PAROLA A RISCHIO

Il sogno di una città

Dalla Babele della confusione e del rumore assordante alla scoperta dello spazio armonico per ciascuno, dell’ignoto e della leggerezza dello stare insieme senza annullare le diversità.
Cristina Simonelli (Teologa)

Babele occupa uno spazio di confine nella Bibbia, fine di quei capitoli 1-11 che sono parabola dell’umano nelle sue articolazioni ma anche inizio della vicenda successiva, che ha un nome, una lingua, un clan, quello di Abramo figlio di Tares e sposo di Sara. Dei confini possiede la rischiosa e affascinante possibilità del doppio: due facce e due significati – un sogno nelle nostre mani, ma con diversi finali possibili.

Babele

Il nome della città può, infatti, significare “confusione” e di questa è praticamente sinonimo nelle lingue occidentali, scomposto assordante sovrapporsi delle lingue e delle voci. Ma diversamente letto può significare Bab/el, porta di Dio, esattamente come Beth/el significa casa di Dio: e a certe condizioni può esserlo, come in altro caso è disarticolazione senza esito. Il progetto di Babele può infatti impressionare come esercizio di arroganza: ma quello che in realtà dovrebbe far più paura è quanto viene detto in precedenza – «avevano una sola lingua, la parola era una». Questo potrebbe rappresentare il sogno di una città unita, di un impero forte, di una religione convincente. Ma quell’unità si rivela essere mistificante uniformità: esclusione della differenza, sospetto per la diversità, impensabilità dell’ignoto. Per questo la confusione che nasce dopo appare forse punizione, ma è piuttosto inizio di una storia possibile, principio di un cammino faticoso, ma adeguato all’umano.

Tutti uguali?

Il sogno di uniformità, invece, è delirio di superiorità di “razza”, è elogio di preteso universale che nasconde il predominio di qualcuno, è incapacità di intuire una città ospitale piuttosto che una torre che coinvolga tutti nella rovina. In questo modo Babel parla di noi: della storia insanguinata del Novecento ma anche di questo scampolo di millennio appena avviato e già  denso di pesanti incertezze. In questo modo Babel parla a noi: invitando piuttosto a prove di traduzione, a pazienti costruzioni, a interruzioni che evitino il crollo.

Fra le molte declinazioni che questo tema può avere ne sottolineiamo qui tre: non tre pezzetti da sommare, ma tre punti di vista che si implicano reciprocamente – e lo facciamo mettendo in gioco parole di altre e di altri, pubblicate e dunque rintracciabili. Il primo punto di vista può apparire scontato, ma è tanto più necessario quanto più facilmente rimosso: la differenza sessuale è inclusiva delle altre differenze, le attraversa e le può custodire o, il che è quasi la stessa cosa, le può giudicare quando al loro interno conservino e potenzino una struttura patriarcale. Annarosa Buttarelli (Sovrane, 2013) declina il tema in maniera estremamente efficace: “Nessuna riforma darà buoni frutti se non si riprendono dalla radice i motivi e le pratiche con cui rendere immaginabile una nuova convivenza. [...] Mi riferisco a quella che sta all’origine e alla base di tutte le altre, e sta perfino alla base della forma presa dalle istituzioni della democrazia occidentale e del senso dato alla controversa idea di ‘sovranità’: la convivenza tra uomini e donne”.

Il secondo punto di vista è rappresentato dalle diversità culturali, non come “offerta di un facile multiculturalismo”, ma come istanza di giustizia per una composizione del conflitto nella sua stessa genesi. Mi riferisco allo scritto, per certi versi inaspettato, con cui Judith Butler, filosofa nota piuttosto per le sue posizioni “di genere e oltre il genere a un tempo”, dice una propria parola per una ebraicità senza sionismo, per un modo etico di abitare la terra. Strade che divergono (2013) si apre e si chiude in confronto serrato con i poeti palestinesi Mahmoud Darwish e Edward Said e in questo dialogo è fondamentale un ripensamento dell’identità come proposta etica e politica: “perché l’identità è aperta al molteplice, non è rocca né trincea” (Darwish). Quando a dire questo è chi è rimasto senza casa e senza terra, il romanticismo svanisce per lasciar posto a una pratica di pace che porta in sé la possibilità che le cose siano diversamente da come sono, che sia edificabile non una torre che tocca perfettamente il cielo, ma una città ben piantata sulla terra. Sempre secondo questa lettura – a questo punto a tre voci, perché si unisce anche il contrappunto di Butler – questo compito è l’unico adeguato, “nel luogo impossibile del non ancora, che sta accadendo in questo momento”.

La tensione etica che percorre l’assunto riprende il tema di scritti recenti della stessa autrice (Vite precarie e il breve A chi spetta una vita buona? - 2013) e connette l’idea di identità plurale che si lascia interrompere dall’altro a quello di vite “non dispensabili”, di cui non si può fare a meno: di fronte alla valutazione differenziale della vita, si dovrebbe piuttosto rifare la mappa, pensando a ogni vita come degna di cura e in ultima istanza “degna di lutto”. Vedere come funzioni il meccanismo dell’esclusione senza falsificarlo sarebbe insensato o perverso. 

L’ignoto

Infine, il terzo punto di vista si raccoglie attorno al tema dell’ignoto e prende avvio da una proposta dello psichiatra Eugenio Borgna, nelle cui pagine intrecciate con la letteratura e la filosofia babele mostra l’efficacia che può avere la molteplicità dei linguaggi. La dignità ferita (2013) si occupa di tante cose: “l’ombra e la grazia, la pesantezza e la leggerezza, l’oscurità e la luce, il dolore dell’anima e la stella del mattino, la dignità ferita e la dignità salvata, sono esperienze che si intrecciano l’una nell’altra e fanno parte della vita di ciascuno noi”. Fra tutti questi aspetti c’è anche una fenomenologia dell’ignoto: quello che appare nella vita quotidiana e nell’incertezza del futuro, quello che si manifesta in chi arriva da terre lontane o in chi abita luoghi mai visti prima e così via. Fra tutti questi ha un spazio significativo, comprensibilmente, l’ignoto che si presenta nel disagio psichico, “laghi oscuri e ignoti che lo allontanano dai comuni paradigmi ermeneutici”. L’assunto generale, più volte riproposto, non è unicamente il profondo rispetto che solo può rendere terapeutica una relazione, ma anche la convinzione che in siffatta relazione ognuno impara a meglio comprendere la propria umanità. Così, ad esempio, si può “pensare ai malintesi in cui si cade quando ci limitiamo a guardare alla superficie delle cose senza cercare di cogliere cosa si nasconda nella profondità delle nostre esperienze; ai pregiudizi, così facilmente radicati nella nostra vita, che ci portano a considerare come dotate di senso solo le situazioni e le circostanze immerse nella chiarezza cartesiana, e non quelle sommerse dalle ombre e dalle penombre delle emozioni ferite; e, infine, alle angosce dalle quali siamo lacerati quando ci confrontiamo con la realtà della follia e dell’ignoto che l’accompagna, senza intravederne le donazioni di senso così ostinate e così resistenti, così nascoste e così palpitanti di vita”. 

Senza lo spazio per accogliere l’ignoto o meglio forse l’inatteso non c’è alterità, non c’è convivenza, non c’è città possibile. Così come senza questo spazio fatto accogliente – interiore e politico a un tempo – non c’è accoglienza dell’Altro: si può fare religione ma non ci può essere fede. Le nostre molte confusioni possono però sognare ancora, perché quella città ospitale è nelle nostre mani e insieme ci raggiunge come l’inatteso che irrompe.

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