ROMANIA

Un ponte tra Oriente e Occidente

Lingua neolatina, tradizione bizantina: la Chiesa ortodossa romena e la sua storia
che intreccia e fa incontrare mondi diversi.
Traian Valdman

La Chiesa ortodossa romena è l’unica Chiesa di un popolo neolatino di tradizione bizantina. In questo modo essa appartiene e all’Oriente cristiano attraverso la vita ecclesiale e all’Occidente cristiano mediante la sensibilità etnica. La sua storia si intreccia con quella del popolo romeno, nato dalla fusione dei soldati e coloni portati dall’imperatore Traiano e i suoi successori dopo l’anno 106 d.Cr. in Dacia nord danubiana, conquistata e resa provincia romana, e i daci autoctoni rimasti sotto amministrazione romana fino all’anno 271.
Il processo di cristianizzazione dei Romeni coincide con la loro etnogenesi, che si conclude verso il VI secolo, dopo il passaggio dei popoli migratori attraverso le terre della Romania di oggi. Così si spiega il fatto che alcuni storici affermano che il popolo romeno è nato cristiano. Infatti la storia non ha registrato una data o un avvenimento che riguardi la sua cristianizzazione, come è avvenuto con alcuni popoli vicini. Significativo è il fatto che l’identità di questo popolo è caratterizzata dalla origine daco-romana, dalla lingua neolatina, dalla fede cristiana e dalla tradizione ecclesiale bizantina. Circa l’origine romana basta ricordare che la Colonna Traiana di Roma è considerata certificato di nascita in pietra del popolo romeno.

Una lunga storia
Sono diverse le testimonianze che provano l’esistenza di gruppi di cristiani nella Dacia dei secoli II-IV. Ricordiamo soltanto alcuni pezzi archeologici paleocristiani con simboli specifici: la croce, l’iscrizione “ihthis” = pesce, o hi ro; antichi termini religiosi nel lessico romeno: Dumnezeu (Dominus Deus), duminica (domenica), Florii (Floralia), Rusalii (Rosalia), altar (altare), cruce (croce), Botez (battesimo) rugaciune (rogazione= preghiera). Durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284-305) si registrano diversi martiri anche nella Dobrugea di oggi, a nord del Mar Nero.
Nel 1971, nella località di Niculitel, non lontano dalla vecchia Noviodunum, è stata scoperta la cappella con le reliquie dei martiri Zoticos, Attalos, Kamasis e Filippos e sotto la loro cripta le reliquie di altri due martiri dei quali si crede che siano del tempo della persecuzione di Diocleziano. Nella Scizia Minore, la Dobrogea di oggi, provincia creata nel 297, esisteva la sede episcopale di Tomis, Costanza di oggi, governata all’inizio del IV secolo dai vescovi Evangelicus, Efremo, Tito. Sembra che un vescovo di Tomis abbia partecipato al Concilio ecumenico di Nicea dell’anno 325. Nel VI secolo la Scizia Minore era elevata alla dignità di “provincia metropolitana”, con 14 sedi suffraganee, in comunione con la sede di Costantinopoli, dichiarata patriarcato dal IV Concilio ecumenico del 451.
Dalla Scozia Minore provengono Giovanni Cassiano (cca 360-cca 435) uno dei padri del monachesimo e Dionigi Exiguus (cca 460-545), il creatore del calendario dell’“era cristiana”. La diffusione del Cristianesimo nelle terre romene è attestata anche da diverse basiliche dei secoli IVVI, scoperte in Dobrugia a Tomis, Tropaeum Traiani, Histria, Axiopolis, in Transilvania a Porolissum, oggi Moigrad nel dipartimento Salaj, nel Banato a Morisena, oggi Cenad, dipartimento Timis, oppure in Oltenia a Sucidava, oggi Celei – Corabia. Le vestigia archeologiche, linguistiche e storiche dei secoli VIIXIII, anche se non numerose a causa del passaggio dei popoli migratori, attestano la continuità ininterrotta dei Romeni cristiani.

