoria della “guerra preventiva”? Guardando all’Iraq o all’Afghanistan, come è possibile coniugare ancora umanitario e militare? Tanto più oggi, dopo i cambiamenti avvenuti, come l’abolizione della leva obbligatoria, la professionalizzazione dell’esercito composto da volontari, il coinvolgimento dei soldati italiani in vari territori di guerra, i nuovi e sempre più micidiali sistemi d’arma utilizzati e in fase di studio”.
Sono questioni aperte ancora oggi. Pax Christi, da sempre, cerca di tenere viva l’attenzione e di stimolare il confronto, soprattutto all’interno della Chiesa. Già nel lontano novembre 1997 si era tenuto alla Casa per la Pace di Firenze, un seminario di studio: Cappellani militari oggi e... domani, con interventi di giuristi, di un cappellano militare e di Pax Christi. “Si è ribadita pertanto la necessità – si legge nel comunicato finale – di un sempre maggiore impegno non solo della Chiesa presente tra le Forze Armate, di cui s’è riscontrata la disponibilità al dialogo, ma di tutta la Chiesa italiana per un cammino sempre più determinato sulla via della nonviolenza e della pace” (Gli atti del convegno sono disponibili sul sito di Mosaico di pace). Sono passati molti anni, e questo impegno al dialogo resta sempre valido e doveroso.
Nel solco di questo cammino già intrapreso, per una Chiesa che deve essere “nel” mondo ma non “del” mondo, (“nel” sistema, come amava dire P. Turoldo, ma non sono “del” sistema), alla luce anche dell’art. 11 della nostra Costituzione che ‘ripudia la guerra’, nasce questo dossier. Non si tratta di ripetere sempre le stesse cose, pur importanti e doverose. Ma di riflettere, approfondire per cercare di capire la situazione e trovare delle strade nuove da percorrere, più fedeli al rispetto della dignità umana e al Vangelo. Per questo abbiamo chiesto una riflessione al teologo Giannino Piana. Un’analisi più introspettiva allo psichiatra Vittorino Andreoli. Poi due voci del mondo protestante: Paolo Naso, che ci presenta un modo diverso di rapportarsi tra Chiesa e caserma, e l’esperienza della Germania, nella riflessione del pastore luterano Rainer Schmid. Infine, l’intervista a un generale. Sì, proprio a un generale, anche molto conosciuto come Fabio Mini, che per alcuni anni è stato Capo di Stato Maggiore del Comando NATO per il Sud Europa. Una voce dall’interno del mondo militare, per conoscere e capire meglio. Questo vorrebbe essere lo scopo del dossier: confrontarsi, riaprire un dialogo, un dibattito anche con posizioni diverse per trovare nuovi cammini di pace, aiutati anche da anniversari importanti come quello del Concilio e della Pacem in Terris.

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