AMBIENTE

La terra dei veleni

Una storia lunga vent’anni. Impregnata di interessi, debolezze, omissioni. Ma anche di tanto senso civico che ha fatto scendere in strada migliaia di persone.
Vittorio Moccia (Coordinatore tecnico associazione PeaceLink Responsabile del nodo PeaceLink Campania)

Un’imponente mobilitazione popolare, per tutto il 2013 ha portato per le strade migliaia di cittadini, impauriti dalla grave situazione di degrado ambientale in cui versa la regione Campania; è l’epilogo di una vicenda che dura da quasi vent’anni, caratterizzata da un percorso di attivismo civico cresciuto nel tempo. Si è diffusa capillarmente la consapevolezza sul problema dei rifiuti ordinari e di quelli tossici, con cui la criminalità organizzata, al servizio di industriali corrotti e favorita dalla politica, ha devastato un territorio e rubato il futuro alle generazioni che verranno.

La Campania è stata per anni attraversata da un’infinita emergenza ordinaria dei rifiuti, gestita a lungo da un commissariamento straordinario che ha da sempre basato la propria azione sull’imposizione, anche militare, di gigantesche discariche, spesso non a norma, e sull’impiantistica di termodistruzione, nonostante i movimenti civici chiedessero l’adozione di un modello di gestione dei rifiuti di tipo “circolare” ed “eco-compatibile” il quale, partendo da una consistente riduzione della produzione dei materiali “superflui” o “non riciclabili”, arrivasse al loro riuso e riciclo completo, abbandonando la via distruttiva del recupero energetico.

Fu nel 2006 che, sull’onda delle inchieste di alcuni coraggiosi giornalisti e con il susseguirsi di numerose azioni giudiziarie di contrasto al fenomeno delle ecomafie, nacque una forte e sincera reazione da parte della società civile, il Comitato Allarme rifiuti tossici, al quale facevano capo le più importanti componenti della cultura ambientalista e dell’associazionismo campano oltre che moltissimi singoli cittadini. Il Comitato denunciava con forza il fatto che l’emergenza ordinaria dei rifiuti fosse “costruita ad arte” per agevolare il peggiore affarismo, fatto di soluzioni “industriali” che tendevano ad amplificare i problemi più che a risolverli e che la stessa “emergenza” servisse a distogliere l’attenzione dal ben più grave problema dei rifiuti tossico-nocivi: le ecomafie stavano utilizzando la Campania come la discarica nazionale dei rifiuti industriali provenienti dal nord Italia ed Europa, disseminandoli nelle fertili terre della regione e bruciandoli in prossimità dei terreni coltivati, avvelenando così irrimediabilmente acqua, terra e aria. Spesso poi le mega-discariche legali, si denunciava, andavano a ricoprire precedenti discariche illegali di rifiuti tossici: non a caso i grandi impianti come quelli di Giugliano, di Terzigno e lo stesso allora programmato inceneritore di Acerra finivano per insistere su insediamenti territoriali già ampiamente mortificati dal fenomeno degli sversamenti illegali. Luoghi simbolo di questo sfacelo ambientale erano il cosiddetto “Triangolo della Morte” (Acerra, Nola, Marigliano) e la “Terra dei Fuochi” (Giugliano, Qualiano, Villaricca), ma ad essi si aggiungono molti altri siti, quali la megadiscarica napoletana di Pianura (un serbatoio spaventoso di rifiuti industriali), i campi agricoli dei paesi del casertano (in particolare dell’Agro Aversano e del litorale Domizio), il litorale Flegreo, infine l’area dei paesi vesuviani, per un totale di migliaia di discariche illegali disseminate per l’intera regione.

