AFRICA

La difficile via africana

Non è un mondo omogeneo. Ma tra guerre e sfruttamento, c’è spazio per la nonviolenza in un continente sull’orlo del baratro?
Marco Angelucci

Non è certo un’impresa facile trovare dei teorici della nonviolenza nella storia africana. Le guerre e lo sfrutta mento che hanno segnato quella storia e quella me moria però non hanno impedito che anche nei mo menti più conflittuali vi sia stato chi ha scelto la strada del rifiuto della violenza. Segnato da una grandissima povertà e martoriato da numerose guerre, questo continente soffre di mali molto difficili da sana re. Derubata dei suoi figli che, ridotti in schiavitù, sono stati venduti come merce ai latifondisti del Nord e del Sud America, l’Africa ha pagato un grandissimo tributo al mondo occidentale, il cui benessere è una diretta conseguenza del malessere del continente nero.

Il caso Sudafrica
Sarebbe falso però afferma re che siano stati gli Europei a portare la violenza; anche prima dell’epoca coloniale l’Africa ha conosciuto diverse guerre molto cruente. Ma è in seguito alla politica imperialista delle potenze occidentali che la situazione si è radicalizzata fino a diventare ingovernabile. Posti di fronte alla violenza esercitata dai regimi coloniali, la maggioranza dei movimenti indipendentisti africani hanno scelto la strada dell’op posizione armata considerandola l’unica via possibile per riconquistare l’agognata libertà.
Archivio Mosaico di pace Una delle figure più carismatiche della storia sudafricana, il premio Nobel per la Pace Nelson Mandela, ha difeso in più di un’occasione la decisione del l’African National Congress di ricorrere alla guerriglia per combattere il regime razzista sudafricano. Tutta via Mandela e i capi del l’Anc si sono impegnati in prima persona a intavolare i faticosi negoziati che hanno portato a costruire un Sud africa multietnico.
L’esempio dato da Mandela ha fatto certamente scuola e il suo carisma ha influenzato più di un leader africa no contemporaneo; tutta via egli non né il primo né l’unico ad aver compreso l’importanza del dialogo e del perdono per arrivare a un mondo di pace.
Sarebbe difficile in questa sede tracciare una storia del pensiero nonviolento nel continente africano, tuttavia credo possa esse re molto utile ricordare una serie di figure che più di altre hanno utilizzato metodi di lotta nonviolenta per opporsi all’oppressione esercitata dai regimi coloniali e post-coloniali.
La prima considerazione che va fatta è che l’Africa non può essere intesa come un mondo eticamente omogeneo e monolitico. Malgrado molte civiltà africane abbiano più di un elemento in comune, le differenze tra le etnie, anche all’interno di uno stesso Stato, sono senz’altro molte di più rispetto alle similitudini.

I Murid
Senza pretesa di scientificità, l’Africa, esclusi i Paesi della costa mediterranea, può essere divisa in tre macroaree culturali. In questa sede si analizzeranno dunque tre figure che per certi versi incarnano le tre anime dell’Africa: quel la islamica, quella cristiana e quella tradizionale, che pur non essendosi conservata integralmente ha mantenuto alcune specificità.
All’interno della prima macroarea culturale possono essere compresi i Paesi del Sahel, la zona che estende a sud del deserto Sahara. Le popolazioni che vivono in quest’area sono per lo più di religione musulmana, anche se l’islamizzazione è avvenuta piuttosto recentemente. Tra la fine del 1700 e i primi dell’800 l’Islam si diffonde tra le popolazioni del Sahel che però mantengono molte delle loro antiche tradizioni. Pur essendo ricco di inviti alla tolleranza religiosa, il Corano non contiene molti appelli espliciti alla nonviolenza. La guerra vie ne vista come un male necessario oltre che come il dovere di un buon credente, ma anche all’interno dell’universo culturale islamico non mancano personaggi che hanno fatto della nonviolenza il loro credo.
Tra le figure più importanti va sicuramente ricordato Cheikh Amadou Bamba, capo spirituale dei Murid, la confraternita religiosa in cui si riconosce la maggior parte dei senegalesi. Imprigionato e deportato dai Francesi, Cheikh Amadou Bamba ha sempre risposto alla violenza con la nonviolenza. “Le mie armi sono lo studio e il Corano” predicava ai suoi discepoli desiderosi di combattere il potere coloniale francese. Cheikh Amadou Bamba fu senz’altro uno dei primi a capire che non si poteva affronta re l’oppressore sul terreno militare e che per vincere era necessario dimostrare la propria superiorità morale. La sua scelta si rivelò giusta e la sua interpretazione del Jihad, come sforzo contro il male in se stessi, fece scuola. “Prima di combattere il male del mondo è necessario affrontare il male che c’è in noi”, diceva citando il Corano.

