ISLAM

L’Islam e i servi di Dio

Abdul Ghaffar Khan e la sua esperienza nonviolenta, radicata nell’Islam e nella vita del suo popolo.
Thomas Michel

Il 20 gennaio 1988, Abdul Ghaffar Khan, uno tra i grandi sostenitori della trasformazione nonviolenta nel XX secolo, morì all’età di 98 anni e fu sepolto a Jalalabad, in Afghanistan. In occasione dei suoi funerali, il Primo Ministro indiano visitò il Pakistan per la prima volta in trent’anni e fu proclamato un cessate il fuoco temporaneo che fu rispettato sia dalle forze sovietiche che dai mujahidin in Afghanistan, per permettere il libero accesso al luogo della sua sepoltura. Tre anni prima della sua morte, Abdul Ghaffar dichiarò a un intervistatore: “Per i bambini di oggi e per il mondo, il mio pensiero è che solo se accettano la nonviolenza

Khuda-i Khidmat
I principi del Khuda-i Khidmat sono espressi con chiarezza nel giuramento che viene fatto dai nuovi membri:
Sono un servo di Dio: poiché Dio non ha bisogno di alcun servizio, servendo la sua creazione si serve Lui.
- Prometto di servire l’umanità in nome di Dio.
- Prometto di non fare ricorso alla violenza e alla vendetta.
- Prometto di perdonare chi mi opprime o mi tratta con crudeltà.
- Prometto di non prendere parte a faide o litigi e di non creare inimicizie.
- Prometto di trattare ogni Pathan come fratello e amico.
- Prometto di evitare abitudini e pratiche antisociali.
- Prometto di vivere una vita semplice, di praticare la virtù e di astenermi dal male.
- Prometto di praticare le buone maniere e un comportamento corretto e di non condurre una vita di ozio.
- Prometto di dedicare almeno due ore al giorno al lavoro sociale.
possono sfuggire alla distruzione e vivere una vita di pace. Se questo non accadrà, il mondo andrà in rovina”.

Un’autoriforma sociale
Abdul Ghaffar era un Pathan, nato nella Provincia della frontiera nord-occidentale dell’India britannica. Nel 1929, fondò un movimento nonviolento denominato Khudai Khidmatgar, “i servi di Dio”. Il movimento, che raggiunse i 100.000 adepti Pashtun (Pathan), era dedito alla riforma sociale e a porre fine al regime britannico con mezzi nonviolenti nell’India ancora non divisa di quegli anni. Fu per molti anni un fedele compagno di lotta di Gandhi fino all’assassinio di quest’ultimo e ancora oggi viene ricordato come il “Gandhi della frontiera”. Le sue esortazioni alla trasformazione sociale, a una distribuzione equa delle terre e all’armonia religiosa erano considerate una minaccia dal raj britannico oltre che da alcuni politici, leader religiosi e proprietari terrieri locali, e Abdul Ghaffar riuscì a sopravvivere a due tentativi di omicidio e a più di 30 anni di prigionia.
Uno storico descrive il movimento di Abdul Ghaffar in questi termini: “L’espressione pratica più piena del gandhismo in tutta l’India ebbe luogo tra le tribù afghane lungo la frontiera nord-occidentale, sotto la guida di Abdulghaffar Khan. Gli appartenenti a queste tribù, noti per le loro faide e le loro razzie, furono conquistati alla causa di un programma attivo e quasi universale di autoriforma sociale. Le faide familiari furono eliminate, e fu imposta la disciplina in nome del Servizio di Dio (Khuda-i-khidmat)... Quando furono lanciate le campagne nazionaliste di indipendenza, i seguaci del Khuda-i-khidmat diedero un sostegno efficace e leale. Rimasero sempre rigorosamente nonviolenti. L’incoraggiamento coranico del perdono come comportamento migliore rispetto alla vendetta, divenne il fonda mento di un’interpretazione altamente musulmana delle idee gandhiane” (Marshall Hodgson, The Venture of Islam, III, 344).
Negli anni ‘30 e ‘40 del XX secolo, l’esercito britannico tentò di schiacciare il movimento Khidmatgar, con estrema brutalità, facendo ricorso alle uccisioni di massa, alla tortura e alla distruzione delle abitazioni e dei campi dei membri. Uno storico ricorda: “I britannici trattarono Ghaffar Khan e il suo movimento con una barbarie che non infliggevano spesso ad altri aderenti della nonviolenza in India. ‘I bruti devono essere governati brutalmente e da bruti,’ dichiarava un rapporto britannico sui Pashtun del 1930". (Amitabh Pal, “A Pacifist Uncovered,” The Progressive, febbraio 2002).

