AMBIENTE

Usa e riusa

Il problema dello smaltimento dei rifiuti e delle discariche è solo l’ultimo tassello di un puzzle difficile. Alla radice di tutto c’è il nostro rapporto con le cose e l’uso che ne facciamo.
Claudio Giambelli

A un recente convegno, due esimi professori dell’Università La Sapienza di Roma ci raccontavano la loro visione della gestione dei rifiuti urbani. sostanzialmente le preoccupazioni dominanti erano il bilancio dei costi di gestione, il necessario profitto degli imprenditori privati coinvolti, la tecnologia e anche l’estetica delle moderne architetture industriali, come il famoso inceneritore nei pressi del centro di Vienna, segnalato come meta di numerosi turisti ogni anno.
Assenti dai loro pensieri la questione della salute della popolazione, il necessario recupero di materiali in via di esaurimento sull’intero pianeta, le opportunità di lavoro per migliaia di persone nel campo del recupero, riuso e riciclo, il ruolo dell’università nel formare pensieri critici liberi dal pensiero dominante.

La storia delle cose
Un caro amico attivista del Comitato Malagrotta (Roma)dice sempre che la responsabilità della gestione dei rifiuti urbani non dovrebbe essere assegnata a ingegneri, ma piuttosto a liberi pensatori, a poeti, a agricoltori, insomma a chi, innamorato della vita umana e naturale, è in grado di apprezzare realmente tutti gli aspetti della storia delle cose, da quando le materie prime vengono estratte dal pianeta a quando vengono trasportate, poi trasformate in prodotti, vendute, fino al loro smaltimento. Perché la storia delle cose, come racconta così bene il video appunto intitolato “La Storia delle Cose” (che si trova facilmente su YouTube, nda) non è quella neutrale appena descritta sopra, bensì una tragedia per il pianeta e l’umanità: l’estrazione di minerali significa la distruzione e l’inquinamento di territori naturali e lo sfruttamento di operai-schiavi, il trasporto comporta migliaia di km di inquinamento rilasciato da camion, navi, aerei, la produzione comporta scarti che inquinano aria, terra e acqua (ad ogni bidone di oggetti prodotti ne corrispondono circa 70 in termini di scarti industriali), la vendita è drogata dalla propaganda pubblicitaria, dalla cultura dell’usa e getta e dall’obsolescenza indotta e programmata (sapevate che le classiche lampade a incandescenza erano programmate per durare 1000 ore con un accordo di cartello tra tutti i produttori? In realtà una competizione industriale iniziale aveva dimostrato che potevano durare più del doppio), quello che viene chiamato smaltimento comporta la perdita secca di minerali preziosi che si stanno esaurendo, l’inquinamento del terreno, acque superficiali e sotterranee con le discariche e l’inquinamento dell’aria anche a centinaia di km di distanza con gli inceneritori.

La durezza del cuore
Talvolta osservo un oggetto di uso comune, ad es. un rasoio usa e getta, costruito in plastica e acciaio non separabili; è comodo usarlo e gettarlo ma, così facendo, compiano un atto di disprezzo per le risorse del pianeta, una presunzione di falsa sovrabbondanza senza limiti, una mancanza di umiltà. In generale tutti gli oggetti usa e getta, a pensarci bene, inducono queste riflessioni; come spesso diciamo, l’industria si è attrezzata per produrre direttamente rifiuti e, infatti, un indicatore fedele del PIL è proprio la quantità di rifiuti prodotti ogni anno.
Non è stato sempre così, lo sappiamo bene e lo sanno ancora meglio gli anziani.
Un innato rispetto per la vita umana e naturale è stato soppiantato da una durezza di cuore dominata dalla ricerca del profitto e del potere. “L’Italia dovrebbe ringraziare persone come noi, che abbiamo permesso il boom economico-industriale degli anni Sessanta” fanno dire all’attore Toni Servillo, dominus delle discariche industriali abusive, nel film Gomorra. Non molto diversamente, Cerroni, anziano dominus (87 anni di età) delle discariche laziali tra cui quella di Malagrotta, ha comprato un’intera pagina di Repubblica del 30 settembre 2013, per un avviso intitolato “Malagrotta: missione compiuta” e poi termina con: “…la discarica di Malagrotta, dagli anni Ottanta ad oggi, ha rappresentato la fortuna e la salvezza di Roma, con benefici economici per la cittadinanza di circa 2 miliardi di euro….”, concludendo: “Per parte nostra, lo ricorderemo oggi ai romani, domani ai posteri e dopodomani ai marziani con una stele di travertino che sarà collocata all’ingresso di Malagrotta, in occasione di un apposito open-day”.
Quindi, è l’aspetto economico che emerge; nessuna parola per il rischio salute della popolazione circostante. Però, guardate, non pensate anche voi che a leggere bene le parole di Cerroni, affiori un rammarico, una nostalgia di solidarietà umana? Solo un accenno, che non riesce ancora a scalfire la dura corazza dell’imprenditore che si è fatto da solo, eppure c’è, specialmente con quell’infantile riferimento ai marziani; mancava poco che si appellasse al giudizio di Dio che dall’alto dei cieli potrebbe apprezzare i suoi sforzi di aver salvato Roma dall’immondizia.

