WTO

Sulla pelle dei poveri

Ancora una volta, le logiche del profitto hanno prevalso su quelle del diritto alla vita. Che cosa c’è dietro il nuovo accordo sui farmaci salvavita.
Chiara Bannella

L’accordo sul commercio di farmaci salvavita siglato il 30 agosto 2003 dai 146 Paesi membri del Wto è stato presentato dall’Organizzazione mondiale del commercio e da molte delegazioni dei Paesi industrializzati come un grande passo in avanti nella tutela del diritto alla vita e alla salute nei Paesi in via di sviluppo. Molti media hanno riportato l’erronea informazione secondo cui quest’accordo – da ratificare senza modifiche durante il successivo vertice interministeriale di Cancun – avrebbe introdotto per la prima volta il diritto dei Paesi più poveri tra i poveri (least developed countries) a importare farmaci generici (molto più economici di quelli di marca, ma ugualmente efficaci) dalle nazioni che li producono (oggi soprattutto India e Brasile, ma anche Thailandia e altri Paesi asiatici). In realtà questo diritto era già previsto dai Trips (gli accordi relativi alla proprietà intellettuale e al commercio siglati nell’ambito del Wto) ed era stato ribadito a chiare lettere nella Dichiarazione di Doha sulla Salute Pubblica, firmata all’unanimità dall’Organizzazione mondiale del Commercio nel 2001. Purtroppo fino a oggi l’esercizio effettivo di questo diritto è stato sostanzialmente impossibile per gran parte dei Paesi del Sud del mondo, sottoposti a innumerevoli pressioni da parte dei Paesi più ricchi e delle multinazionali. Il vertice di Cancun avrebbe dovuto introdurre una volta per tutte regole chiare, semplici e inequivocabili per permettere ai Paesi poveri di avvalersi di questo diritto di civiltà, e invece, ancora una volta, le logiche del profitto hanno prevalso su quelle del diritto alla vita. L’accordo introduce, infatti, una serie di clausole a salvaguardia degli interessi delle multinazionali farmaceutiche che rischiano di rendere di fatto inutilizzabile le presunte misure a favore dei più poveri.

La “Dichiarazione di Doha”
Nel 2001, alla Conferenza Ministeriale di Doha, in Qatar, i membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) avevano adottato l’innovativa “Dichiarazione sull’Accordo TRIPS e la salute pubblica”, che riconosceva inequivocabilmente la priorità della salute pubblica sugli interessi commerciali. La Dichiarazione confermava alcune delle clausole di salvaguardia contenute nell’Accordo sugli aspetti dei diritti della proprietà intellettuale relativi al commercio (Trips) e obbligava i Paesi a interpretare quel trattato in modo da proteggere la salute pubblica e promuovere l’accesso ai farmaci per tutti.
La parte essenziale della Dichiarazione recita: “Conveniamo che l’Accordo TRIPS non impedisce e non dovrebbe impedire ai membri di prendere le misure necessarie a proteggere la salute pubblica. Di conseguenza, pur ribadendo la nostra adesione al TRIP, affermiamo che quell’accordo può e deve essere interpretato e implementato in modo da sostenere il diritto dei Paesi membri dell’OMC di proteggere la salute pubblica e, in particolare, di promuovere l’accesso ai farmaci per tutti. In questo contesto riaffermiamo il diritto dei Paesi membri di utilizzare a pieno tutte le misure inserite nell’Accordo TRIP che prevedono forme di flessibilità a questo scopo”.
Ma la Dichiarazione riconosceva anche che se è vero che alcuni dei Paesi poveri hanno le capacità di produrre farmaci localmente e possono dunque avvalersi delle flessibilità sui brevetti per l’approvvigionamento di medicinali salvavita, molti altri non hanno questa capacità e devono dunque importare le copie generiche dei farmaci di marca.
Questo nodo è contenuto nel paragrafo 6 della Dichiarazione di Doha che recita: “Riconosciamo che i Paesi membri dell’OMC che non dispongono (o dispongono in modo insufficiente) di capacità manifatturiere nel settore farmaceutico, potrebbero incontrare delle difficoltà nell’utilizzare effettivamente le licenze obbligatorie previste dall’accordo TRIP. Diamo mandato al TRIP Council di trovare una rapida soluzione a questo problema e di riferire al Consiglio Generale prima della fine del 2002”.

