CONFLITTI

Venti di guerra

Ucraina: un caso isolato o la punta di un iceberg?
Paolo Beccegato (Vice Direttore Caritas Italiana)

Quanto accaduto in Ucraina ha colto di sorpresa non solo gran parte della comunità internazionale, ma anche molti analisti. Sorgono pertanto spontanee alcune domande, in vista di possibili scenari futuri. L’Ucraina è la punta di un iceberg o un caso isolato? Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile altrove a breve termine? Quale contesto geopolitico retrostante può contribuire a spiegare quanto sta accadendo in Europa, ma anche negli altri contesti di crisi note e dimenticate? Come disinnescare le eventuali nuove bombe pronte a esplodere?

Il dato

Nel mondo continua incessantemente a crescere il numero delle guerre e dei conflitti armati. Le linee di frattura tra occidente e mire federali della “madre Russia”, mai completamente rimarginate, mostrano nuovamente le proprie fragilità. La crisi in Ucraina, l’esito della contesa sulla penisola di Crimea, le dinamiche e le alleanze di sostegno politico e di forniture belliche in tutto il Medio Oriente, fanno parlare sia di nuove “guerre fredde”, combattute sui terreni delle periferie del core, come in Siria, sia di nuove forme di tensione multipolari, meno evidenti, ma non meno costose e ostili, definibili come “guerre gelide”, poco dinamiche, ma altrettanto preoccupanti. Tanto che, a un livello internazionale complessivo, in questa fase storica, il lavoro delle agenzie umanitarie viene messo a dura prova da una combinazione simultanea di nuovi e vecchi conflitti irrisolti che hanno raggiunto un livello di crisi umanitarie mai toccato nella storia recente. La lettura geopolitica generale di molti analisti del contesto contemporaneo mette in relazione quanto accaduto sia con alcuni elementi retrostanti di per sé già noti e in atto sostanzialmente nel corso dell’ultima decade, sia con altri più recenti.

Alcuni elementi di analisi

In primo luogo occorre ricordare come l’adozione su larga scala di misure di austerità nei conti pubblici avrebbe dato forza allo spirare di venti di recessione sulla crisi che ha colpito buona parte delle economie più avanzate, a partire dal suo epicentro, l’economia dell’iper-potenza statunitense, fino a tutti i Paesi del G-7 (Giappone, Stati Uniti, Canada e zona Euro), costringendo i leader delle principali economie alla ricerca, spesso stentata, di nuovi meccanismi di governance. La fase depressiva di questo passaggio appare tutt’altro che conclusa e l’annunciata nuova era lontana dal mostrarsi: la crisi economica, unitamente alla maturazione dei frutti di politiche adottate negli anni precedenti e di fatto confermate nella sostanza, pare aver esacerbato un buon numero di linee di tensione geo-strategica, riattivando o innescando con modalità più o meno inedite nuove instabilità del quadro politico internazionale. La difficile congiuntura economica occidentale avrebbe pertanto preso il sopravvento sull’agenda politica internazionale, preferendo il perseguimento di una “logica di conservazione geopolitica”, che rende l’Occidente esitante davanti agli esiti incerti delle varie vicende, per lo meno laddove esso non ne intraveda un tornaconto facilmente decifrabile o, all’opposto nell’effetto, vi siano di mezzo potenze nucleari.

Di pari passo, alle difficoltà della parte di mondo definibile come “Occidente a capitalismo avanzato” ha fatto da contraltare l’emergere di un blocco di potenze che, per motivi diversi, hanno conosciuto invece una fase di distinta ascesa economica; questo gruppo di Paesi, caratterizzato da orientamenti politici domestici e internazionali decisamente difformi, si è affacciato alla ribalta sotto l’acronimo di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Tra questi la più attiva appare senz’altro la seconda, con non tanto celate velleità post sovietiche, ma le politiche di riarmo degli altri, a partire dalla Cina con le sue pretese espansionistiche su territori contesi (ad es. nel mar del Giappone, in quello cinese, soprattutto quando vi è di mezzo il controllo di risorse energetiche, ma anche nell’entroterra immenso dell’Asia centrale e oltre, stante l’iper-attivismo cinese – non solo economico – in primo luogo in Africa), non lascia presagire nulla di buono. A venire investito dall’onda d’urto in questo caso è stato uno dei cortili dell’ex URSS, ma le linee di frattura sono numerose. 