Il posto della tenerezza
“La rivoluzione della tenerezza” è il titolo di un recente libro di papa Francesco; sì, dobbiamo ritornare a praticare la tenerezza in tutte le relazioni che non sono solo tra gli umani, ma anche con la natura, animata e inanimata e con le cose, gli oggetti… anche il semplice rasoio usa e getta, “Fratel Rasoio”.
A proposito di relazioni, è ormai palese che decenni di affarismo privatistico, di corruzione e collusione della politica degli amministratori, a scapito del bene comune delle comunità, hanno portato a una frattura quasi insanabile con quasi tutte le forme di politica rappresentativa: la popolazione non si fida più di niente e di nessuno; neanche il richiamo all’emergenza, troppe volte abusato, serve ad ammorbidire la radicalità delle proteste. La recente decisione del Commissario straordinario ai rifiuti nel Lazio di una discarica a Falcognana, non lontano dal Santuario del Divino Amore a sud di Roma, ha acceso la reazione di cittadini impauriti da questa ipotesi, cittadini che fino a oggi avevano osservato passivamente le lotte decennali su Malagrotta, al punto da comprare un’intera pagina di Repubblica per un appello al Papa chiedendo una preghiera, anche solo una parola di sostegno e la sua benedizione, facendo poi esplicito riferimento al salmo 112-113: “Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero…”.
Eppure bisognerebbe avere il coraggio e l’intelligenza di abbandonare la logica dell’emergenza e intraprendere con decisione e determinazione la via maestra dell’approccio virtuoso, che si articola intorno ai concetti di “Rifiuti Zero - NO discariche - NO Inceneritori”, già indicato da varie esperienze pratiche a livello mondiale e anche delineato dalla Comunità Europea.
Una decisa e determinata assunzione di responsabilità verso questo modello è l’unico modo per pacificare il Paese e per orientarlo a una normalità sostenibile. Questo coraggio e intelligenza non sono alla portata di una sola persona, né di un solo attore della società: non può che essere intrapresa da tutte le parti in gioco (istituzioni, parte industriale pubblica e privata, le associazioni territoriali) con la consapevolezza (e umiltà) dei propri limiti e della necessità della collaborazione di tutti/e, con un approccio graduale, ma controllabile. Non è con una delega elettorale o con una presunzione da egocentrismo iper-trofico che si risolvono problemi come questi. L’impresa di raddrizzare la nave Concordia (ancora una volta un’emergenza) non si è realizzata con veti incrociati e polemiche distruttive, ma con il concerto e la collaborazione di tutte le competenze messe insieme umilmente ma rigorosamente al servizio della stessa causa.
A San Francisco (USA), il sindaco della città, all’inizio dell’avventura della Strategia Rifiuti Zero, disse: “Gli abitanti della città di San Francisco hanno un sogno: di una città dove non ci siano più inceneritori né discariche”. Ebbene, è arrivato il momento (in realtà, già superato da circa 20 anni) in cui anche il sindaco di Roma e il Presidente della Regione e il ministro dell’Ambiente e il Presidente del Consiglio affermino la stessa cosa, un sogno, che però mette in cammino energie, intelligenze, forze verso l’obiettivo giusto.

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