IRAQ

Per sperare in un Iraq nuovo

Perché, nonostante tutto, non è un’utopia credere in un futuro nonviolento a Baghdad e dintorni.
Renato Sacco e Fabio Corazzina

La prima cosa che viene da pensare è che non si può scrivere sulla nonviolenza in Iraq. Sarebbe come cercare un astemio in qualche circolo o bettola dove vino, grappa e superalcolici scorrono a fiumi. “In Iraq, si vive di violenza. Prima la dittatura, poi la guerra, il terrorismo. Poi, sono tutti armati. Tutti sparano. La violenza ce l’hanno nel sangue”. Sono commenti che non è difficile ascoltare al bar, in alcune riunioni e a volte anche in qualche programma Tv. Mentre chiudiamo questo articolo giunge la notizia di un nuovo attacco a Kirkuk, con numerosi i morti. Una conferma di quanto si diceva?
No, non è così. Nello stesso giorno, il 23 febbraio, riusciamo a parlare al telefono con padre Luis Sako, Vescovo di Kirkuk, che più volte ci ha accolti in

Pax Christi e l'Iraq
Pax Christi non ha certo scoperto l’Iraq in questi mesi. Già prima della guerra del Golfo del ‘91 forti erano state le denuncie contro la vendita di armi a Saddam anche da parte dell’Italia: mine antiuomo, gas, supercannone, ecc.. Insomma non sono mancate le denunce di connivenza col regime di Saddam, nostro buon cliente e amico. Poi gli interventi di don Tonino Bello prima della guerra, di cui ricordiamo la lettera ad Abramo. Mons Bettazzi all’inizio del ‘91 raggiunge la frontiera irachena, con grande riconoscimento perché era visto come ‘il rappresentante del papa, contro la guerra’. E poi numerosi viaggi, incontri in Iraq durante gli anni pesanti dell’embargo, nel silenzio quasi assoluto della comunità internazionale che chiudeva gli occhi di fronte ad almeno 500.000 bambini morti a causa dell’embargo, della mancanza di medicine necessarie per curare anche gli effetti delle armi all’uranio impoverito. Poi Pax Christi partecipa nel ‘98 a Baghdad all’incontro delle Chiese cristiane arabe per la pace. Nascono legami, amicizie, rapporti che continuano in altre visite nel 2000, 2002 e ancora nel maggio e novembre 2003.
Visita per dire ‘siamo con voi’, per esprimere solidarietà concreta alla alle persone e alle comunità e mantenere i contatti forzatamente interrotti. Per vedere la realtà con occhi diversi dall’informazione di guerra e guardare alle persone che vivono in Iraq, persone che hanno dei nomi e dei volti...
Iraq, quando era parroco a Mosul. “La gente è stanca di guerra e violenza. Non vuole violenza, vuole pace, vuole vivere. E poi – continua padre Sako – io penso che anche tutti questi attentati in cui muoiono anche civili iracheni, non sono fatti dalla gente di qui. Gli Iracheni, di natura, non sono violenti.
Non è pensabile che un Iracheno uccida un altro Iracheno. Molti vengono da fuori, da Yemen, Siria, Turchia. Anche molti saccheggi nei giorni della guerra sono stati fatti non da Iracheni, senza che gli Americani abbiano cercato di impedirli. Comunque io sono ottimista: voglio sperare in un Iraq nuovo. E credo che ci sono motivi per credere in questo. Penso prima di tutto alle donne, io ho partecipato a Kirkuk ad alcuni loro incontri e sicuramente le donne sono una grossa speranza di pace, di democrazia, di nonviolenza.
Io sono fortunato perché a Kirkuk, dove sono Vescovo, la gente è molto aperta, in particolare i Kurdi. Non dovete pensare che l’Iraq è solo guerra e terrorismo. C’è molta gente ‘normale’ che anche voi avete incontrato nei mesi scorsi, che è convinta che la guerra e la violenza sono sempre una sconfitta. Poi penso anche alla Chiesa, ai Cristiani. Certo c’è bisogno di lasciar operare lo spirito del Vaticano II, che di fatto non è ancora entrato nella Chiesa Caldea. Dobbiamo formare e amare la gente. Fare passi di condivisione con la gente e il Paese.
La Chiesa può e deve giocare un ruolo importante, soprattutto nel campo dei diritti umani, della dignità della persona. Il Vangelo è per l’uomo, è speranza per ogni persona; non è ricerca del potere, della violenza, della ricchezza. Poi penso anche al ruolo importante della stampa, dei giornali. E infine anche i partiti hanno un ruolo importante per favorire il dialogo la democrazia, il rifiuto della logica del più forte.