Fino ai giorni nostri
La formazione degli Stati feudali romeni della Valacchia e della Moldavia nel XIV secolo è seguita dall’organizzazione della Metropolia della Valacchia nel 1359 e della Metropolia della Moldavia nel 1401, che in seguito organizzeranno diverse diocesi suffraganee, mentre in Transilvania una inscrizione del monastero Rameti, dipartimento Alba, conserva il nome dell’arcivescovo Gelasio e l’anno 1377. Dopo l’unione dei Principati della Valacchia e della Moldavia nell’anno 1859, le due Metropolie del Paese formano una sola Chiesa con a capo il metropolita di Bucarest quale primate. Nel frattempo i Principati romeni della Valacchia e della Moldavia diventano il Regno della Romania che nel 1877 conquista l’indipendenza dall’Impero Ottomano. Dopo alcuni anni, nel 1885 la Chiesa ortodossa della Romania ottiene da parte del Patriarcato di Costantinopoli il “tomos di autocefalia”.

Athenagoras, il sogno dell’unità
Athenagoras nasce nel 1886 in una località ai confini tra Epiro, Albania e Macedonia ed è patriarca di Costantinopoli dal 1949 al 1972. Per vent’anni lavora incessantemente al disegno di unità del mondo ortodosso e riprende un antico progetto di Sinodo panortodosso. Già precedentemente nel 1923, il patriarca Meletios IV aveva convocato a Costantinopoli una conferenza interortodossa – cui presero parte delegati serbi, ciprioti, greci, rumeni e una rappresentanza russa – come tentativo di unità ortodossa tra le Chiese autocefale e autonome. Una nuova conferenza interortodossa si svolge nel 1930 sul Monte Athos con la partecipazione di quasi tutte le Chiese ortodosse, ad eccezione dei Russi, assenti a causa della loro situazione interna, e si rinnova l’appuntamento per un nuovo Concilio ecumenico nel 1932, data che slitta di anno in anno, a causa della guerra mondiale, sino alla ripresa, nel 1946, dell’idea da parte della Chiesa ortodossa russa quest’ultima convoca, nel 1948, un sinodo interortodosso a Mosca. Ma Athenagoras va oltre: pensa a un Sinodo panortodosso e di tutta la cristianità. Il grande respiro ecumenico che il Patriarca dà alla Chiesa ortodossa trova riscontro, dal lato cattolico, nella pari visione di unità delle Chiese cristiane da parte di papa Paolo VI e di papa Giovanni XXIII.
A seguito della disgregazione dell’Impero austro-ungarico dopo la prima guerra mondiale, nel 1918 le province della Bessarabia, del Banato e della Transilvania si uniscono con il Regno della Romania e formano la Grande Romania. Le Chiese metropolitane delle province menzionate si uniscono con la Chiesa autocefala ortodossa romena, la quale nel 1925 viene elevata alla dignità di patriarcato. Dopo la seconda guerra mondiale, la Romania perde la Bessarabia, oggi Repubblica Moldova, e la provincia ecclesiale metropolitana di quella regione. Inizia un periodo di persecuzione, di soppressione di diocesi, di sospensione di vescovi, di chiusura di scuole teologiche e imprigionamento di teologi e sacerdoti, che dura fino al 1989, periodo in cui, con tutte le limitazioni, la Chiesa continua la sua opera al sostegno della fede dei suoi figli.
Dopo la caduta del regime comunista del 1989, si aprono le diocesi soppresse e se ne creano altre, si aprono una quarantina di seminari di livello liceale e quasi venti facoltà di teologia, inseriti nell’insegnamento di Stato, si introduce l’insegnamento della religione nelle scuole, si riorganizzano le associazioni di laici soppresse e si creano altre associazioni di donne, di studenti e di giovani.
Oggi la Chiesa ortodossa romena funziona come patriarcato, con a capo Sua beatitudine Teoctist, il quinto suo patriarca. La Chiesa in Romania è organizzata in cinque metropolie (della Muntenia e Dobrugia, della Moldova e Bucovina, della Transilvania, dell’Oltenia e del Banato) con 22 diocesi. All’estero funzionano la metropolia della Bessarabia con sede a Chisinau in Repubblica Moldova, la metropolia dell’Europa centrale e del Nord con sede a Nurenberg in Germania, la metropolia dell’Europa occidentale e meridionale con sede a LimoursParigi in Francia, l’arcidiocesi degli Stati Uniti e Canada, la diocesi dell’Ungheria e la diocesi della Iugoslavia. L’organo supremo è il santo Sinodo formato da tutti i metropoliti, arcivescovi, vescovi e vescovi vicari in funzione, mentre l’organo centrale esecutivo è il Sinodo permanente formato dai metropoliti con a capo il patriarca, avente come segretario un vescovo vicario patriarcale.
La Chiesa ortodossa romena intrattiene rapporti fraterni con gli altri 14 culti ufficiali del Paese. Quale Chiesa di maggioranza prende l’iniziativa circa l’organizzazione dei momenti ecumenici interconfessionali, in modo particolare della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del mese di gennaio, invita rappresentanti di altre Chiese e altri culti ai momenti importanti della sua vita ecclesiale e invia rappresentanti alle celebrazioni e ai momenti significativi delle altre chiese o di altri culti. Sono noti gli incontri della Commissione mista ortodossa-grecocattolica che ha il compito di trovare le misure adeguate per stabilire rapporti più sereni possibili tra le due Chiese romene di tradizione bizantina.