Comprendere l ’Islam
Abdul Ghaffar passò quindici di quegli anni in prigione, spesso in isolamento, ma i Pathan rifiutarono di abbandonare la propria nonviolenza disciplinata anche quando furono sottoposti a una feroce repressione. Nell’episodio più grave, i britannici uccisero più di 200 membri del Khidmatgar a Peshawar, il 23 aprile 1930. Uno storico descrisse quel giorno con queste parole: “Quando quelli nelle prime file cadevano feriti dagli spari, chi li seguiva veniva avanti con il petto nudo e si esponeva al fuoco. Le persone rimanevano al proprio posto senza farsi prendere dal panico. Il massacro continuò dalle 11 di mattina alle 5 del pomeriggio e terminò solo quando un reggimento di soldati indiani rifiutò di continuare a sparare sui dimostranti disarmati, un’insubordinazione per la quale furono severamente puniti”. (Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action, 1973).
Un altro studioso nota che la dedizione di Abdul Ghaffar alla nonviolenza fu ancora più totale di quella dell’Indian National Congress di Gandhi. Differiva anche da quella del Congress per il fatto che il movimento aveva “innanzi tutto, una base

Il coraggio del perdono
Signore, non lasciare che io diventi
vittima dell’orgoglio quando vinco,
o della delusione, quando fallisco.
Signore, fammi capire che l’essere disposto
a perdonare è uno dei più grandi segni di forza;
che il desiderio di vendetta è una delle debolezza
Signore se ho ferito il mio prossimo,
dammi il coraggio di chiedere scusa;
se qualcuno mi ha fatto del male,
dammi il coraggio del perdono.
Signore, se mi dimentico di te,
Tu non scordarti di me!