Verità e giustizia
Per quanto concerne l’uni verso culturale cristiano occorre fare un serie di precisazioni. Innanzitutto sarebbe errato pensare che il Cristianesimo sia stato portato in Africa dai missionari europei. Le radici del Cristianesimo in Africa so no

L’ unica strada possibile
“La guerra nella mia Patria e le sue tragiche conseguenze mi hanno costretto a immaginare il corso della storia senza le guerre, con cui si intendeva combattere le ingiustizie e abbattere i sistemi ingiusti. Riconosco di essere stato convinto anch’io che l’uso della violenza sia utile e necessario quando si tratta della libertà dei popoli. Dopo aver visto e vissuto da vicino che cosa vuol dire la guerra di oggi, non la penso più così. Sono profondamente convinto, e lo potrei provare, che l’uso della violenza ha portato sempre un peggioramento.
E tutto questo obbliga la Chiesa a farsi segno di contraddizione e a unire la sua voce a tutte quelle che gridano la pace anche nelle condizioni che, a prima vista, postulerebbero la guerra... Occorre applicare letteralmente il monito di Cristo rivolto a Pietro che con la spada voleva proteggere la vita del Giusto e dell’Innocente: basta così! (Lc. 22,5) . Oggi l’unica scelta della Chiesa è la nonviolenza, perché questa è l’unica strada, magari lunga e sofferente, alla pace che viene garantita dalla giustizia”.

mons. Pero Sudar,
Vescovo ausiliare di Sarajevo
( Segno nel mondo,
n. 4 del 16 marzo 2003)

molto più antiche, sia nella valle del Nilo che in Etiopia esistono comunità cristiane di rito copto fin dal III secolo dopo Cristo. Nel resto del continente invece fu grazie all’opera dei missionari, cattolici e protestanti, che si diffuse il Cristianesimo.
Uno dei personaggi più affascinanti è senza dubbio l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984. Il suo impegno per i diritti civili e politici dei neri nel Sudafrica dell’apartheid è stato fonda mentale per mettere fine al terribile conflitto che per decenni ha insanguinato il Paese. Anche dopo la fine dell’apartheid l’arcivescovo è stato uno dei protagonisti della Truth and reconciliation commission, la commissione verità e giustizia, forse l’istituzione che più di ogni altra ha contribuito al superamento dell’odio razziale. La confessione e il perdono sono stati gli elementi chiave dell’opera della commissione che ha raccolto le testimonianze di decenni di oppressione. Malgrado il Sudafrica sia uno dei Paesi più violenti del mondo, in seguito alla fine dell’apartheid non è avvenuto il linciaggio dei bianchi e ciò lo si deve anche all’impegno di Tutu che si è sempre battuto per difendere l’idea di tolleranza e di convivenza pacifica.

I gruppi tribali
Per quanto riguarda l’anima tradizionale, si sa molto poco di come fossero le civiltà africane prima del l’arrivo degli Europei. Le fonti scritte sono rare e quel poco che si conosce lo si desume da racconti di viaggiatori o dalle storie che trasmesse oralmente sono arrivate fino ai nostri giorni. “Anche nelle foreste Congo, nelle zone abitate dai boscimani, sicuramente una delle popolazioni che maggior mente hanno conservato la loro cultura tradizionale, le società sono state sconvolte dall’arrivo degli Europei. I boscimani hanno spesso adottato i costumi dei loro oppressori e piano piano la loro cultura si sta dissolvendo travolta da una modernità che non è riuscita a portare benessere”: sono le parole di chi ha vissuto e condiviso il sogno di liberazione delle popolazioni delle foreste congolesi – in particolare i Pigmei – come i due fratelli gemelli padre Antonio e Benito Mazzucato.
Persone come loro sono la testimonianza vivente che anche nei momenti più terribili può sussistere una speranza. Con il suo impegno per la giustizia e la pace padre Mazzuccato è riuscito a dare speranza a chi è stato dimenticato dal resto del mondo. Dalla missione di Etabe padre Antonio denuncia la corsa all’accaparramento delle risorse minerarie e naturali operata dalle multinazionali occidentali, che distruggono la vita delle antiche popolazioni aumentando la loro morte fisica e psicologica. Eppure anche in una condizione di estrema difficoltà, questi gruppi umani e tribali stanno recuperando faticosamente le loro tradizioni e da quelle fonti cercano di opporsi a un conflitto devastante, mettendo in gioco la vecchia saggezza della foresta. Anche questo è un esempio di opposizione nonviolenta alla furia distruttiva degli interessi economici del nuovo colonialismo dell’occidente.

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