PAROLA A RISCHIO

Pace, appartenenza alla vita

Riflessione presentata a Camaldoli, lo scorso 2 novembre, al seminario sulla Pacem in terris.
Antonietta Potente

Ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da coloro che si dicono circoncisi (perché tali sono nella carne per mano di uomo) eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece in Cristo Gesù voi che un tempo eravate i lontani siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, Colui che ha fatto una unità che nasce dai due, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne la legge fatta di prescrizioni e decreti, per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunciare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio (Efesini 2, 11-19).

Dietro questi versetti c’è un contesto pieno di desiderio: perché la realtà è ancora profondamente dualista. Noi viviamo un’ansia, non solo spiritualmente, ma anche nelle nostre vite politiche, di impegno sociale, di relazione col mistero: abbiamo sempre la preoccupazione di sapere chi siamo, per metterci di fronte a qualcuno. Due popoli, due culture: sempre questo dualismo, questa dualità.
Pensiamo che ci siano persone “lontane da”. Dovremmo aiutarci a capire che c’è solo una lontananza: è la non pace, è la non familiarità tra noi, tra culture differenti, tra popoli differenti. Fino a quando non c‘è pace, fino a quando non ci sono situazioni di vita nuova, siamo sempre lontani, tutti siamo lontani.
Nel libro della Sapienza si dice che la sapienza grida nelle strade e nelle piazze per farci risvegliare: dovremmo interpretare questi versetti come un grido della parola di Dio che ci fa risvegliare non al dualismo, ma a un sogno comune di una vita differente: vivere in pace. Non siamo cittadini, non siamo persone che costruiscono la città dove imparare ad abitare: siamo oppressori o siamo oppressi. Non c’è ancora la pace, siamo ancora lontani. Questa è una chiave di lettura, una luce, per illuminare il cammino verso la pace.
Questo cammino per la pace si intravede a partire da Cristo. La familiarità con la vita di Cristo ci dovrebbe portare alla pace. Dico “ci dovrebbe”, perché non siamo così familiari col mistero. Siamo familiari con la religione, con le nostre ideologie religiose, con i nostri stili, con i nostri modi di vivere la religione, ma non con il mistero.
Qui il mistero è un corpo, è il sangue: siamo stati riscattati da questo corpo, da questo sangue. Non è la proposta dell’evangelizzatore che propone di credere in Cristo per essere salvati. È Cristo che si presenta come una storia differente, un corpo differente, come chi ci aiuta a far memoria della possibilità di una storia differente. Recita il salmo: “Guardate a lui e sarete raggianti, luminosi”. Non è il Cristo che viene a spiazzare i signori della storia per mettersi al loro posto, è la vita di Cristo, il corpo, il sangue: questa simbologia, profondamente bella, è sottile, umana: il corpo e il sangue sono i simboli della vita, della vita più quotidiana, più semplice, più reale, affettiva, psicologica, razionale, sociale. A partire da qui possiamo intraprendere il cammino della pace.

