MEDIO ORIENTE

Il coraggio di ascoltare

Non ci sono solo il muro di Sharon e gli attentati terroristici.
Segnali di speranza continuano anche nella realtà di guerra tra Israeliani e Palestinesi.
Giorgio Piacentini

Il coraggio di ascoltare è il titolo dell’ultimo numero della rivista dell’associazione Windows (Finestre, Halonot in israeliano, Shababic in arabo) di Tel Aviv (http://www.win-peace.org), rivista scritta da ragazzi israeliani e palestinesi e pubblicata nelle due lingue: questa è, insieme a molte altre iniziative d’integrazione tra i due popoli, una delle piccole luci di speranza che illuminano un panorama di guerra. Il coraggio di ascoltare (e di testimoniare) è anche lo spirito che ha animato una delegazione di pace di tredici persone, raccolte intorno alla rivista Confronti, che ripete testardamente da alcuni anni questi viaggi in Israele e nei Territori e organizza progetti in Italia con ragazzi ed educatori arabi e israeliani.
Mi piace iniziare questa testimonianza con i segni di speranza che provengono dalle due parti in conflitto.
In terra palestinese un gruppo di teatro di Beit Jala (Inad theatre, inad38@yahoo.com ) riesce per qualche minuto a sospendere l’odio, fino a farlo sembrare ridicolo, e questo è un ruolo non secondario dell’arte nella società. (c) Giorgio Piacentini All’International center di Betlemme (una casa per l’incontro, magnifica struttura finanziata dal governo finlandese, http://www.annadwa.org), un gruppo impavido di donne promuove lo sviluppo di corpo mente e anima, come loro dicono, con iniziative concrete che riguardano la salute, la comunicazione e le arti applicate. Abbiamo incontrato qui anche due persone inviate da Confronti, Augusta De Piero, compagna di tante battaglie per la pace, che insegna l’italiano a persone che lavorano (o sperano di farlo, vista la situazione) come guide turistiche e Carolina Zanelli che trasmette le tecniche del mosaico. Ma tante sono anche le ombre. Difficile è stato entrare in Betlemme.
Qui abbiamo potuto verificare quella che, per motivi di sicurezza, appare una totale discrezionalità di comportamento dei militari israeliani dei check points: anche il nostro pulmino è stato rimandato indietro dopo una lunga attesa e abbiamo proseguito in taxi. Un amico del centro ci ha fatto da guida e abbiamo visto il posto di polizia distrutto dagli F16 e l’avanzamento della “fence”, in alcuni tratti muro alto dieci metri e in altri largo vallo blindato da reti elettrificate, con rivelatori elettronici, che tanto ricorda le immagini dei campi di concentramento: il muro segue percorsi sinuosi, che isolano case o villaggi palestinesi rispetto ad altri e rispetto ai campi e che amplia l’occupazione, ipotizzando, probabilmente, i nuovi confini che Sharon vuole imporre al negoziato. Ma abbiamo anche visto i muri della città tappezzati di manifesti che celebrano come eroi e martiri i Palestinesi che hanno scelto gli attentati suicidi e incontrato persone che sostengono questa orribile e inefficace pratica, come l’unica forma di resistenza possibile all’occupazione.
Siamo riusciti a varcare i due check points di Jenin, città assolutamente proibita ai visitatori, grazie a un grande lavoro diplomatico e all’aiuto di Mustafà Qossoqsi, che veste la casacca dell’Unicef. Anche qui abbiamo potuto vedere i segni delle incredibili distruzioni di quella parte di città adibita a campo profughi e ascoltare le testimonianze di vecchi dignitosi, che, contornati da bambini in ascolto attento, raccontavano le scene della violenza subita. Anche qui il responsabile dell’YMCA e il sindaco della città ci hanno parlato di segni di speranza, pur nelle difficoltà della vita quotidiana.
In terra ebraica, il primo contatto è stato con la città vecchia di Gerusalemme, il muro occidentale e la spianata del Tempio, il Santo Sepolcro e la Torre di Davide, luoghi che lasciano sbigottiti per la bellezza, ma poi la visita allo Yad Vashem, il museo della Shoà, rende impossibile ogni parola, ogni commento. Tante ci sono sembrate anche qui le luci di speranza. Un’organizzazione di stampo pacifista, come Yesh Gvul (che forse si potrebbe tradurre con Ya Basta, http://www.yesh-gvul.org/english), aiuta i militari israeliani che non vogliono essere utilizzati nei Territori, dove l’azione militare diviene illegittima: sono i cosiddetti Refusenik, che devono essere sostenuti dopo la difficile e responsabile decisione.
Il Parent’s circle (cfr. dossier di dicembre 2003 di Mosaico di pace) riunisce e aiuta i familiari delle vittime israeliane degli attentati e dialoga con un’analoga istituzione palestinese, con un atteggiamento di riconciliazione; ha istituito un numero verde per gli aiuti e incontra i Palestinesi ai check points per facilitare gli scambi.
Ma la luce di speranza più forte l’ha data l’incontro con un membro israeliano dei cosiddetti accordi di Ginevra. Per la prima volta Israeliani e Palestinesi si sono accordati, non sui principi, ma sugli aspetti di dettaglio della situazione e le due parti hanno firmato il documento: questo è il momento della verità e non ci sono più scuse, come ha detto il prof. Klein. A dispetto delle critiche feroci da entrambe le parti, questo è un punto di riferimento da cui non si può prescindere e un fatto che rimette in movimento il dibattito politico: i due gruppi non vogliono sostituirsi ai rispettivi governi, ma stimolarli, perché questa è una realtà possibile e concreta. Le persone vanno snidate sui fatti concreti.
Del resto che un accordo di pace sia in questo momento l’unica via possibile è stato riconosciuto anche da David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme e membro influente della destra dei “falchi”. Rispetto agli anni passati, Cassuto, che (c) Giorgio Piacentini ci ha ricevuto nell’insediamento di Ofra (villaggio perfettamente organizzato e attrezzato, ma chiuso come un ghetto), si è detto più ottimista, perché gli Israeliani sono pronti a discutere di tutto e a fare significative concessioni, ma non da una posizione di debolezza. I problemi da affrontare sono noti e sono tanti: quello dei confini dei due Stati, quello dei profughi palestinesi, quello dei 180 insediamenti di coloni armati che raggruppano circa 220.000 persone, quello della divisione di Gerusalemme capitale e poi quello dell’acqua insieme a tanti altri della vita di ogni giorno. Su questi gettano la loro ombra lunga la costruzione del muro e gli attacchi suicidi.
Questo è il quadro di luci e ombre che la delegazione di pace ha incontrato. L’appello che si può rivolgere alle persone di buona volontà è: Venite a Gerusalemme! Venite in Israele e in Palestina! Venite dove la gente vive e soffre e non solo nei luoghi santi della devozione! Venite per un vero pellegrinaggio di pace! Dobbiamo essere consapevoli del dramma degli Israeliani, che vivono nel terrore degli attacchi suicidi e sentono ancora la minaccia di essere cacciati da quella che considerano la terra dei padri, ed essere consapevoli del dramma dei Palestinesi, ai quali una vita normale è inibita, mentre il loro territorio è occupato: essi sono “vittime delle vittime”, come bene ha detto l’intellettuale palestinese scomparso di recente, Edward Said.

Note

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