Promesse non mantenute
Poco dopo l’adozione della Dichiarazione di Doha, l’ottimistico “spirito di Doha” è svanito. Ci sono stati continui tentativi da parte delle nazioni ricche – in particolare di quelle che ospitano le più grandi case farmaceutiche – per erodere il valore e la forza della Dichiarazione. La scadenza del 2002 non è stata rispettata, l’accordo è stato siglato il 30 agosto 2003, subito prima dell’inizio del vertice di Cancun, per sgomberare i tavoli delle trattative dalla spinosa questione dei farmaci. Durante le discussioni del Consiglio dei TRIPS sul paragrafo 6 della Dichiarazione di Doha, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Canada, la Svizzera e il Giappone hanno negoziato in modo deciso per ridurre le capacità di accesso dei paesi in via di sviluppo ai generici. Nel paragrafo 6 citato si incaricava il Consiglio dei TRIPS di trovare una “soluzione rapida” affinché i Paesi senza capacità produttiva di farmaci potessero utilizzare le licenze obbligatorie per importare i generici quando necessario. Tuttavia, sono stati effettuati numerosi tentativi per introdurre delle complicazioni procedurali inutili.
Dopo un’estenuante trattativa, il 30 agosto 2003, tutti i 146 Paesi membri del Wto hanno approvato un accordo che, pur riconoscendo il diritto dei Paesi più poveri a importare farmaci generici dai Paesi che hanno la capacità di produrli, introduce una quantità di limitazioni e ostacoli che di fatto rischiano di rendere l’accordo inutilizzabile. Un nutrito gruppo di Paesi in via di sviluppo ha tentato di opporsi a questo testo, ma alla fine spinti da fortissime pressioni e nella speranza di ottenere qualche concessione in più sul fronte dell’agricoltura, hanno votato un testo pieno di trabocchetti.
Il primo problema è la burocrazia: i Paesi che vorranno importare i generici e quelli che vorranno esportarli dovranno chiedere di volta in volta una “licenza obbligatoria”. Per far questo dovranno fornire a un apposito organismo del Wto un’ampia e complessa documentazione fino a indicare esattamente i quantitativi di farmaci che intendono esportare o importare. Queste procedure richiederanno tempi lunghissimi togliendo ai Governi dei Paesi più poveri la possibilità di approvvigionarsi tempestivamente di farmaci per combattere le epidemie. Le lungaggini burocratiche imporranno un prezzo altissimo che sarà pagato in vite umane.
Il secondo problema è rappresentato dall’ambiguità e dalla discrezionalità: il testo approvato dal Wto è volutamente ambiguo e si presta a diverse interpretazioni (non a caso alcune multinazionali farmaceutiche ne hanno già dato una lettura restrittiva). Questa ambiguità è tanto più grave in quanto l’accordo prevede che alla fine spetti al Wto decidere se concedere o meno l’importazione di generici: in ogni momento l’autorizzazione ad approvvigionarsi dei farmaci economici ed essenziali potrà essere negata ai Paesi più poveri.
Infine, l’accordo scoraggia di fatto la produzione di generici: le industrie che oggi soprattutto in Brasile, Thailandia e India producono copie di qualità dei farmaci di marca vengono fortemente disincentivate. Prima di tutto molti dei Paesi “emergenti” (Cina, Singapore, etc.) sono esclusi dalla possibilità di utilizzare l’accordo e di importare generici, a meno che non dimostrino di trovarsi a fronteggiare una vera emergenza umanitaria. Questo fatto è grave per diversi motivi: prima di tutto, molti di questi Paesi esclusi dall’accordo stanno affrontando il dilagare dell’Aids e di altre malattie e l’impossibilità di ricorrere ai generici limiterà gli strumenti per fronteggiarle. Si toglie a questi Paesi ogni possibilità di prevenzione: in caso di scoppio di una nuova epidemia questi Paesi non potranno arginarla perché per accedere ai generici dovranno aspettare che l’epidemia raggiunga dimensioni catastrofiche.
Infine l’aver escluso questi importanti mercati dalla possibilità di importare generici scoraggia di fatto le aziende che li producono. Molte di queste, infatti, potranno trovare antieconomico produrre generici se saranno autorizzati a esportarli solo nei Paesi più poveri che non rappresentano una domanda sufficiente a incentivare l’offerta. Come se non bastasse, l’accordo appena firmato impone ai produttori di generici nuove regole in materia di confezionamento dei medicinali (colore e scatole delle pillole), per ottemperare alle quali dovranno farsi carico di costi elevati.
E poi l’accordo del 30 agosto lascia irrisolta un’altra grave questione: cosa succederà alla fine del 2005 quando i Paesi che oggi ospitano i principali produttori di generici saranno costretti ad applicare i TRIPS integralmente, incluse le norme sui brevetti? Che conseguenze ci saranno sulla possibilità di produrre ed esportare generici?
Poi, gli Stati Uniti cercano di ottenere un certo numero di accordi commerciali regionali o bilaterali che in effetti indebolirebbero e addirittura annullerebbero completamente la Dichiarazione di Doha. Oltre alla Zona di libero commercio delle Americhe, accordi di libero commercio sono attualmente attuati o negoziati tra gli Stati Uniti e Singapore, Cile, Giordania, Marocco, cinque Paesi dell’America Centrale (CAFTA) e la Southern African Customs Union (Botswana, Lesotho, Namibia, Sudafrica e Swaziland). Sono in atto delle negoziazioni per rafforzare la protezione dei brevetti in regioni colpite pesantemente dalle malattie, come per esempio la Southern African Customs Union e l’America Centrale. L’esempio più grave è forse la Zona di libero commercio delle Americhe che include 34 Paesi dell’Emisfero occidentale e interessa 800 milioni di persone (FTAA, Free Trade Area of the Americas). Tra le misure proposte citiamo: i limiti sulle circostanze in cui le licenze obbligatorie sui prodotti farmaceutici possono essere emanate; l’estensione dei termini dei brevetti oltre i 20 anni richiesti dai TRIPS; un divieto dell’esportazione dei farmaci prodotti sotto licenza obbligatoria; e i diritti esclusivi sui dati dei test farmaceutici che dovrebbero ritardare l’introduzione dei generici anche quando non ci sono brevetti.
La Zona di libero commercio delle Americhe – destinata a essere un modello per altri accordi – rimpiazzerebbe i TRIPS e Doha, chiudendo la porta alle flessibilità principali concepite per proteggere la salute pubblica.