Tutti insieme dobbiamo impegnarci per un futuro di pace basato sui diritti umani, come insieme abbiamo manifestato e ci siamo battuti perché questa guerra non arrivasse. Ci siamo ritrovati uniti, cristiani e musulmani. E l’anno scorso sono state importanti per noi le manifestazioni che abbiamo visto anche in Italia, e poi i continui appelli del Papa.
Alcuni ci hanno chiesto di tradurre in arabo i discorsi del papa contro la guerra. Questo è un segno importante, per impedire una guerra di religione. E oggi credo che i cristiani non devono battersi per avere una zona dell’Iraq destinata a loro, ma il loro impegno deve essere per il dialogo, il servizio, l’ascolto, l’accettare l’altro che è diverso da me, il perdono. Insomma fare armonia tra i diversi. Certo è un linguaggio e un atteggiamento nuovo. Ma la violenza, la guerra si supera solo quando c’è dialogo. Quando anche Dio non è presentato come un potente, un tiranno. E questo è un impegno sia per la Chiesa cristiana, sia per l’Islam. Noi vi aspettiamo in Iraq. Sarebbe molto bello se Pax Christi riuscisse a organizzare anche solo una settimana di incontro con i nostri giovani, per parlare di pace, di nonviolenza, per ascoltare, per condividere, per una solidarietà che non è solo economica ma morale, spirituale, umana. Per crescere insieme. Vi aspettiamo
”.
Terminata la chiacchierata con padre Sako, ci vengono in mente tanti volti, tante esperienze che abbiamo incontrato nelle ultime visite in Iraq. Abbiamo anche conosciuto esperienze profetiche come le piccole sorelle di Charles de Foucauld, come la casa Betania, che ospita alcune persone con
Carissimo Abramo
...di tutti i personaggi biblici, tu mi sembri l’unico ad aver impostato con chiarezza il problema se sia giusta la rappresaglia contro un popolo, qualora a farne le spese, insieme ai malvagi, dovessero essere anche gli innocenti…[…] Come sta accadendo, in questi giorni, dalle parti dove abitavi tu, prima che giungessi in terra di Canaan.
L’episodio ci viene raccontato al capitolo diciotto della Genesi.
Poco prima che le città di Sodoma e Gomorra venissero distrutte dallo zolfo e dal fuoco (le armi chimiche, come vedo, esistevano anche ai tuoi tempi), tu avesti il coraggio di mettere in guardia il Padreterno da una colossale ingiustizia che stava per accadere: l’eventualità che dei giusti, cioè, venissero annientati con i peccatori.
[…] Intraprendesti allora col tuo altissimo interlocutore quella stupenda trattativa diplomatica, in cui non si sa se ammirare di più la scaltrezza del beduino, o la fiduciosa perseveranza dell’intercessore, o l’abilità con cui rovesciasti i termini del problema: invece che coinvolgere gli innocenti nella sorte dei malvagi, perché non salvare anche i malvagi a causa di pochi innocenti? […]
Ti mettesti poi, con sorprendente audacia, a giocare al ribasso con Dio: “Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque: per questi cinque distruggerai tutta la città?”.
Da cinquanta, a quarantacinque, a quaranta, a trenta, a venti, a dieci... Una bella faccia di bronzo, insomma. Ma Dio si lasciava sedurre dalla tua confidenza...
Ecco, padre Abramo, anche noi siamo sconcertati come te, e ci poniamo gli stessi drammatici interrogativi che ti ponesti tu di fronte alla sorte degli innocenti.
[…] È lecito ritenere di aver superato la logica dei cavernicoli, quando sappiamo che gli strateghi militari hanno già fatto i loro calcoli, in termini di vite umane, sul costo della guerra e sul numero dei morti civili, necessari per sedersi con autorità al tavolo delle spartizioni?
È accettabile il principio che, per consegnare i rubinetti del petrolio a pochissimi proprie tari, valga la pena consegnare a morte violenta innumerevoli giusti?
Dimmi, padre Abramo. È possibile ancora scommettere sull’intelligenza dell’uomo? Può valere a qualcosa richiamare la responsabilità dei potenti della terra sulla presenza dei “giusti”? O dobbiamo affidarci ormai unicamente a un miracolo di Dio?...


