BELLEZZA E SOCIETÀ

Il bello della scoperta

Conoscere l’inedito è come vagare nel mare ignoto, sino al limite del mondo conosciuto.
Scoprire, gustare i segni della storia ci può dare una gioia grandissima.
Gianni Gasparini

C’è una bellezza della scoperta che si può manifestare a diversi livelli. Scoprire significa svelare ciò che era nascosto, non conosciuto da me o dal mio gruppo sociale; al limite, ciò che era ignoto a tutti nel mondo. Può essere la scoperta di qualcosa di invisibile come le onde elettromagnetiche che permettono più di un secolo fa a Marconi di inventare la radio; o come la scoperta-invenzione inaspettata della penicillina di uno scienziato come Fleming che indagava su altri fenomeni. E ci sono scoperte che hanno cambiato la nostra percezione della terra, come quella di Cristoforo Colombo che dopo trentasei giorni di “ignoto mare” trascorsi dalla partenza dalle isole Canarie avvistò una terra nuova, che non era l’India ma un nuovo grande continente del tutto sconosciuto, così come ignoti agli indigeni erano quei naviganti europei. Nei nostri tempi, si può riandare al momento irripetibile dello sbarco sulla luna di Armstrong e Aldrin, usciti da una navicella spaziale, l’Apollo 11, che era stata lanciata da Cape Canaveral  112 ore e 47 minuti prima: a quel primo passo incerto sul nostro satellite che, malgrado la violazione del suo suolo, non ha cessato di ispirare i poeti e di allietare chi dalla terra alzi lo sguardo in alto nella notte.

logo Valdesi L’ansietà dell’esploratore diventa gioia e meraviglia nel momento in cui la scoperta si concretizza, non importa se inaspettata o conforme alle attese nutrite per lungo tempo. Perché questa gioia, che cerca di comunicarsi ad altri e di renderli partecipi? C’è qui, mi sembra, una doppia sperimentazione della bellezza: quella che si esprime nello stupore e meraviglia di fronte all’oggetto della scoperta di ciò che si è appena trovato; e insieme c’è la bellezza legata all’azione in sé dello scoprire,  vale a dire la gratificazione insita nello sviluppare un itinerario costellato di ansie, fatiche e insuccessi ma che non si lascia distrarre dall’obiettivo della ricerca. Penso anche al racconto evangelico dei Magi che vengono dall’Oriente e, nonostante prove e incertezze, non desistono dal loro scopo: giunti a Betlemme, ritrovata la stella e riconosciuto il re-bambino, essi “provarono gioia grandissima” (Mt 2, 1-12), che è la gioia di aver trovato quella cosa preziosa che  cercavano e che  rimase sconosciuta agli altri, a partire dai potenti come Erode.  

Lo scopritore, colui che ha trovato qualcosa di nascosto, prova l’entusiasmo per ciò che nel mondo è nuovo e presenta quella freschezza esaltante di quanto non è ancora stato conosciuto o fruito. La sua esperienza è simile a quella di chi il nuovo cerca di crearlo e di “produrlo”, come il poeta, l’artista: ogni nuovo verso che sia significativo, ogni nuova composizione musicale è un contributo all’arricchimento e al completamento della creazione primigenia. E ogni nuovo figlio d’uomo generato da una donna costituisce  un gesto di creatività sconvolgente che collabora alla creazione (una “procreazione”, appunto): è questa, in fondo, la novità più grande che possa darsi nel mondo, perché ad ogni nuova nascita il mondo stesso viene cambiato.

La Grotta Chauvet

Tra le molte esemplificazioni a cui si presta il nostro tema vorrei sceglierne due che riguardano entrambe scoperte fatte non solo nello spazio ma in qualche modo nel tempo, esplorando luoghi concreti a noi vicini. Il tempo è quello molto antico, preistorico, da cui talora emergono testimonianze imprevedibili, che ci inducono a modificare le nostre interpretazioni del passato e a porci domande che restano senza risposte esaurienti malgrado le potenti dotazioni tecnologiche di cui disponiamo. Il primo caso è quello della Grotta Chauvet, scoperta nell’Ardèche in Francia da uno speleologo dilettante, il signor Chauvet, che nel 1994, attratto da alcuni spifferi d’aria, varcò con due amici la soglia di una cavità che si è rivelata una delle scoperte archeo-logiche più stupefacenti mai avvenute in assoluto: in un percorso di circa 500 metri si susseguono oltre 400 raffigurazioni parietali di animali – di straordinaria qualità e bellezza - che risalgono a circa 30-32mila anni fa e ne fanno l’insieme di rappresentazioni pittoriche di gran lunga più antiche nel mondo. Uno dei pochissimi visitatori ammessi (dato che il sito è di difficile accesso e rischierebbe di essere danneggiato se venisse aperto ai turisti), Gilles Clément, scrittore e paesaggista, ha scritto di essere uscito dalla visita scioccato, destabilizzato “dalla radicalità dell’arte nell’uomo”: anche in questi uomini preistorici, che vivevano nelle grotte a contatto con gli animali e riuscivano con chissà quali difficoltà a raffigurarli, emerge una testimonianza, quella che “l’uomo non tramanda nulla di più importante dell’arte e dei suoi interrogativi” (G. Clément, Breve storia del giardino, Quodlibet, Macerata 2012, p.66). Non sappiamo nulla di coloro che hanno disegnato leoni e cervi, orsi e mirabili teste di cavalli, ma la loro traccia riesce, incredibilmente, a comunicare bellezza anche a noi, trentamila anni dopo. 

