SOCIETÀ

Quei fantasmi dell’Enichem

Tra storie personali e intrecci economici, un libro ripercorre la vicenda del colosso della chimica di Stato.
Intervista a Giulio Di Luzio

Come hai incrociato la storia di Lovecchio da cui parti nel tuo libro, I fantasmi dell’Enichem?
Ho conosciuto Nicola Lovecchio negli anni in cui scrivevo sul Manifesto, quando già Nicola stava conducendo la sua inchiesta di autotutela operaia nel petrolchimico di Manfredonia, portata avanti nell’indifferenza generale, sulle cause delle morti per tumore tra decine di lavoratori nel reparto insacco fertilizzanti, in cui Lovecchio stesso lavorava come capoturno. La sua azione trasparente, nonostante i tentativi dell’Enichem di inficiarla e dei tanti soggetti, sindacato compreso, di delegittimarla, mi parve subito un’esperienza di grande civiltà. In un territorio gonfio di disoccupati, innanzi al colosso della chimica di Stato e alla sua potenza economica, un operaio normale alza la testa e tenta di ricostruire la storia del petrolchimico attraverso i suoi morti.

E Manfredonia è una realtà davvero emblematica…
I protagonisti della vicenda del petrolchimico fanno parte di una storia complessa, che comincia dalla vera e propria colonizzazione di quel territorio da parte dell’Eni e dall’annullamento delle sue potenzialità paesaggistiche, agricole, turistiche, negli anni ‘70. Le responsabilità sono trasversali e tutt’oggi assistiamo, secondo un copione già visto, a uno schieramento consociativo che sostiene il Contratto d’Area, uno strumento di politica e economica che ha voluto la reidustrializzazione dei siti ex Enichem, riproducendo però in quelle aree “bonificate” vecchie produzioni inquinanti e una ricaduta occupazionale sul territorio prossima allo zero, visto che i tanti coloni scesi dal nord hanno portato a Manfredonia le proprie maestranze specializzate. Ma, secondo uno scenario noto al Mezzogiorno, qualcuno è già andato via, dopo aver intascato i lauti incentivi previsti, che in totale ammontano a 4.000 miliardi di vecchie lire. I recenti arresti tra esponenti del “partito del mattone” nel foggiano sono in relazione proprio a irregolarità nell’insediamento di una parte di quelle aziende. È la seconda volta che il Contratto d’Area entra nell’agenda della magistratura.

E la giustizia è al lavoro…
C’è un processo in corso contro i vertici del petrolchimico, un processo scaturito dall’inchiesta di Nicola Lovecchio e oscurato dai media. Perché? Ciò che sta avvenendo sulle aree ex Enichem rientra in un progetto che intende ridisegnare Manfredonia e il suo territorio, passando però come un carro armato sugli anni passati, sulle responsabilità e sulle decine di lavoratori morti. E in generale, penso che situazioni di nocività in fabbrica siano più diffuse di quanto se ne parli. Basta guardare i casi del petrolchimico di Brindisi e dell’Ilva di Taranto. Sarebbe compito dei giornalisti fare inchiesta e denunciare, ma spesso preferiscono non sporcarsi le mani. Per fortuna ci sono lavoratori capaci di sollevare inquietanti interrogativi. Così è stato per Nicola Lovecchio a Manfredonia, Luigi Caretto a Brindisi, Gabriele Bortolozzo a Porto Marghera. La cosiddetta società civile, spesso latitante su questioni scottanti come queste, dovrebbe farsi una seria analisi di coscienza.

Qual è il contributo del tuo libro?
Vuole essere la naturale continuazione della lotta di Lovecchio per la verità, la giustizia, il lavoro. Una battaglia umana e cristiana sostenuta solo dalla sua famiglia, da sua moglie Anna Maria Cusmai e da Medicina Democratica. Spero che il libro solleciti tutti gli attori di questa vicenda industriale e politica, penso soprattutto al sindacato, a una riflessione autocritica sulle scelte fatte nel passato, ma anche in questi anni attraverso il Contratto d’Area. Spero che porti a una maggiore presa di coscienza sull’importanza del processo in corso contro i vertici del petrolchimico, soprattutto tra i sopravvissuti e i parenti di chi ha pagato con la vita l’illusione della rinascita economica del proprio territorio. E poi ci sono i giovani di Manfredonia, che non vogliono più indossare le tute blu nelle aziende che stanno colonizzando per la seconda volta la città. Sono i giovani i nuovi protagonisti di questo scenario. Scappano dalla città, certi di non voler rivivere gli stessi destini dei loro padri e dei loro nonni. La lezione di civiltà di Nicola Lovecchio è oggi più che mai attuale: il prioritario diritto alla salute non deve essere mai subordinato al profitto.

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