AMBIENTE

La terra come un giardino

Custodire la terra è custodire l’umanità. È una responsabilità che non possiamo più delegare né rinviare oltre.
Gabriele Scalmana (Incaricato per la Salvaguardia del Creato nella diocesi di Brescia)

“Custodire” (in ebraico šâmar) è un verbo molto usato nella Bibbia. Dio, anzitutto, custodisce il credente (“Custodiscimi come pupilla degli occhi”, Salmo 17,8) e la comunità dei fedeli (“Padre santo, custodiscili nel tuo nome”, Giovanni 17,11). Il popolo è invitato a custodire l’alleanza, la legge, la parola di Dio. Nel Salmo 119,34, ad esempio, il fedele prega: “Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge” e pure Apocalisse 22,7 proclama. “Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro”. Infine, nel simbolismo di Genesi 2,15, è l’umanità intera (Adamo) chiamata a custodire tutta la terra (il giardino): “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”.

Il tema della custodia sta tornando di attualità, in ambito ecclesiale, attraverso la predicazione straordinariamente concreta e diretta di papa Francesco. Fin dalla sua prima S. Messa solenne, come Papa, il 19 marzo 2013, implorava: “Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo ‘custodi’ della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo”. 

E nell’udienza del 5 giugno 2013 ribadiva: “Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). […] Il verbo ‘coltivare’ mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma ad ognuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti”.

Le precisazioni di papa Francesco circa il concetto di “custodia” (responsabilità, operosità, condivisione) non sono inutili o peregrine. Il tema, infatti, necessita di un’opportuna spiegazione per non dare adito a malintesi: bisogna leggerlo nel contesto di tutto il messaggio biblico e con un occhio all’esperienza concreta dell’umanità odierna. Anzitutto “custodire” non è sinonimo di “conservare” tutto e sempre immutato, tanto è vero che nello stesso testo biblico (Genesi 2,15) è accompagnato da “coltivare” (in ebraico ‘avad). La natura non è sacra e intoccabile, anzi proprio la tradizione ebraico-cristiana, in nome dell’unico Dio che elimina qualunque altro dio naturalistico (ninfe dei boschi, genietti delle sorgenti, animali-totem), l’ha, in un certo senso, “laicizzata” e l’ha messa nelle mani dell’umanità. Dio ci vuole co-creatori con lui, ci associa alla sua opera di bellezza e di bontà: in Genesi 1-2,4 il mondo è sette volte bello e tre volte benedetto. Qui sta la sfida. L’umanità possiede una maturità morale sufficiente per utilizzare le potenti tecnologie di cui dispone per “creare” una terra che sia casa accogliente della vita e non per “de-creare” una terra che diventi luogo di morte? La nostra coscienza etica è pari alle responsabilità incombenti? Molti pensatori (ad esempio, Hans Jonas) sono pessimisti. Forse, ancora una volta, la Bibbia ci indica una strada. La “custodia”, ed è il secondo chiarimento, intesa in senso stretto, potrebbe indurre all’estraneità reciproca tra umanità e terra: io, uomo, mi prendo cura di “altro”, la natura. Ma la natura non è “altro” rispetto a noi: anche noi siamo natura. Se l’acqua non è salubre, l’aria non è pura, il cibo non è sano, il clima non è equilibrato, neppure la vita umana sarà felice. Siamo “polvere di stelle”: fatti di atomi e di molecole, gli stessi che costituiscono l’universo. Non situati “sopra”, ma “dentro” il cosmo. Adamo è tratto dal suolo (in ebraico ’adamah; Genesi 2,7), ma anche gli animali sono creati dal suolo (Genesi 2,19) e così in tutti i viventi alberga il medesimo “alito di vita” (Genesi 7,22). Le relazioni ecologiche coinvolgono tutti e tutto. 

Retinità

Custodire (con le precisazioni dette) la natura è quindi anche custodire l’umanità. Sono mondi strettamente interconnessi. Siamo co-crea-tori, ma anche co-creature con la totalità dell’ecosfera. Il prof. Karl Golser, teologo di valore e già vescovo di Bolzano e Bressanone, usa il termine “retinità”: c’è una rete che lega tutto. L’umanità cura la terra, ma la terra nutre l’umanità (“sora nostra matre Terra” cantava Francesco): non l’una senza l’altra (benché con un pizzico di umiltà dovremmo essere consapevoli che la terra sussistette miliardi di anni senza di noi, mentre noi non possiamo neppure pensarci senza la terra!). Questo non significa assegnare a tutto lo stesso valore: rocce, piante, animali, umanità. Senza entrare qui nella questione dello “statuto” ontologico e teologico degli animali e degli altri viventi, è comunque vero che la persona umana possiede una qualità morale e sostanziale maggiore delle altre creature. Ma è appunto per rispettare tale qualità che occorre curare la totalità della vita. “Tutto si tiene” direbbe padre Teilhard de Chardin: solo un ambiente sano può offrire un autentico benessere (anche, ma non soprattutto economico!) ai popoli e alle nazioni. Custodia, quindi, come responsabilità, cura, operosità, condivisione dei beni della terra per creare una rete ecologica globale capace di sostenere la felicità, presente e futura, delle piante, degli animali, dell’aria, dell’acqua, inseparabile da quella degli uomini, delle donne, dei bambini.  

È un compito immenso, ma esaltante. Noi cristiani non possiamo mancare. Si tratta nientemeno di inventare: una nuova politica fondata sulla giustizia, la pace, la salvaguardia del creato: globalizzare la solidarietà e non l’indifferenza, direbbe papa Francesco (cfr. omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013); una nuova economia guidata dalla logica del dono e non più dal neoliberismo predatorio di risorse e di persone (cfr. Caritas in Veritate, 34 di Benedetto XVI); una nuova cultura post-moderna, infine, che coniughi i verbi al plurale della fratellanza cosmica e non al singolare dell’individualismo utilitarista. 

Questi i grandi orizzonti della rivoluzione necessaria, ma a partire da noi e dal nostro quotidiano: i cosiddetti “nuovi stili di vita”. I vescovi italiani hanno assegnato come tema per la giornata del creato 2013 (1 settembre) l’educazione familiare: “La famiglia educa alla custodia del creato”. Suggeriscono di percorrere tre piste: la gratuità come fonte di stupore e di lode per tutti i doni di Dio, la reciprocità che costruisce relazioni positive con le persone e la natura, la riparazione del male per rimarginare “le ferite che il nostro egoismo dominatore ha inferto alla natura e alla convivenza fraterna”. In questo contesto svolge un ruolo primario anche la comunità cristiana, soprattutto attraverso “il profumo della domenica”: tempo di grazia, di amicizia, di contemplazione delle bellezze naturali onde ripartire con vigore per impegnarci nella ferialità dei luoghi consueti a custodire, con tutte le nostre forze, il creato di Dio.

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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