ULTIMA TESSERA

Tutti nella stessa: (B)arca

Dario De Marinis

L’Arca di Noè come icona del mondo. L’arca di Noè come un’istantanea dei tempi difficili in cui le “prove di convivenza” non sempre fanno una buona riuscita e, spesso, degenerano nel conflitto violento, nell’urto, nella separazione delle strade e degli orizzonti. Per questi motivi Pax Christi ha scelto l’Arca biblica del diluvio universale e della vicenda umana e divina di Noè come tema centrale del consueto convegno che precede la Marcia per la pace.
Non che ci fosse nostalgia di qualche cataclisma universale in una terra che, come hanno sperimentato anche i convenuti dal resto d’Italia, ha tremato ancora, appena qualche giorno dopo l’immane catastrofe che ha colpito l’Iran. Ma anche l’occasione di una scossa di terremoto che butta giù dal letto riporta alla realtà una verità che fin troppo diamo per scontata: il nostro rapporto con “sora nostra matre Terra”. Un rapporto che spesso non ci vede solo in conflitto con gli altri “terrestri”, ma anche con il nostro stesso pianeta che, in genere, costituisce la parte debole del conflitto.
Aiutati dalle stimolanti riflessioni di Molari, Bettazzi, Valentinetti, Ciotti, Salvarani, Novara, Dell’Olio, Di Capita, Ragusa, abbiamo provato a immaginarci quei quaranta giorni trascorsi dai “salvati” dall’ira di Dio, Noè, i suoi, gli animali, per capire come da una situazione di conflitto sia possibile costruire la pace. L’icona di Noè è così ricca di significati da permettere a ciascuno di collocarsi nel posizione spazio-temporale più congeniale. Così, c’è chi crede di essere nella fase di riempimento dell’arca, quando cioè il peggio deve ancora venire; altri, invece, credono che l’umanità si trovi proprio sotto il diluvio, nel bel mezzo, cioè, della tempesta; altri, ancora, intravedono già l’arcobaleno, il che fa prefigurare che almeno la tempesta sia passata. Ciascuno, in definitiva, può rileggere la propria vita e la vicenda storica nella quale è immerso in maniera differente e darne un giudizio, a seconda, positivo o negativo, ottimistico o pessimistico.
Certo, se guardiamo in retrospettiva all’anno appena passato non possiamo fare salti di gioia e ritenere di aver “vinto” la pace: i milioni di morti nelle tante guerre, dimenticate e non, le vittime della fame e della povertà, delle malattie e dello sfruttamento, delle mafie e dei prepotenti di turno sono altrettanti “cristi” che qualcuno vorrebbe eliminare perché non li vedessimo più e i per i quali varrebbe invece la pena scandalizzarsi. Soprattutto, l’anno appena passato ci ricorda che sono ancora in troppi, soprattutto nel “palazzo”, a credere che il conflitto possa essere gestito ricorrendo alle armi e alla violenza, magari chiamando in causa qualche Dio.
Certo, per il credente, la fede dovrebbe aiutare a leggere i “segni dei tempi” ma, si sa, questo non significa che anche tra i credenti non ci siano visioni e comportamenti differenti.
E proprio l’assunzione di questa realtà, la diversità, è già il primo passo sulla via della pace: se non si accetta il fatto che siamo “costretti” a convivere sulla stessa (b)arca, non si può pensare alla reciproca accoglienza, rispetto e valorizzazione che sono i successivi passi sulla via della pace. Proprio come Noè e tutti gli animali hanno dovuto convivere per un determinato tempo (alla fine del quale hanno trovato la salvezza) e hanno potuto cominciare a dire: “so-stare” nel conflitto, “so-gestire” i conflitti, così anche noi non possiamo rinunciare a questa avventura se vogliamo salvarci: come amava ripetere Ernesto Balducci “gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno”.

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