AFRICA

La trattativa di Addis Abeba

Sud Sudan: uno Stato giovane e già in guerra. Tra petrolio, guerra e controllo del territorio, quali sono le prospettive di pace e democrazia?
Carla Bellani (Rete Campagna Sudan)

Le radici 

Il 9 luglio 2011 nasceva, nell’esultanza della popolazione, il Sud Sudan, il più giovane Paese d’Africa. La separazione dal Nord avveniva dopo un referendum di autodeterminazione previsto dagli accordi di pace del 2005 che avevano messo fine a un guerra civile tra Nord e Sud, durata quasi ininterrottamente dal momento dell’indipendenza del 1956.

Si arrivava però alla separazione, senza aver trovato una soluzione a importantissime questioni che non erano state affrontate adeguatamente nei protocolli di pace. C’era la questione del controllo delle aree petrolifere contese tra Nord e Sud, causa di ripetuti e violenti scontri militari. Quella dei lunghi tratti di confine non ancora definiti, che davano adito a ricorrenti sconfinamenti armati negli Stati di frontiera. Restavano irrisolti anche i decennali contrasti tra i vari gruppi etnici del Sud Sudan, spesso cavalcati per fini politici e sfociati in tanti episodi di guerriglia aperta e incontrollata. Inoltre, la prostrazione economica della maggior parte della popolazione al limite della sopravvivenza in un Paese privo di infrastrutture e servizi di base, creava ostacoli alla coesione sociale e all’unità interna. Il nuovo Stato del Sud Sudan versava, dunque, in una situazione di insicurezza e instabilità proprio nella prima fase della post indipendenza, nel periodo più delicato della transizione a Repubblica autonoma, quando doveva darsi un proprio assetto istituzionale. Più volte queste questioni irrisolte hanno rischiato, dal 2011 in poi, di riportare il Paese in uno Stato di guerra e di creare ancora grosse sofferenze a una popolazione già stremata dal precedente, interminabile conflitto civile col Nord.  

Petrolio e guerra

Il Sud Sudan galleggia su un mare di petrolio e i pozzi sono per lo più collocati negli Stati settentrionali divenuti teatro degli scontri iniziati a metà dicembre 2013: lo Stato di Unity, Upper Nile e poi Jongley, già tormentato da pesanti scontri etnici.

La miccia che ha innescato lo scoppio va cercata nella contrapposizione frontale tra le due figure di maggior spicco della politica sud-sudanese: il presidente Salva Kiir di etnia dinka e il suo ex vice Rieck Machar, di etnia nuer. Questi avrebbe accusato di derive dittatoriali il presidente Kiir che l’aveva destituito dalla carica di vice-presidente e anche da quella di membro dell’ufficio politico del Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm). Da parte sua, Kiir avrebbe accusato Machar di aver ordito un colpo di stato nei suoi confronti. Alle accuse reciproche è subentrato un regolamento di conti tra alcuni ufficiali dinka e nuer e, subito dopo, sono spuntate le armi pesanti; si è cominciato a combattere nella capitale Juba e poi in altre parti del Paese con la violenza tipica degli scontri tribali tra dinka e nuer, le due etnie maggioritarie che governano nella parte meridionale del Sud Sudan. 

La popolazione ha capito subito che i militari dei due clan sarebbero presto passati alle retate casa per casa, con la classica caccia al nemico identificato in base al gruppo etnico, così si è riversata per strada, ha raggiunto i compound delle Nazioni Unite che sono stati presi d’assalto da una folla di uomini, donne e bambini terrorizzati. Secondo l’inviato speciale dell’Onu, Ivan Simonovic, sia l’esercito di Kiir che i ribelli di Machar hanno compiuto atrocità e abusi sui civili. Addirittura le città di Bor e Bentiu capoluogo degli stati di Jonglei e Unity, sono state ridotte a città fantasma. Bor è stata conquistata e riconquistata a colpi di offensiva e controffensiva dagli opposti eserciti. 

Bentiu, situata nel mezzo dei campi petroliferi che producono il 30% di tutto il greggio sud sudanese, saccheggiata e incendiata, non esisterebbe più. 

In nome del petrolio si è mosso anche l’attivismo degli Stati esterni: l’Uganda è intervenuta con bombardamenti aerei, mentre il Sudan si è messo sul piede di guerra. Secondo stime Onu, si contano più di 400 mila sfollati, di cui circa 80 mila ammassati nella base della missione Onu UNMISS. Testimoni delle emittenti radiofoniche locali riferiscono di migliaia di morti, di fosse comuni, di decine di migliaia di profughi in marcia per sfuggire ai combattimenti. È di alcuni giorni fa, la terribile notizia di due battelli con a bordo ciascuno circa 200 civili in fuga, naufragati nelle acque del Nilo. 

