STATI UNITI

La vendetta non serve

Tomorrows Peaceful – Familiari delle vittime dell’11 settembre.
Una scelta controcorrente nell’America di Bush.
Kelly Colleen

Siamo i “Familiari delle vittime dell’11 settembre”. Siamo divenuti un’associazione ufficialmente riconosciuta il 14 febbraio 2002, ma molti tra noi si erano conosciuti tramite internet o i mass media. Provavamo una profonda rabbia allorché fu sferrato l’attacco ai danni dell’Afghanistan e decidemmo di proporre una marcia da Washington a New York per esprimere il nostro dissenso. In quell’occasione decidemmo di darci una forma associativa per proseguire nel nostro impegno.
Avvertivamo una profonda solitudine non solo rispetto al nostro dolore, ma anche di fronte all’opinione pubblica americana. La possibilità di rivederci e confrontarci, ci ha permesso di sostenerci l’un l’altro e di vincere questo senso di solitudine. Ci siamo dati due obiettivi: dare una risposta fondamentalmente nonviolenta sia al terrorismo che alla violenza in generale e creare una rete in tutto il mondo per rompere questo muro invisibile di silenzio tra famiglie che hanno avuto esperienze simili. Tra le tante persone incontrate in questi anni ho conosciuto un prete anglicano, un sudafricano che era rimasto vittima di un attentato a causa del suo impegno quotidiano accanto alle vittime dell’apartheid. In lui ho ritrovato espresso un concetto di riconciliazione che non prescindesse da quello che definirei risarcimento della giustizia. In qualsiasi progetto di ristabilimento di uno stato di giustizia e di ricostruzione di una vera riconciliazione, ci deve essere – da parte di chi ha causato il danno – il riconoscimento di aver compiuto un’azione sbagliata che ha causato dolore e male. Se questo non avviene non si può parlare di risarcimento.
Il secondo passo importante è chiedere scusa, con piena consapevolezza. Il terzo passo è che, riconosciute queste due cose, ci sia qualche atto concreto. Un gesto concreto può essere anche accettare la condanna: “Ho commesso un crimine, ne sono consapevole, devo sottomettermi alla giustizia”. Sulla base di queste riflessioni, l’avvio e l’attuazione di un processo di riconciliazione non avviene necessariamente in un arco temporale breve. Anche le fasi di cui parlavo non devono necessariamente realizzarsi nell’ordine con cui le ho elencate senza nulla togliere alla loro importanza.
Il nostro messaggio è che la vendetta è del tutto inutile e non solo secondo una valutazione morale, ma anche a un livello pratico. Prima che americani, noi siamo esseri umani e crediamo che la vendetta sia inutile perché non restituisce ciò che è perduto né ripristina lo stato delle cose prima dell’accaduto. Al contrario innesta un processo senza fine, a catena. Comprendo i sentimenti umani di chi prova rabbia o desidera vendetta e non giudico questo sentimento, non esprimo valutazioni di alcun tipo. Ritengo che sia qualcosa che è dentro lo stesso essere umano.
Anch’io avrei desiderato conoscere l’assassino di mio fratello, e non nascondo che quando ho appreso dell’attentato alle Twin Towers e della morte di mio fratello ho provato alcuni barlumi di questo sentimento. Nonostante ciò, penso che questo desiderio di vendetta personale deve essere superato soprattutto nei confronti della strage dell’11 settembre perché occorre guardare più in profondità. Avverto questa esigenza come l’inizio di un cammino nuovo, di un percorso di ricerca di riconciliazione. Stare insieme favorisce questo cammino. Di qui il significato e l’importanza di una rete di familiari.
Ricordiamo che anche Dio ha detto “Non uccidere” e consideriamo questo precetto sacro e valido in ogni circostanza, anche quando siamo coinvolti personalmente. Non vi sono deroghe, non vi sono casi – come quello dell’11 settembre – in cui è legittimo uccidere. Questo non vuol dire che coloro che hanno ucciso tante persone l’11 settembre non debbano essere punite, ma esiste una Corte Internazionale di Giustizia a cui dobbiamo restituire la dignità che merita come a ogni altra istituzione internazionale.
Il problema del mio Paese è proprio questo: gli Stati Uniti d’America si sono allontanati sia da una legge morale sia dal diritto internazionale e si sono creati una legge tutta loro, una legge folle in cui noi, familiari delle vittime dell’11 settembre, non ci riconosciamo.

Note

Rappresentante dell’Associazione Tomorrows Peaceful – Familiari delle vittime dell’11 settembre

Traduzione a cura di Francesca Ciarallo

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