Un terzo elemento da considerare è l’emergere di altri gruppi di Paesi, particolarmente attivi negli scenari geopolitici di crisi dimenticate. Traiettorie non dissimili da quelle precedentemente descritte, infatti, sono associabili alle ambizioni politiche di potenze regionali come Turchia, Indonesia, Messico e Corea del Sud, identificate da alcuni osservatori sotto l’acronimo di (TIMS), caratterizzate da un rafforzamento generalizzato di politiche di riarmo, con crescita anche a doppia cifra. Tale raggruppamento è in netta ascesa economica secondo modalità ormai ben distinte rispetto alla generica categoria degli “mercati emergenti”. Il caso più emblematico è quello turco e il ruolo post imperiale assunto sia in riferimento all’estenuante conflitto siriano, sia più in generale, in tutto il contesto mediorientale. 

Il mix letale di questi elementi, uniti ad altri tradizionalmente presenti nel contesto geopolitico internazionale (le interconnessioni tra dinamiche recessive e conflitti armati; le crisi derivanti dai legami tra povertà strutturale e nuovi fenomeni di degrado ambientale, inclusi quelli causati dal cambiamento climatico; i mai sopiti rischi di derive terroristiche e violenza organizzata; le tensioni legate alle speculazioni finanziarie, soprattutto quelle sulle commodities, in particolare i cereali; le dinamiche di irrigidimento relative ai repentini flussi migratori, con le relative ondate di crisi anche nei Paesi di accoglienza, ecc.) rendono molti contesti esposti ad alti livelli di vulnerabilità.

Riflessioni

Dalle difficoltà di gestire i contesti di crisi lungo le periferie più estreme, in Africa, Asia e America Latina, all’incapacità di intervenire neppure individuando un percorso d’uscita in Medio Oriente, a partire dalla Siria, fino all’evidente imbarazzo con cui (non) è stata gestita la crisi in Ucraina e in Crimea, si può facilmente concludere che permangono immutati tutti i limiti che hanno caratterizzato da sempre l’ONU, impotente e incapace (o forse, più correttamente, non messa in condizione di poter agire) a svolgere le funzioni assegnate, sia nei contesti di guerre calde, fredde e anche in quelle gelide, non combattute militarmente, ma assai preoccupanti. A fronte di tali situazioni, caratterizzate da una crescente complessità, si continua a registrare la grande debolezza politica di tutte le istituzioni internazionali: l’ONU e le sue varie agenzie sembrano essere diventate sostanzialmente un insieme di ambulanze della storia, più che il forum politico universale che dovrebbe regolare le relazioni tra Paesi e garantire il rispetto del diritto internazionale. Tutta la comunità internazionale, con i suoi riti e le sue estenuanti procedure (a partire dal vecchio G7, al più evoluto G8 ormai messo in discussione de facto dagli ultimi eventi, fino al più rappresentativo G20, con le sue inutili formalità), pare più rinchiusa in sé stessa, nelle dinamiche domestiche o al più regionali, incapace di affrontare la realtà con le sue mille sfaccettature. Pesano inoltre poderosi ostacoli di varia natura sulla strada di un futuro sostenibile per tutti: 

• le politiche negazioniste rispetto al cambiamento climatico o comunque la non volontà di affrontarne il fardello

• il vuoto di progettualità e di azione politica da parte degli attori istituzionali 

• la strumentalizzazione dell’umanitario sempre più usato come vetrina e meno come reale possibilità di alleviare le sofferenze di intere popolazioni

• la mancanza di investimenti significativi sulla prevenzione (previsione e protezione incluse) 

• le politiche xenofobe sull’immigrazione di fatto perseguite da attori sempre più ostili a costruire una cittadinanza globale con pari diritti per tutti i suoi abitanti

• la debolezza degli strumenti di governance impossibilitati a far fronte allo strapotere della finanza globale 

• la marginalizzazione del diritto internazionale considerato di fatto un optional da attori sempre più influenti 

• una concezione unilaterale della sicurezza, poco attenta alla prevenzione dei conflitti, ecc.

