ECONOMIA

Una fraternità civile

È possibile un’economia che faccia rima con fraternità?
La proposta di Luigino Bruni e l’economia civile di Antonio Genovesi.
Riccardo Milano (Responsabile delle relazioni culturali di Banca Popolare Etica)

Nell’immaginario collettivo si è molto sicuri che parole come felicità, gratuità, reciprocità, fraternità, e similari, siano da addebitarsi alle categorie dello spirito e basta, senza addentellati con la vita concreta a meno che non sia “santi”. Non è affatto così.

Infatti, quelle parole, alla base dei pensieri filosofici, morali e teologici, sono intrinsecamente legate non solo ai comportamenti che dovrebbero dare un senso alla vita di ogni persona, ma hanno avuto un’influenza enorme nel pensiero economico a cominciare da Aristotele, per poi proseguire fino al secolo XIX. Il secolo trascorso, specie nella seconda parte, ha dedicato molto più tempo alla riflessione sulla pura creazione di ricchezza, come fine assoluto di un ipotetico benessere individuale, piuttosto che a un’attività di creazione di un ben-essere personale diffuso in cui l’uso dei beni economici fosse appunto destinato a una serie di rapporti vitali (persona verso persona, persona verso ambiente, ambiente verso mutualità generazionale e così via).

Il nuovo millennio, anche a causa della crisi che ha sconvolto tutto il mondo, compreso quello delle idee, sta impostandosi in modo diverso e la riflessione socratica (“Come bisogna vivere?” si chiedeva nel Gorgia) sta cominciando a imporsi proprio per un nuovo paradigma di vita.

La felicità

L’economia che, anche tramite un uso sconsiderato della finanza, ha avuto un ruolo enorme nel peggioramento delle condizioni di vita per l’umanità, sta pian piano riprendendosi quello che aveva tralasciato e su cui aveva scommesso agli inizi della riflessione economica organica dei pensatori del Settecento che avevano dato luogo all’Economia Civile e all’Economia Politica.

In quel tempo, quelle parole erano la base delle teorie economiche che volevano vedere e raggiungere il bene dell’uomo e non destavano meraviglia se coniugate in modo economico. Si pensi alla felicità: su questo concetto è basata così tanta riflessione che dall’economia (si pensi alla corrente dell’Utilitarismo sia in Economia che in filosofia, NdA) si è persino riuscita a influenzare la politica. “Mentre gli USA ponevano nella loro dichiarazione di indipendenza (1776) il diritto alla ricerca della felicità a pietra angolare della loro way of life, in Italia, a Napoli in particolare, si parlava da decenni di ‘pubblica felicità’, un’espressione che per lungo tempo era anche sinonimo della tradizione italiana di economia civile. La felicità pubblica nasce da un’etica delle virtù e del bene comune, mentre la ricerca della felicità mette al centro l’individuo. In questi tempi di crisi stiamo vedendo che la stessa ricerca individuale di felicità non si compie senza prendere sul serio la dimensione sociale e relazionale. Non c’è felicità individuale senza quella pubblica. In Toscana, nel Settecento, l’espressione usata dagli economisti di questa terra, eredi dell’Umanesimo civile, era benestare, che ricorda il seniano well-being” (www.scuoladieconomiacivile.it). 

Fraternità

Ma, per essere ligi al nostro tema, dobbiamo concentrarci su un’altra parola basilare: fraternità. Sì, sembra strano immaginare la fraternità come uno dei cardini dell’economia. Eppure “la fraternità è il principio dimenticato della modernità, che ha sviluppato la libertà e l’uguaglianza, mettendoli alla base dei due principali sistemi economici dell’Ottocento e Novecento (capitalismo e socialismo), ma ha dimenticato il più fragile, ma essenziale, principio. La fraternità è un bene di legame, che fa sì che gli individui liberi e uguali diventino anche persone, cioè individui in relazione tra di loro. L’economia moderna soffre per mancanza di fraternità civile, e il suo posto lo prende il comunitarismo (dove la comunità diventa un io gigante), o l’anomia solitaria del capitalismo” (Luigino Bruni, Fraternità e Bene comune alla luce della Charitas in Veritate. In internet, NdA). 