Per le strade

Il 19 maggio 2007, in una crescente consapevolezza della popolazione, le realtà civiche territoriali portarono per le strade di Napoli oltre 40.000 cittadini. La rassegnazione dei campani si trasformava in coscienza collettiva per poter richiedere una politica vicina alla gente e alle sue esigenze, anche sui temi ambientali. Forti di questi risultati (e su iniziativa di Alex Zanotelli) molti dei comitati campani si riunirono nel Coordinamento Regionale rifiuti, che intendeva mettere in comune saperi locali, consapevolezze sui temi ambientali, coordinando le azioni in ambito regionale. Esso ha promosso nel tempo una forte azione di denuncia e varie iniziative legali; ha formulato, inoltre, proposte alternative sul tema rifiuti e, insieme a Rete Salute e Ambiente, ha interloquito con la Commissione Petizioni e la Commissione Ambiente europee, costringendole con vari reportage e “Spazzatour” a prendere atto della disastrosa situazione campana. 

In un simile contesto di partecipazione attiva e di impegno civico, sorretto moralmente anche da una Chiesa che ha visto nel tempo crescere il numero di sacerdoti schierati a fianco dei cittadini e in difesa della vita, la politica locale e nazionale ha spesso tentato di sminuire i problemi, mentre nel frattempo diversi studi (cfr. OMS e CNR) evidenziavano i significativi aumenti percentuali delle malattie tumorali e delle malformazioni neonatali nei luoghi interessati dagli sversamenti illeciti. Nel frattempo la stessa politica ingaggiava, all’interno di comitati e associazioni, propri referenti, con l’effetto di indebolire i ragionamenti unitari e il ruolo di totale autonomia che erano stati conquistati. 

La spinta forte e sincera dei movimenti spontanei è culminata a ottobre e a novembre 2013 in due poderose manifestazioni di piazza a Napoli con migliaia di cittadini che reclamavano, indignati, il proprio diritto alla vita. Ma, in tale scenario, da un lato il gravissimo problema dei rifiuti tossici è stato ridotto al solo fenomeno dei “fuochi”, con l’effetto di criminalizzare con rudimentale aggressività le mani terminali dei roghi tossici e non certo la lunga catena di mandanti che alimentano il problema; dall’altro la manifestazione “Fiumeinpiena”, promossa dal movimento universitario, è stata infarcita di slogan e cavalcata da persone che hanno deciso di presentare richieste e proposte deboli: invece di esigere l’immediata messa in sicurezza dei territori maggiormente colpiti dagli sversamenti illegali di rifiuti tossici e dalle megadiscariche fuori norma di rifiuti ordinari, ci si è persi nella richiesta di tavoli di concertazione, di “bonifiche” non meglio specificate e del censimento di un territorio di cui si conoscono già perfettamente le arterie stradali di smistamento del materiale illegale proveniente da altre regioni e le fabbriche locali che producono e sversano in nero; di inutili studi per individuare i “nessi di causalità” tra rifiuti e tumori; di soluzioni, infine, che aprono la porta alla trasformazione dei territori in immensi campi di no-food, con indirizzamento successivo delle relative piantagioni verso il nuovo affare delle biomasse.

Il Parlamento ha, in questo contesto, prodotto una legge sui “fuochi” puramente propagandistica, sbandierata come soluzione ai problemi, anziché orientarsi sulla ben più urgente legge sui delitti ambientali, che fatica a prendere forma organica. Il “decreto fuochi”, oltre a proporre piani di bonifica irrealizzabili (mentre con l’altra mano il decreto “Destinazione Italia” favorisce finanziamenti pubblici che potrebbero premiare gli stessi inquinatori e contraddire il principio del “chi inquina paga”), prevede pene durissime per chi incendia rifiuti, colpendo esclusivamente il danno “di pericolo” ma disinteressandosi di quello effettivamente “causato”, come suggerito dalle direttive europee in materia, puntualmente disattese dalla nostra politica. Per di più non affronta il tema della tracciabilità dei rifiuti, non propone una interazione coordinata tra le forze che svolgono attività di indagine sul territorio, prevede un generico piano sanitario di screening senza chiarire da dove potranno essere recuperati i fondi, mentre nel frattempo le strutture ospedaliere, che operano nei territori in cui l’aumento della mortalità è tangibile, si muovono tra mille difficoltà.

Quanto è accaduto mostra il tentativo di sfiancamento di una mobilitazione dal basso cresciuta negli anni e che oggi ha la necessità di riaffermarsi con una piena riappropriazione del ruolo di cittadinanza attiva.

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