DIGIUNO E PREGHIERA

Linguaggio e mezzi nonviolenti

Il digiuno e la preghiera sono metodi nonviolenti di lotta e resistenza e pratiche ascetiche che rafforzano la costruzione del dialogo come mezzo di risoluzione dei conflitti.
Salvatore Leopizzi (Consigliere nazionale di Pax Christi)

Alla “giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero”, voluta da papa Francesco lo scorso 7 settembre, hanno aderito in tanti. Innumerevoli adesioni a un appello accorato per scongiurare l’intervento armato in Siria e per dire no ad ogni guerra. Adesioni da mondi religiosi, culturali e politici diversi e divisi, che hanno avvertito responsabilità di ciascuno per la sorte di tutti e il dovere morale di respingere con determinazione ciò che è sicuramente disumano. E disumana è ogni forma di violenza, ogni forma di guerra! 

È giunto il tempo di rifiutare per sempre le false ragioni delle armi che arrecano distruzione e seminano morte per adottare le autentiche armi della ragione: l’incontro, il dialogo, il negoziato, l’ascolto reciproco, la trattativa. Ma si comincia solo facendo appello alla coscienza, quella personale e quella dei popoli, per poter raggiungere quella che padre David Maria Turoldo chiamava coscienza delle moltitudini. Così si potranno efficacemente difendere la vita e i diritti di tutti, specialmente dei più piccoli, dei più indifesi. 

Osare la pace

Francesco ha alzato forte il grido per far tacere il crepitio della macchina bellica, per scongiurare altri inutili massacri e ha invitato a sostituire la risposta armata con le strategie proprie della nonviolenza attiva e con le pratiche ascetiche trasversali a tutte le grandi tradizioni religiose: il digiuno e la preghiera! Digiuno e preghiera appartengono al linguaggio simbolico e universale del corpo, comunicano il senso della rinuncia e dell’attesa, della denuncia e dell’invocazione. Gesti semplici e alla portata di tutti, segni fragili e inoffensivi che possono sembrare anche inutili, ma che in realtà sono forme forti di lotta nonviolenta e di resistenza personale e collettiva contro il Male. Il Papa ha ripreso così il detto evangelico, spesso citato anche da don Tonino Bello in occasione della guerra del Golfo e di quella nei Balcani: “Questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e con il digiuno” (Mt 17,21).

Per i credenti, si sa, la pace è innanzitutto un dono che viene dall’Alto, il sommo Bene made in cielo – come diceva lo stesso don Tonino – anzi Gesù stesso è la nostra Pace, è Lui che ha abbattuto il muro di separazione (Ef 2,14). Essa, pertanto, va osata per fede (l’espressione è del teo-logo martire del nazismo, Dietrich Bonhoeffer), e va coltivata innanzitutto nelle regioni più intime e profonde del cuore, lì dove si annida il DNA omicida dell’antico Caino. Certamente per disarmare gli eserciti e fermare i tornado della guerra non basteranno veglie di preghiera e giornate di digiuno. Esse però attestano la volontà di rinunciare all’ideologia ritorsiva del nemico, sempre da punire o a volte da eliminare, e la scelta di curare invece relazioni umane ispirate dalla giustizia e rigenerate dal perdono. 

Milioni di uomini e di donne che, in ogni angolo del globo, digiunano e alzano le braccia verso il cielo, come è accaduto nella stessa giornata dello scorso settembre, si offrono simbolicamente come ostaggio di interposizione tra le parti conflittuali per scongiurare lo scontro. È una schiera disarmata di intercessori, di persone che – per dirla col card. Martini – sono capaci di camminare in mezzo per disinnescare la cariche esplosive e introdurre la corrente eversiva della mitezza. 

Ma rinunciare non basta. Disarmare solo il cuore e la mente non è sufficiente. È necessario anche denunciare per poter disarmare le mani e i laboratori di morte. Disarmare le banche e i loro interessi, la politica dei calcoli meschini. Disarmare il mondo della finanza e dell’informazione. Se vuoi la pace prepara la pace, ripeteva con i suoi convegni fiorentini padre Ernesto Balducci già alla fine degli anni Ottanta. E lo stesso slogan grida oggi, da piazza San Pietro, papa Francesco denunciando le bugie e gli inganni di chi vuole coprire la verità di ogni guerra e gli obiettivi reali che essa nasconde. “Guerre di qua, guerre di là… dappertutto guerre! Ma, mi domando, sono guerre davvero per problemi… oppure sono per interessi commerciali? Sono guerre commerciali, per vendere armi e alimentare il traffico illecito” (Angelus di domenica 8 settembre 2013).

Qualcuno si ostinerà a pensare che le guerre si sono sempre fatte e senza di esse non si può andare avanti. Solo questa può essere chiamata realpolitik. Tutto il resto è sogno di mistici o illusione di ingenui.

