In crisi anche i diritti

24 marzo 2014 - Manuela De Marco

Il vecchio-nuovo Rapporto sull’immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes (ventitreesima edizione di una apprezzata serie di testi di studio e approfondimento, primo prodotto editoriale ad aver superato la formula del dossier statistico, per approdare a un’analisi sempre vincolata ai numeri, ma capace di più articolate riflessioni) intende ragionare, come suggerisce il titolo, su un delicato binomio: Tra crisi e diritti umani.

La crisi ci incalza, e impone a tutti sacrifici e sofferenze. Esasperando le dinamiche di convivenza. Ma ciò non giustifica cedimenti sul fronte dei diritti umani, purtroppo ancora troppo spesso soggetti a violazioni.

Occorre peraltro partire da una consapevolezza di quadro: Numerosi fattori di politica internazionale stanno condizionando le dinamiche migratorie e lo sviluppo dei paesi di partenza e di arrivo. La tesi proposta del Rapporto è che la politica europea, costruita su pilastri come la migrazione circolare e temporanea e i rimpatri volontari, non riuscirà probabilmente a centrare l’obiettivo di favorire la ripresa dei paesi di partenza, rischiando, per l’ennesima volta, un buco nell’acqua.

Peraltro, pur se la crisi economica mondiale, che continua a colpire duramente molti paesi europei, ha segnato la chiusura di una fase di straordinaria crescita dell’immigrazione, attestatasi durante l’ultimo decennio, tuttavia la riduzione dei flussi migratori, nel Vecchio Continente, è stata più contenuta di quello che ci si aspettava, e questo anche perché alcuni fattori alla base della domanda di immigrazione da parte di molti paesi europei, in primis quelli demografici, non sono certo scomparsi con la crisi.

In Italia, la crescita è continuata ad avvenire, per una serie di fattori, fra cui soprattutto l’apporto delle nuove nascite di bambini stranieri (circa 80.000 i nuovi nati da entrambi i genitori stranieri), favorita da una sempre più consistente componente femminile, emersa anche attraverso i provvedimenti di regolarizzazione succedutisi in questi ultimi anni.

Siamo attualmente ad una presenza di cittadini stranieri residenti pari a 4.387.721, secondo l’Istat, con le donne che rappresentano il 53% del totale. 

I comunitari sono 3 su 10  cittadini stranieri residenti in Italia e i romeni rappresentano la principale collettività immigrata nel nostro paese. Seguono albanesi, marocchini, cinesi e ucraini.

La distribuzione regionale conferma un dato ormai storico, che vede il 61,8% degli immigrati presenti al Nord, il 24,2% nel Centro e il 14% nel Sud e nelle Isole. La Lombardia conta il maggior numero di residenti stranieri (23,4% del totale), seguita da Veneto, Emilia Romagna e Lazio (tutte fra il 12 e il 10% del totale). A livello di province, invece, Roma supera Milano; mentre Prato registra la più alta incidenza della popolazione straniera sul totale dei residenti (14,7%).

Quello che emerge chiaramente dal Rapporto è che le famiglie di migranti si sono ritrovate a fronteggiare la crisi in posizione di evidente svantaggio rispetto agli italiani, che pure ne sono stati toccati duramente.

I dati sul quadro occupazionale dei cittadini stranieri attestano una tendenza all’aumento del numero di disoccupati ed inattivi, più decisa rispetto al passato. La crisi occupazionale tocca alcuni ambiti più di altri: è infatti nel settore dell’industria e delle costruzioni che si registra una maggiore contrazione della domanda. L’occupazione continua a crescere, invece, nel settore dei servizi alla persona.

Il dato quantitativo sull’occupazione è peraltro il risultato, oltre che della crisi in atto, anche di un modello di sviluppo che ha incautamente imboccato una via bassa, puntando sulla contrazione del costo del lavoro più che sull’innalzamento della produttività e che ha causato, fra l’altro, l’aumento della disoccupazione di lunga durata, il rafforzamento delle tendenze all’etnicizzazione dei rapporti di impiego, la riduzione delle retribuzioni, la precarizzazione dello status contrattuale.

Peraltro, quando la crisi morde e perdura, l’atteggiamento verso gli stranieri può caratterizzarsi per forme di chiusura progressiva se non di relativa ostilità, alimentata dalla percezione di una qualche concorrenza nell’accesso a opportunità di sostegno e dalla paura di comportamenti che producono spiazzamenti delle forze di lavoro indigene. Segnali di ostilità si colgono in comparti a bassa qualificazione, come l’edilizia, e territori in cui l’accesso a opportunità di lavoro sembra scarso e la disponibilità dei migranti a prestazioni rischiose e sottopagate produce competizioni al ribasso. 

Tuttavia, in questo panorama, i migranti attestano una grande capacità di “resilienza”: davanti alla crisi sembrano più reattivi e pronti ad attivare diverse strategie di riadattamento del loro percorso migratorio, mettendo in atto vere e proprie “manovre di ripiegamento”, quali un complessivo abbassamento degli standard di vita, un più contenuto invio di rimesse in patria, una rilocalizzazione verso piccoli centri e periferie meno costose, ovvero in aree che diventano veri e propri ricoveri di soggetti in condizioni particolarmente precarie, finendo poi per alimentare circuiti di sfruttamento. Una variante di questa ricerca di punti di appoggio sta nelle forme di circolarità flessibile che taluni gruppi possono attivare, laddove, come è intuitivo, il Paese di riferimento è prossimo all’Italia: si pensi all’Albania e alle storie di quanti, con relativa riluttanza e ambivalenza, si muovono più per necessità che per scelta tra le rotte adriatiche che connettono i due Paesi.

Chi è ai margini della società finisce per occupare i luoghi più bui di essa, in cui i suoi diritti umani fondamentali subiscono una decisa contrazione. È il caso dei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione, in cui finiscono per essere reclusi i cittadini stranieri che non hanno più potuto rinnovare il permesso di soggiorno, anche a causa della crisi, ovvero della perdita del posto di lavoro, o che sono entrati illegalmente nel nostro territorio, senza aver potuto mai regolarizzazione la propria posizione giuridica. Nel Rapporto viene dunque attentamente esaminata e messa in dubbio la rispondenza ai principi della nostra Costituzione dei modi, dei tempi, delle condizioni che determinano il trattenimento forzato delle persone in questi centri.

Infine viene dedicato un approfondimento specifico ad un altro dei diritti umani fondamentali delle persone, il rispetto della propria libertà religiosa, e del principio, pur previsto dalla nostra Costituzione, che lo Stato si attivi per promuovere e rendere possibile l’esercizio di tale diritto individuale e collettivo. Cosa che, allo stato attuale, non (sempre) accade.  

 

 

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