Qualcosa si muoveva...
Nonostante gli innumerevoli tentativi per indebolire la Dichiarazione, negli ultimi due anni, alcuni Paesi hanno fatto dei passi avanti per approfittare delle flessibilità concesse da Doha. Per esempio, il Camerun ha potuto accedere ai migliori prezzi internazionali per gli antiretrovirali perché il suo Ministero della Sanità ha autorizzato l’importazione delle versioni generiche dei farmaci sotto brevetto quando erano disponibili a un prezzo inferiore di quello dei produttori di marca. Come risultato, l’agenzia nazionale di approvvigionamento paga circa 277 dollari per la combinazione di prima linea – uno dei prezzi più bassi disponibili a livello mondiale.
In modo simile, è possibile acquistare una combinazione generica di antiretrovirali di prima linea in Malawi per circa 288 dollari; in qualità di Paese meno sviluppato, il Malawi non deve applicare i brevetti farmaceutici fino al 2016.

Per contattare la Campagna
Per ulteriori informazioni, contattare:
Campagna per l’accesso ai farmaci essenziali
Medici Senza Frontiere
Rue du Lac 12, 1206 Ginevra, Svizzera
Tel. +41 22 849 8405
Fax +41 22 849 8404
Email: access@geneva.msf.org
http://www.accessmedmsf.org

In Italia:
Chiara Bannella
Tel 06/4486921
ufficiostampa@msf.it
ufficiostampa1@msf.it
http://www.medicisenzafrontiere.it


Infine, in una recente negoziazione, dieci Paesi dell’America latina (la Comunità andina: Perù, Bolivia, Colombia, Ecuador, Venezuela; e Cile, Argentina, Messico, Paraguay e Uruguay) hanno potuto ridurre i prezzi delle combinazioni triple di antiretrovirali da 1.000-5.000 dollari a 350-690 dollari fissando un prezzo massimo di riferimento che solo i produttori di generici (a parte i laboratori Abbott) hanno la volontà di soddisfare. Mentre alcuni farmaci sono sotto brevetto in alcuni Paesi, i governi non hanno permesso a questo ostacolo legale di impedire la conclusione delle negoziazioni e quindi insieme risparmieranno circa 120 milioni di dollari all’anno.
Va ricordato che, se la maggior parte degli esempi citati si riferiscono ai farmaci contro l’AIDS, la Dichiarazione di Doha si applica a tutti i problemi sanitari pubblici e può certamente essere anche usata per facilitare l’accesso ai farmaci per altre malattie. Trovando dei modi di superare gli ostacoli dei brevetti il Camerun, il Malawi e i Paesi dell’America latina stanno agendo in accordo con il principio di base di Doha, che i TRIPS dovrebbero essere “interpretati e attuati in modo da sostenere il diritto dei membri dell’OMC a proteggere la salute pubblica”.
Ecco perché, per proteggere la salute pubblica mondiale, Medici Senza Frontiere chiede ai membri dell’OMC di attuare la Dichiarazione di Doha. Intanto, MSF farà il possibile perché l’accordo siglato il 30 agosto 2003 venga subito applicato e messo alla prova. A partire dal 2004 l’organismo del Wto che si occupa di brevetti dovrà fare una revisione organica delle regole. MSF si muoverà immediatamente per fornire consulenza legale ai Paesi in via di sviluppo che lo vorranno per aiutarli ad applicare immediatamente le misure previste nell’accordo e anche le altre misure a tutela della salute pubblica contenute in altre norme e trattati sul commercio. Se si dimostrerà in tempi rapidi che le procedure fissate nell’accordo sono inutilizzabili, ci auguriamo che il Wto le correggerà al momento della revisione organica.

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Portavoce MSF Italia

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