Il dialogo della carità
Sul piano internazionale la Chiesa ortodossa romena coltiva rapporti fraterni con le altre Chiese ortodosse e con le antiche Chiese orientali. Nel 2003 essa ha ricevuto le visite ufficiali dei Primati della Chiesa ortodossa greca di Alessandria in Egitto e della Chiesa ortodossa della Grecia. Assieme alle altre Chiese ortodosse, partecipa al dialogo internazionale con la Chiesa cattolica romana. Membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese e della Conferenza delle Chiese Europee, la Chiesa ortodossa romena partecipa con i suoi vescovi e teologi ai lavori di questi organismi cristiani internazionali. La Chiesa ortodossa di Romania è la prima Chiesa di un popolo di maggioranza ortodossa che ha ricevuto la visita di Sua Santità il papa Giovanni Paolo II, nel 1999. Nel saluto davanti alla cattedrale patriarcale, Sua beatitudine il patriarca Teoctist affermava: “Nella persona della Santità Vostra riceviamo e onoriamo la Chiesa di Cristo di Roma, fondata sul martirio degli Apostoli Pietro e Paolo; la venerabile Chiesa apostolica che ha partecipato ai grandi eventi e alle decisioni conciliari della Chiesa non divisa del primo millennio”.
In un periodo in cui le relazioni tra la Chiesa ortodossa e quella cattolico-romana non erano facili Sua beatitudine il patriarca esprime in parole chiare la posizione della Chiesa romena, nel discorso tenuto nel palazzo patriarcale l’8 maggio 1999: “Di sicuro, sul cammino verso una ‘piena comunione’ ci sono delle tracce del passato che non sono guarite definitivamente, ma la nostra decisione di salvaguardare gli elementi di unità tra le due Chiese e di testimoniare insieme la stessa fede è ferma e costante”. Altrettanto significativi sono stati i discorsi tenuti e dal papa e dal patriarca romeno in occasione della visita di Sua beatitudine Teoctist con una delegazione patriarcale alla Chiesa di Roma nel novembre 2002. Va ricordata la proposta di creare un organismo che curi i rapporti tra le Chiese ortodossa e cattolica anche in casi di mancanza di dialogo ufficiale.
Infatti, nelle visite fatte dal patriarca Teoctist al neo arcivescovo di Milano, Sua eminenza il cardinale Dionigi Tettamanzi nello stesso mese di novembre 2002 e dall’arcivescovo di Milano a Bucarest e in altre diocesi romene in settembre 2003, è stata messa in evidenza l’importanza della continuazione del dialogo della carità sul piano concreto tramite visite reciproche di vescovi, scambi di professori di teologia, scambi di studenti, gemellaggi di parrocchie, di monasteri, di facoltà di teologia. È stato messo in evidenza che è necessario affrontare insieme i problemi sollevati dai cambiamenti del mondo di oggi, tra i quali la povertà, lo sfruttamento delle donne, il fenomeno dei bambini della strada, e anche alcuni atteggiamenti proselitistici.
Su questo piano vanno ricordati i simposia organizzati da Sua eminenza il metropolita Daniel della Moldavia a Iasi e da Sua eccellenza l’arcivescovo Antonio Mattiazzo di Padova al monastero di Praglia, con partecipazione di vescovi cattolici latini, ortodossi e grecocattolici, sui problemi che riguardano la pastorale degli immigrati, con tutte le problematiche sollevate da questo fenomeno dei nostri giorni.
In questo clima di amicizia che si stabilisce nell’ambito del dialogo della carità, la Chiesa ortodossa romena ha espresso il parere che sarebbe bene riprendere il dialogo teologico, necessario per sciogliere i nodi teologici di divisione che permangono, per poter arrivare alla “piena comunione”, verso la quale si tende continuamente, contribuendo in questo modo anche alla pace nel mondo.

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