Il Museo di Otzi

La seconda scoperta, ben nota oramai ai milioni di persone che hanno visitato in questi anni il Museo archeologico di Bolzano, è quella di Otzi, la mummia scoperta casualmente ai bordi del ghiacciaio del Similaun nel 1991, in Alto Adige a 3200 metri di altezza, a pochi metri dal confine austriaco. Vale la pena di osservare che la scoperta è avvenuta materialmente non solo per una serie di circostanze fortunate di tipo climatico-ambientale, come avverte un pannello del museo, ma perché due maturi coniugi tedeschi, in vacanza nella zona, hanno deciso a un certo punto di camminare al di fuori del sentiero. Le scoperte avvengono infatti, di solito, se si lasciano le strade battute, se ci si pone ai margini delle conoscenze acquisite, se si esplorano nuove ipotesi e nuovi approcci. In ogni caso, la scoperta è stata e rimane sensazionale, senza paragoni con altri ritrovamenti nelle Alpi: un uomo che viveva da 5100 a 5300 anni fa stava attraversando un ghiacciaio a oltre tremila metri di altezza, forse con degli animali al suo seguito, così come può avvenire ancora oggi nonostante le condizioni ambientali in parte mutate. Per una serie di rarissime concomitanze, il corpo di questo uomo, che venne ucciso da una freccia con la punta di selce, si è mantenuto per oltre 50 secoli sotto il ghiaccio ed è riemerso mummificato, offrendo alla nostra meraviglia e alla nostra sete di conoscenza una serie di elementi collaterali – le vesti, gli alimenti, gli strumenti e le armi che portava con sé – ma lasciando intatto il mistero della sua identità personale e sociale, della sua provenienza, degli obiettivi del suo passaggio sulle Alpi.  

Colpisce vedere gli oggetti di cinquemila anni fa di cui si serviva Otzi: le foglie di acero perfettamente conservate con cui presumibilmente avvolgeva le braci per poter riaccendere il fuoco, un contenitore in corteccia di betulla, i grani di farro di cui si alimentava (sono i più antichi mai trovati al mondo) e una bacca di prugnolo, esattamente come quelle che si possono raccogliere a ottobre in montagna per farne gelatine; e poi i calzari di cervo, il copricapo di orso, le pelli di capra; e l’astuccio finemente lavorato del “temperino” con la lama di selce che si portava addosso, oltre alle frecce e a un’ascia con la punta di rame.  Il corpo mummificato di Otzi è conservato in una teca di cristallo a temperatura costante affinché si mantenga indefinitamente: guardandolo ho provato un sentimento di pietas per questo camminatore-attraversatore delle Alpi come potremmo essere noi oggi, pur se in condizioni ben diverse; ho pensato che, attraverso il mistero indecifrabile della sua storia, della sua vita personale e delle sue appartenenze sociali, avevo davanti un uomo come me. Un uomo non così diverso da me che vivo in una società di cinquemila anni dopo, la quale con i suoi strumenti eccezionali riesce a indagare nel passato e a farmi vedere qualcosa di incredibile, una mummia nelle Alpi.  

Uscendo dal Museo di Bolzano, ho cercato di pensare che anche Otzi era, è un fratello. E mi sono venute in mente, per una associazione tra tempo, spazio e universo, le pagine della “Messa sul mondo” che Teilhard de Chardin, scienziato paleontologo oltre che gesuita, celebra un giorno senza pane e senza vino nella solitudine di un deserto della Cina, intuendo l’unione mistica fra tutti i viventi e pregando in particolare per quelli che “hanno fede nel progresso delle Cose” (P.Teilhard de Chardin, L’inno dell’universo, Il Saggiatore, Milano 1972, “La messa sul mondo”, p.17). 

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