+ Tonino Bello (1990)
(Ad Abramo e alla sua discendenza, ed. la meridiana)
gravi handicap gestita da alcune ragazze che hanno fatto questa scelta silenziosa accanto agli ultimi. Ma loro non fanno notizia. Non si può che concordare nell’affermare che la gente dell’Iraq non è violenta, anzi abbiamo sempre toccato con mano una grande ospitalità e cordialità, sia prima della guerra che dopo. Entrando nelle case, ma anche girando per le strade senza essere conosciuti da nessuno, pur essendo noi chiaramente occidentali. E poi l’Iraq ha tutte le premesse per far crescere una cultura di nonviolenza: la sua storia, culla della civiltà; le diverse religioni, culture, tradizioni che da secoli vivono insieme non possono che essere il terreno migliore per una convivialità delle differenze.
Ma nei giorni scorsi, 18 febbraio, avevamo sentito anche mons. Shlemon Warduni, Vescovo ausiliare del Patriarca Cal deo a Baghdad. Anche da lui siamo stati più volte e molti lo ricorderanno per il suo appassionato intervento alla marcia nazionale per la Pace, a Termoli, lo scorso 31 dicembre.
La situazione, se vogliamo essere ottimisti, sembrerebbe almeno un po’ migliorata” ci dice. “Per sopravvivere dobbiamo guardare al futuro con speranza in Dio, anche se sono ancora troppo pochi gli spiragli di luce. È un segno di speranza la continuazione del dialogo religioso (ho qui con me alcuni amici sciiti con i quali stiamo parlando della situazione e condividendo eventuali linee di impegno).
Le elezioni: tutti le vogliono, ma vanno preparate adeguatamente: con un clima di maggiore sicurezza, dando alla popolazione un vero senso di libertà di espressione e voto, con un confronto effettivo che aiuti a evidenziare il bene del popolo iracheno e non di una parte di esso. Il terrorismo sembra ben radicato, ma in realtà sta diminuendo anche se gli attentati sono spesso di grande potenza. Il popolo non vuole confondere terrorismo e resistenza. Certamente è stanco di questa continua violenza. Addirittura a Falluja, posto non facile, la gente manifesta contro gli attentati e prende distanza da questo metodo violento e inconcludente. La resistenza del popolo iracheno ha un animo nonviolento, desidera maggiore sicurezza per tutti, desidera lavoro, desidera futuro, desidera rispetto, desidera infrastrutture adeguate, desidera che se ne vadano presto gli stranieri. In fondo desidera legalità, politica adeguata, economia effettiva e che si mantengano le promesse fatte al popolo iracheno, facilmente dimenticate o cancellate.
La ricostruzione: è lenta, troppo lenta, incapace di coinvolgere fattivamente gli Iracheni, affidata unicamente a ditte straniere che, non fidandosi degli Iracheni, si portano operai dall’estero. Come può tutto questo piacere al nostro popolo ed essere un segno di ripresa e di fiducia in noi? La solidarietà delle Chiese obiettivamente non è molta e sembra affievolirsi, anche perché non sembra esserci via di uscita chiara a questa situazione, e la gente, qui da noi e lì da voi si stufa. Si sentono nomi di vescovi o cardinali, ma la voce più chiara e sempre con noi è quella del Papa. Per il resto poco”
.
E conclude “Ricordo con gioia l’esperienza vissuta la notte di capodanno a Termoli, con il popolo della pace, ringrazio Dio per la vostra accoglienza e affido a lui il vostro impegno continuo e coraggioso per la pace. Fate di tutto per dare la possibilità agli Iracheni di costruire la loro casa, con il loro lavoro, con le loro capacità. Fate di tutto perché questo momento difficile di transizione finisca il più in fretta possibile, questo è il bene dell’Iraq. Fate di tutto perché possiamo presto avere un governo laico, pluralista e democratico. Il resto non ci serve. Che Dio ci benedica tutti”.
Restano pesanti come macigni le parole del Papa, marzo 2003, dopo l’inizio della guerra: “Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia”.
La strada della nonviolenza, in Iraq e non solo…, è ancora in salita.

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