Un primo elemento di riflessione è pertanto riferibile all’impellente necessità di una riforma complessiva del sistema delle Nazioni Unite (tema di per sé non nuovo, ma giunto ormai a un bivio ineludibile). Tra gli elementi da rilevare con attenzione in relazione alla vicenda Ucraina, ve ne è un secondo che potrebbe essere considerato potenzialmente rilevante, anche in vista della sperimentazione di quella che è stata chiamata la costruzione della casa comune europea, riferimento anche per altre regioni a livello internazionale. Non è passata inosservata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, anzi che ha fatto esplodere la polveriera Ucraina: la contesa sull’adesione all’Unione Europea. Quello che andrebbe valutato con maggiore attenzione, infatti, anche in vista dell’appuntamento elettorale di maggio e della presidenza italiana del secondo semestre 2014, è il potere attrattivo dell’Europa, esercitato più al di fuori dei propri confini che dal suo interno. La casa che è stata costruita, attraverso un lungo processo caratterizzato da numerose fasi, non è stata imposta dall’alto, né da altri. Se ora appare un po’ obsoleta, non rispondente alle mutate esigenze dei suoi abitanti, questo non significa che occorra demolirla o ricostruirla ex novo. Motivi su cui riflettere, prima di cedere a slogan demagogici e populistici.

Un terzo aspetto da sottolineare in modo non superficiale o banale è quello relativo all’informazione. Di fronte a tali scenari internazionali, a partire da quanto accaduto in Ucraina, a livello dell’opinione pubblica italiana, si rileva ancora una volta una sorta di assuefazione se non addirittura di profondo disinteresse, favorito anche da media nostrani storicamente e strutturalmente deboli, e di fatto chiusi sia in termini quantitativi sia qualitativi rispetto ai vasti e complessi temi internazionali. Vari sondaggi demoscopici somministrati a più riprese a un campione rappresentativo della popolazione italiana su atteggiamenti e conoscenze in tema di guerra e conflitti armati evidenziano, infatti, un sostanziale appiattimento del livello di sensibilità nella popolazione complessiva, quasi a dimostrare una chiusura su sé stessi e sui propri problemi da parte di chi sperimenta una crisi dura e difficile da superare. Ma non è proprio così. Altri studi dimostrano, infatti, la fondamentale corresponsabilità degli stessi media mainstream nel costruire tale percezione dell’opinione pubblica nostrana. A tale riguardo appare dunque urgente il rilancio di un’opera diffusa e capillare di educazione e informazione: i cambiamenti auspicati ad ogni livello, da quelli istituzionali a quelli socio-economici, necessari ad affrontare le sfide che abbiamo di fronte, richiedono come presupposto determinante una diffusa presa di coscienza a livello civile. Ulteriore elemento su cui riflettere, per sollecitare dal basso nuove forme di responsabilità dirette e indirette. 

Ucraina, caso e monito 

L’Ucraina non è dunque un caso isolato, né solamente una (non) guerra, un conflitto congelato, ma la punta di un iceberg ben più complesso e dinamico. Sì freddo, ma non statico, anzi in movimento sui mari della geopolitica internazionale. Un monito, un avvertimento già di per sé doloroso, di tutte le linee di frattura che, se non avvistate per tempo, se non affrontate, possono deflagrare. Nelle periferie, ma anche nel centro. Occorre pertanto un rinnovato impegno politico di alto profilo, in primis attraverso il dialogo, bilaterale e multilaterale, per evitare che nuovi “Titanic” vi finiscano contro, oltre alla Crimea, con tutte le conseguenze del caso. Ben note, purtroppo. 

 

 

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