Dei due un popolo solo
Leggendo questi versetti a partire dai nostri contesti storici, comprendiamo che essi ci chiedono di ampliare l’orizzonte, di uscire dai ghetti dei nostri popoli, della nostra mentalità, delle nostre piccole o grandi appartenenze. È importante appartenere. Se la pace non c’è, c’è di essa un forte desiderio. Tutta la natura, le persone, la nostra vita, le nostre cellule cercano sempre di vivere. Entrare nella dimensione di appartenere alla vita è la cosa più importante.
Le appartenenze sono importanti se sono dei punti di inizio. A nessun popolo e a nessuna persona si richiede di rinnegare le proprie radici, di non riconoscere da dove viene o chi l’ha fatta crescere. A tutti noi, però, per alimentare il sogno della pace, viene chiesto di fare delle nostre appartenenze dei punti di inizio, non dei punti di arrivo. Altrimenti continueremo a parlare di due popoli, di due culture, nel dualismo che ha segnato il cristianesimo e la filosofia, con i danni che questo ha comportato.
Cristo è venuto a fare dei lontani vicini. Il riferimento è a un mondo ampio, non solo alle culture di altri popoli, ma alla cultura postmoderna, nella quale, piaccia o meno, gli spazi si sono allargati. La Chiesa ha paura della cultura postmoderna, e preferisce ad esempio parlare dell’inculturazione.
Fare un popolo non significa volere l’uniformità, bensì creare l’ambiente della pace, con una ricostruzione paziente, conservando sempre le dimensioni profondamente umane che si riferiscono a Cristo, al sangue di Cristo, al suo corpo. Queste sono anche le dimensioni della vita dei cristi, delle persone che danno il loro sangue. Il sangue – lo sappiamo bene – è un prezzo troppo alto. Basta!
Nelle settimane scorse, per mandare via dalla Bolivia un governo falso, l’ex-presidente, quattro ministri, la moglie del presidente e i nipotini, sono morte cento persone e ci sono stati feriti, mutilati, gente che per sempre sarà segnata. Quasi tutti gli anni in Bolivia – ma anche in altri Paesi latinoamericani e in altri continenti – per cambiare situazioni bisogna versare del sangue. Nessuno oggi vuol essere martire. Come possiamo continuare a pensare la storia sacrificando gente? Oggi dobbiamo cambiare la teologia del sacrificio, è una teologia troppo sacerdotale nel senso negativo del termine, che fa riferimento al bisogno di offrire sempre qualcosa…
Come aiutarci a vedere che questo sangue, questo corpo, si possono dare, donare in altro modo? Queste sono le sfide del mondo occidentale, dei movimenti pacifisti o dei gruppi di base: come il nostro corpo può difendere il sogno della pace senza dare il sangue.
Qui si propone Cristo e il mistero: Cristo è oggi l’annuncio della vita, della vita umana. Credo che uno dei punti più belli della Pacem in terris sia l’indicazione dei segni dei tempi da parte di Giovanni XXIII. Sono categorie che ancora adesso fanno discutere, che ancora adesso provocano una forte riflessione per cambiare la vita: i popoli, le donne, quello che era il movimento operaio. Tutta la storia quotidiana di gente che deve lavorare per vivere, che non ha tempo da perdere, che deve lavorare anche tanto per poter appena vivere. L’invito, dunque, è di ritornare a guardare la nostra storia per riscoprirci in molti: non siamo due, siamo tanti e dobbiamo imparare a vivere, perché siamo tanti.

Uscire dai monologhi
Nella costruzione della pace in questo senso, dove sono le donne? Nella Pacem in terris uno dei segni dei tempi erano i movimenti: erano uno scandalo in quel momento quei movimenti femministi. Erano le donne. Adesso io rivendico questo spazio non come donna ma come segno della necessità di riscoprire sempre delle alternative: le donne sono alternative. E invece abbiamo una politica profondamente maschile, per non dire maschilista. Abbiamo una Chiesa profondamente maschile, per non dire maschilista, formiamo la società sempre con questi parametri unidirezionali di quello che già conosciamo.
La logica a rovescio di Paolo (lettera ai Corinti) è la sapienza della Croce, che non è un crocifisso ma le logiche di speranza che cercano la vita. E la cercano davvero. Dobbiamo uscire dai nostri monologhi perché noi abbiamo strumenti in più per giudicare la realtà. La novità per il cristiano è la possibilità di continuare ad ascoltare l’impossibile, o la possibilità di vedere ciò che l’altro ancora non vede. Credo davvero che tutta la gente che si muove non è solo una minaccia per l’economia, ma rappresenta un altro mondo, la possibilità di creare un altro mondo. Noi ci vantiamo tanto della democrazia, ma quante lotte anche dentro la democrazia! La democrazia non è un modello assoluto. Forse oggi è tempo di trovare altri modelli, ci sono – ci possono essere – altre soluzioni. Però le soluzioni partono dal basso, non dai nostri monologhi o da affermazioni del tipo: “Abbiamo fatto sempre fatto così!” oppure “Questa è la nostra tradizione”. In questo momento credo che anche la Chiesa e il cristianesimo dovrebbero essere un’alternativa, ma di fatto non lo sono. La Chiesa è l’istituzione che ha più paura: delle donne, dei poveri.
I poveri nella Chiesa hanno spazio solo se possono essere assistiti, quando sono intelligenti e fanno i loro cammini, i poveri non ci piacciono tanto, perché non servono più.

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