La società civile

Davanti a quest’ondata assurda di violenza, si stanno alzando le voci dei settori più attenti e responsabili della società civile che, mettendosi dalla parte della gente e delle vittime, chiedono con forza una tregua immediata e sollecitano una via politica alla pace. È il caso della diaspora sud sudanese raccolta nel cartello “Rally for peace and democracy” che, in un comunicato stampa, fa una lettura politica sulla crisi in corso e indica i passaggi istituzionali e politici necessari per far uscire il Paese dal baratro. Innanzitutto contesta, argomentando, la tesi del colpo di stato contro il presidente Kiir e sostiene invece, che è in atto un conflitto etnico tra dinka e nuer, premeditato e preparato nel tempo con azioni graduali sia sul piano politico che militare. Contesta pure che la crisi in corso possa risolversi approdando a una formula di governo condiviso tra le parti in causa; chiede pertanto un governo sostitutivo-provvisorio con il compito di perseguire la riconciliazione e l’unità del Paese e col compito di rinsaldare le istituzioni riformandole in senso federale. 

La diaspora sud sudanese si rivolge anche agli organismi regionali di cui il Sud Sudan fa parte (IGAD, Unione Africana) e alla comunità internazionale chiedendo, in termini perentori, di attivarsi positivamente nelle direzioni puntualmente segnalate. 

A questo invito seguono alcuni severi avvertimenti: se non si agirà in tal senso, i responsabili dei massacri e i rispettivi mandanti verranno deferiti ai tribunali competenti e alla Corte Penale internazionale per essere perseguiti.

Un’altra voce forte è stata quella dei “Cittadini per la giustizia e la pace in Sud Sudan”.

Nel loro appello scrivono:“Noi cittadini sud sudanesi, allarmati e preoccupati per le violenze in corso, per le continue uccisioni di vite innocenti e la distruzione dei nostri beni…, ci assumiamo la responsabilità morale di essere una forza positiva per la pace e la giustizia. Prendiamo atto che quella che era, all’inizio, una disputa politica è diventata, ora, una crisi che dilania il nostro pae-se. Come cittadini, membri di accademie, Chiese, ONG nazionali…, pur nella tristezza del momento, ci troviamo uniti sui seguenti punti: 

-  Non esiste una soluzione militare al conflitto in corso.

- Le violenze hanno portato a galla la questione della legittimità dell’attuale governance in Sud Sudan e hanno smascherato il principio, sostenuto dalle parti in conflitto, di operare per l’interesse del popolo. Il fallimento delle istituzioni chiave per il Paese (esecutivo, legislativo, giudiziario, militare) hanno contribuito a determinare questa crisi. I principi basilari della buona governance e dei diritti umani sono stati ignorati, a partire dalla costituzione, dalle elezioni, dalla libertà di espressione, dall’esercizio della giustizia, della pratica della riconciliazione e della riforma delle forze armate”. Il testo dell’appello prosegue poi tracciando i passi da compiere per un processo di pace inclusivo di tutte le componenti del Paese e che possa portare alla democrazia.  

Un’altra presa di posizione chiara e autorevole è venuta dal Consiglio delle Chiese sud sudanesi nel documento ”Lascia vivere il mio popolo in pace e armonia.” I firmatari esprimono profondo dolore per le tante vittime innocenti, solidarietà a chi ha perso i propri cari e mettono in guardia la popolazione dall’entrare nella spirale della vendetta. Alle parti in lotta chiedono un immediato cessate il fuoco, il rispetto delle vite dei civili; chiedono di consentire alla legge di fare il suo corso nei confronti di quanti si sono macchiati di crimini orrendi. I mediatori regionali e internazionali, che ad Addis Abeba stanno conducendo la trattativa tra le parti nemiche, auspicano il coraggio e la determinazione di arrivare al più presto a una soluzione concordata. Esortano tutte le Chiese e i partner ecumenici a costruire insieme una piattaforma per promuovere il dialogo per la pace e la riconciliazione personale e comunitaria.

La trattativa di Addis Abeba è in corso dal 1 gennaio 2014 sotto la mediazione dell’Autorità interregionale per lo sviluppo (IGAD). Fonti locali di informazione dicono che l’accordo per il cessate il fuoco sta per arrivare. Trapelano anche alcune indiscrezioni su alcuni punti specifici. Ci auguriamo che la speranza di pace non venga ancora una volta delusa! 

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