Alì Amin (Salmo Sufi, canti della spiritualità musulmana, ed. Icone)
religiosa... Aveva come obiettivi sia la riforma socioeconomica a livello locale che l’indipendenza politica... L’adozione della nonviolenza era più completa rispetto a quella dell’Indian National Congress per il fatto che i Khudai Khidmatgar erano impegnati nella nonviolenza non solo a livello politico, ma in quanto credo e modo di vita” (Joan Bondurant Conquest of Violence: The Gandhian Philosophy of Conflict, 1988).
L’attivismo nonviolento di Abdul Ghaffar era fortemente radicato nella comprensione dell’Islam, che sintetizzava nelle parole chiave mahabba (amore), ‘amal (servizio), e yakîn (certezza, fede). Interpretava l’Islam come codice morale e il pacifismo era al centro di questo codice. Una volta citò a Gandhi una discussione che aveva avuto con un musulmano Punjabi che non riconosceva l’essenza nonviolenta dell’Islam: “Citai capitolo e versetto del Corano per mostrare la grande enfasi che l’Islam aveva posto sulla pace, che è il suo fondamento, e gli mostrai come le grandi figure della storia islamica fossero note per la loro tolleranza e per l’autocontrollo piuttosto che per la loro fierezza”.
La nuora di Abdul Ghaffar, Begum Nasim Wali Khan, fu intervistata poco tempo dopo la sua morte: “Diceva alle persone che l’Islam si basa su un semplice principio: non ferire mai nessuno con la lingua, con il fucile o con le mani. Non mentire, rubare e danneggiare, questa è la vera natura dell’Islam”, disse. Nonostante fosse fortemente radicato nei principi dell’Islam, il movimento non era settario. Quando gli Induisti e i Sikh furono attaccati a Peshawar, 10.000 membri del Khidmatgar parteciparono attivamente per proteggere la loro vita e le loro proprietà. Quando esplosero i conflitti interni alla comunità di Bihar negli anni 1946-1947, Khan viaggiò con Gandhi per riportare la pace. “Anche se il carattere del movimento era fortemente islamico... uno degli obiettivi dell’organizzazione fu la promozione dell’unità tra Induisti e Musulmani”, osserva Bondurant.
Bibliografia
Mukulika Banerjee, The Pathan Unarmed: Opposition and Memory in the North West Frontier, School of American Research Press, 2000.
Joan Bondurant, Conquest of Violence: The Gandhian Philosophy of Conflict,Princeton University Press, 1988.
Amitabh Pal, “A Pacifist Uncovered,” The Progressive, febbraio 2002.
Eknath Easwaran, Nonviolent Soldier of Islam: Badshah Khan, A Man to Match His Mountains,Nilgiri Press, 2000
Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action, Boston: Porter Sargent, 1973.
Mukulika Banerjee, docente di antropologia all’University College di Londra, passò alcuni mesi con la famiglia di Khan e intervistò 70 membri del Khidmatgar. Ricorda che le persone si unirono inizialmente all’organizzazione grazie al carisma di Abdul Ghaffar, e più avanti per la soddisfazione di diventare parte di qualcosa di più grande di loro. La loro dedizione alla nonviolenza era più forte della loro fedeltà a Khan. Nel 1938, Gandhi chiese ad alcuni membri del movimento se avrebbero scelto la violenza nel caso in cui Ghaffar Khan glielo avesse ordinato, ed essi risposero con forza di no.
Il significato di Abdul Ghaffar Khan nella storia recente dell’attivismo per la pace è la sua intuizione dell’importanza della disciplina nei costruttori di pace. Il lavoro per la pace e la costruzione della pace si scontrano con molti impulsi naturali. Quando si è vittime dell’oppressione, il normale istinto umano è quello di reagire, di rispondere alla violenza con la stessa violenza. Il perdono non è facile, così come non lo è la pazienza, e neanche il genere di tolleranza che colloca gli obiettivi di lungo termine prima delle reazioni immediate e spontanee. Nella loro fede islamica, Abdul Ghaffar e i membri del Khuda-i Khidmat trovarono le fondamenta dell’autodisciplina che permise loro di essere forti, pazienti e tolleranti anche di fronte alla violenza brutale.

Note

Padre gesuita statunitense, studioso e specialista d’Islamologia, ha insegnato in Turchia e in varie Università del mondo araboislamico. Già segretario della commissione per il dialogo interreligioso della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (Fabc) a Bangkok (Thailandia), è attualmente responsabile del Segretariato gesuita per il dialogo interreligioso, a Roma.

Traduzione di Andrea Spila, Traduttori per la Pace


Ultimo numero

Il potere dei segni
MAGGIO 2019

Il potere dei segni

Il bacio di papa Francesco ai piedi
dei leader del Sud Sudan in guerra
è un’invocazione di pace,
un appello profondo e accorato alla riconciliazione.
Mosaico di paceMosaico di paceMosaico di pace

articoli correlati

    Note

    Padre gesuita statunitense, studioso e specialista d’Islamologia, ha insegnato in Turchia e in varie Università del mondo araboislamico. Già segretario della commissione per il dialogo interreligioso della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (Fabc) a Bangkok (Thailandia), è attualmente responsabile del Segretariato gesuita per il dialogo interreligioso, a Roma.

    Traduzione di Andrea Spila, Traduttori per la Pace


    Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.6.20