Scrive Bruni, nello stesso libro: “Possono essere tante le traduzioni del principio di fraternità in economia (omissis). Antonio Genovesi, ad esempio, l’economista napoletano del Settecento che possiamo considerare il fondatore della tradizione dell’Economia Civile, poneva la categoria della fraternità al cuore del suo sistema economico”. Quindi, bisogna partire dal suo luogo naturale che è all’interno della reciprocità che, insieme allo scambio d’equivalenti (produzione e commercializzazione dei beni verso denaro) e alla redistribuzione dà il senso dell’economia. E Stefano Zamagni (in La fraternità come principio regolativo dell’economia. In Internet, NdA) prosegue nella stessa direzione: “Nella storia del pensiero economico il principio di reciprocità ha giocato un ruolo fondamentale, iniziando a scomparire dalla scena – e quindi dall’insegnamento e dalla ricerca dell’economista – con l’avvento della rivoluzione marginalista nella seconda metà dell’Ottocento. Con l’affermazione del pensiero economico edificato sulle tesi dell’utilitarismo di Bentham, la parola reciprocità viene cancellata. Il personaggio cui si deve quest’operazione molto sottile è l’inglese Philip Wicksteed, autore di un famoso libro (The Common Sense of Political Economy, a cura di L. Robbins, London, Macmillan, 1933) in cui propone l’espressione “non tuismo”. Secondo questo studioso, il discorso economico finisce nel momento in cui l’agente economico riconosce nell’altro un “tu”. Da qui la conclusione secondo cui la relazione economica va fondata sul “non tuismo”. Cosa vuol dire che “l’altro è un tu”? Vuol dire che l’altro è un soggetto al quale io riconosco un’identità e, simmetricamente, la capacità di riconoscere in me un portatore di identità. Nel momento in cui questo avvenisse – sostenne Wicksteed – saremmo fuori dell’orizzonte economico: si entrerebbe nella sociologia o nell’antropologia. Per dirla in termini un po’ brutali, “business is business”, ossia “gli affari sono affari”. Per fare affari non bisogna guardare in faccia nessuno perché, nel momento in cui io ti guardo in faccia, scopro il tuo volto e non posso più fare una transazione economicamente profittevole. In sintesi: per realizzare un profitto, io devo dimenticare non solo la mia identità ma anche la tua identità. È questa la posizione fondamentale che sorregge gran parte di tutta la produzione scientifica in campo economico. Eppure tutto questo non è mai stato chiaramente esplicitato. Si è certamente liberi di credere al non-tuismo, ma è necessario dichiararlo fin dall’inizio del discorso, se si è intellettualmente onesti”. E continua: “A cosa mira il principio di reciprocità? Mira a mettere in pratica la fraternità. Anche questa parola, come direbbero gli psicologi, è stata rimossa. Eppure, essa appare già nella triade ‘liberté, égalité, fraternité’: in nome della fraternità, oltre che della libertà e dell’uguaglianza (nel senso dell’equità), è stata combattuta la Rivoluzione Francese. Terminata la quale, però, un preciso decreto ne sancì l’annullamento”. Riprendendo Bruni: “La modernità nel rifondarsi su nuovi principi, sente allora che non bastavano i diritti di libertà e di uguaglianza per fondare la nuova società. La fraternità doveva anch’essa diventare (almeno nella versione mediterranea dell’Illuminismo) un principio fondamentale nella nuova idea di Bene comune, poiché dice ‘legame’, relazione, patto. Ma essendo un legame, un rapporto, un ‘bene relazionale’, la fraternità è potenzialmente una ‘ferita’, poiché in un rapporto di fraternità non si controlla mai la parte degli altri ai quali liberamente e su un piano di uguaglianza sostanziale mi lego. Per questa sua natura tragica, la fraternità è rimasta sullo sfondo della società moderna, sempre più in ombra” (Luigino Bruni, op. cit.). 

Come cambia la visione dell’economia e del mercato se prendiamo sul serio il principio di fraternità? Come possiamo cioè riconciliare l’idea della fraternità con le leggi e con la natura del mercato? Un’economia civile della fraternità è possibile solo per piccole comunità pre-moderne o ai margini dell’economia di mercato ordinaria? 

Ovviamente no, e il lavoro di tanti economisti è, e sarà, affermare che il principio di fraternità è anche un principio economico. Ad es., la categoria della fraternità tradotta nella vita economia dovrebbe consentirci di pensare che una relazione di mercato possa essere, al tempo stesso, mutuamente vantaggiosa e genuinamente sociale. La virtù della fraternità consente, infatti, di superare anche questa visione dualistica (da una parte il mercato, regno del mutuo vantaggio e del contratto; dall’altra la fraternità, regno del sacrificio e del dono), che finora non ha giovato né al mercato, che a forza di considerarlo non morale lo sta diventando sempre più, né al non-mercato, dove il voler associare la famiglia e l’amicizia alla pura gratuità e al disinteresse spesso ha nascosto rapporti di potere e patologie di ogni genere: basterebbe pensare solo alla questione femminile nelle comunità tradizionali. La fraternità porta a vedere la vita sociale come un insieme d’opportunità da cogliere assieme: il mercato è un sistema che ci consente di cogliere queste opportunità per crescere insieme agli altri, non contro di loro. L’economia di mercato diventa allora un insieme di tanti rapporti cooperativi, un mondo popolato di team temporanei, dove ciascuno legge se stesso in rapporto agli altri. Porta, cioè, a scoprire che il mercato e l’impresa, prima di essere luoghi competitivi, sono network cooperativi sui quali poggia la legittima competizione. Senza questo primato della cooperazione (e quindi del bene comune), neanche i beni privati possono essere raggiunti” (Idem, op. cit.).

Tuttavia, e lo si capisce, l’ambito naturale della fraternità non è l’economia politica capitalistica che ci sta governando con il suo bene totale, ma quello dell’Economia Civile con il suo bene comune (cfr. box “Il bene comune”).

Si capisce allora che il parlare di fraternità in economia è una cosa affascinante e che sicuramente potrebbe essere la molla per cambiare questo nostro modello di sviluppo che è arrivato al capolinea, ma che necessita anche di un impegno forte e pieno di volontà sia nell’elaborazione teorica puntuale (l’economia odierna è puntualissima su qualsiasi argomento ma, purtroppo non si è più interessata al suo senso) e sia nella sua quotidianità. Riprendere quindi un pensiero economico di fraternità  è una strada non solo importante, ma obbligatoria per un futuro dell’umanità.

Quale percorso, allora? Se ormai gran parte del mondo economico capisce che bisogna sostituire i paradigmi utilitaristici con quelli più umani, bisogna – ma tutti! – tornare a scuola di economia. Ed è per questo che è appena sorta, aperta a tutti, la nuova Scuola di Economia Civile – SEC, a Loppiano nel Comune di Incisa Val d’Arno (Fi) dove questi temi, compresa la fraternità, saranno coniugati sia teoricamente che praticamente. L’economia fa parte ormai della nostra vita ed è, come si dice, una cosa troppo seria da lasciarla ai soli economisti! 

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