Rinucia, annucio, denuncia

Ma è proprio qui il punto decisivo. È con le guerre che non si può più andare avanti e che non ci può essere futuro per nessuno, neppure per chi difende i sacrosanti diritti della democrazia o i più discutibili interessi delle lobbies e dei poteri forti. Oggi, invece, l’unico realismo riconosciuto dalla ragione storica e dalla coscienza umana è il realismo della profezia, il realismo dell’utopia, come ci insegnava lo stesso maestro di pace Ernesto Balducci. 

È il realismo profetico del Vangelo che restituisce alle Chiese il coraggio e la gioia di annunciare la bella notizia che qui, nel nostro mondo, e oggi, nella nostra storia, la Pace – quella senza armi e senza violenza – è possibile, anzi è necessaria ed è doverosa! È questo l’annuncio che apre gli orizzonti globali della speranza e dona slancio e coraggio d’impegno e di cammino comune a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Ce ne siamo accorti in tanti a partire dal secondo conflitto mondiale e lo hanno argomentato personalità laiche della scienza e della cultura, oltre che i Papi e gli esponenti autorevoli di ogni religione. Come non ricordare il grido accorato e fermo di Paolo VI davanti alla solenne assemblea delle Nazioni Unite (1964) Jamais plus la guerre!, dopo che il suo predecessore Giovanni XXIII, un anno prima, aveva già affermato  nella Pacem in terris che ritenere la guerra strumento adatto a ricomporre i diritti violati alienum est a ratione, è estraneo alla ragione, cioè è roba da manicomio! E i ripetuti e, purtroppo inascoltati, appelli di Giovanni Paolo II in occasione del primo intervento armato in Iraq: mai più la guerra, avventura senza ritorno. Mai più la guerra, spirale di lutti, di odio e di violenza! 

Le tragiche notizie delle autobombe che in quel Pae-se continuano a esplodere mietendo quasi ogni giorno centinaia di vittime tra la popolazione civile, confermano la verità e la ragione del realismo profetico di Karol Wojtila. Le cifre spaventose di oltre centomila morti, di quattro milioni di sfollati, di due milioni di profughi di cui più della metà bambini che forse “non potranno vedere la luce del futuro” (papa Francesco all’Angelus), ammassati al di là del confine siriano-libanese, avrebbero dovuto già convincere della necessità di trovare un’alternativa realistica alla “vana pretesa di soluzione militare” (lettera del Papa a Putin per il G20 di Mosca). Il rischio che esploda la polveriera mediorientale e che l’incendio sfugga a ogni controllo propagandosi fino a dimensioni mondiali, deve continuare a spingere la Comunità internazionale e i governanti dei singoli Paesi democratici, Stati Uniti e Unione Europea in testa, a praticare con intelligente pazienza e con saggia lungimiranza l’offensiva strategica della via diplomatica. 

Ascolto e dialogo

La diplomazia è arte del dialogo, fiducia nell’altro e capacità di ascolto. Si serve non solo delle astuzie politiche dei grandi, ma incoraggia anche le esperienze di chi ogni giorno, tra la gente, sperimenta la cultura dell’incontro e della mitezza, la convivialità delle differenze, la soluzione nonviolenta dei conflitti. Si pensi ad esempio alla lunga esperienza interreligiosa avviata proprio in Siria già da molti anni tra cristiani e musulmani da padre Paolo Dall’Oglio (di cui purtroppo non si hanno più notizie) e al Coordinamento Mussalaha (Riconciliazione) che aggrega i vari movimenti nonviolenti e di opposizione non armata al regime. Proprio questi, radicati e diffusi nel tessuto moderato della popolazione, potrebbero rea-listicamente costituire un canale privilegiato di mediazione per un’inversione di marcia. 

E se Francesco chiede “alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, e di guardare all’altro come a un fratello”, risulta evidente che alla coscienza individuale viene riconosciuta la responsabilità di ogni scelta, sia che si tratti di votare nelle sedi decisionali, sia che si tratti di usare le armi. Anche oggi, allora, continui a scuoterci la provocazione ardita e sempre attuale del nostro profeta scomodo e inquietante, don Tonino Bello: “Risparmiateci, vi preghiamo, la sofferta decisione, quale extrema ratio, di dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza la enorme gravità morale dell’uso delle armi che essi hanno in pugno” (Lettera aperta ai parlamentari italiani, 16 gennaio 1991).

Forti della testimonianza martiriale di don Tonino e ora sostenuti dal sorprendente magistero conciliare di papa Francesco, noi di Pax Christi e tutti coloro che si adoperano per la pace nonviolenta siamo chiamati, con rinnovato slancio, a tessere insieme reti planetarie di speranza e imbandire tavoli ecumenici di convivialità.

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