MIGRANTI

Parole de nègre

Dal Senegal a Milano. Da vucumprà a vupensà.
Storia di Mohamed Ba, un senegalese che ha scelto di essere ponte tra due culture.
E che, in tutta risposta, viene accoltellato.
Intervista di Ilaria Brusadelli e Marco Besana (giornalisti e blogger)

Mohamed Ba nasce nel 1963, a Dakar. Pastore in Senegal, emigra in Francia a 27 anni alla ricerca di una nuova vita, scontrandosi con la difficile condizione di clandestino. Fa lavori saltuari per aiutare la sua famiglia, ma riesce anche a pubblicare la sua prima opera, Parole de nègre. Si trasferisce, quindi, in Italia, a Milano, dove studia la nostra lingua, la nostra cultura e comincia un percorso che lo porta a vivere la nostra società dall’interno, non più come “ospite”, ma come “protagonista”, come “ponte”. Sfrutta la sua abilità di griot, “cantastorie” e musicista, per far conoscere la cultura senegalese. Diviene mediatore culturale e attore, alterna ai suoi spettacoli incontri nelle scuole per favorire l’integrazione e combattere il razzismo. Autore e interprete teatrale, ha messo in scena, tra gli altri, Parole fuori luogo, B-Sogni, Negritudine, Canto dello spirito, Invisibili e Sono incazzato bianco

Cinque anni fa, esattamente il 31 maggio 2009, la vita di Mohamed Ba cambia per sempre. Alle 19.45 viene accoltellato nel pieno centro di Milano da uno sconosciuto che lo copre di insulti razzisti e gli sputa in faccia. Abbandonato per quasi un’ora in strada, senza che nessuno gli presti soccorso, viene infine trasportato tra la vita e la morte in ospedale. La polizia non apre le indagini, non chiede a Mohamed di descrivere l’aggressore e le autorità pensano “alla solita rissa tra immigrati”. 

Un episodio – che ha lasciato nell’anima di Mohamed una ferita insanabile – raccontato anche nel film “Va’ Pensiero, storie ambulanti” vincitore del premio MUTTI del 2013. Dopo l’accaduto, Mohamed Ba non si è lasciato schiacciare, ma ha proseguito nella sua attività di “ponte fra culture”, pubblicando nel 2013 il suo primo romanzo in italiano, Il tempo dalla mia parte, e continuando a raccontare nei suoi spettacoli la cultura senegalese agli italiani e la vita in Italia ai migranti che, come spiega, “hanno il dovere morale di aiutare l’Africa a decolonizzare il suo immaginario...”.

Mohamed, la tua attività è volta a far conoscere la cultura senegalese per far crollare ogni stereotipo e favorire l’integrazione. Ma cosa intendi per “cultura” e come due culture differenti possono realmente arricchirsi incontrandosi?

Per me la cultura è un insieme di valori e di sentimenti legati a simboli, a una storia, a uno stile di vita, a una società, a tratti somatici che un gruppo di individui condivide in un determinato luogo. La cultura è un piatto da cucinare in una pentola, all’interno della quale ci sono tutti questi ingredienti. Ma la pentola non ha coperchio e, mentre bolle, qualcosa esce e qualcosa entra. Ogni straniero proviene da un’altra pentola, con diversi ingredienti. Dobbiamo fermarci e trovare gli aspetti che ci accomunano per poter camminare insieme. 

Che punti di contatto ci sono tra la cultura senegalese e quella italiana e cosa, invece, segna un distacco tra le due “pentole”?

Io sono cresciuto seguendo simboli antichi, non presenti sui libri. Ciò che risultava incomprensibile ai nostri colonizzatori era da loro abbandonato, ma per noi rappresentava “il sangue”. L’Africa ha resistito al tempo perché si sono salvate le tradizioni. Quella orale è stata una salvezza per noi e, con i suoi simboli, io stesso sono sempre riuscito a orientarmi. Anche a Milano, senza conoscere la lingua e senza una guida, ho dovuto fare leva su quei segni. Uno di questi è il baobab; è l’albero più alto del villaggio, usato per orientarsi, ed è la prima cosa che ho cercato anche in Italia. Mi sono chiesto: quale sarà il baobab di Milano? E mi sono trovato davanti al Duomo. Anche qui esistono baobab, ma con forme diverse. Da lì è cominciato un percorso che mi ha avvicinato sempre di più a Milano e ai suoi abitanti. Mi sono accorto che eravamo incredibilmente vicini. E questo perché abbiamo gambe, e non radici: l’uomo è fatto per camminare. Camminando si scopre, si incontra, ci si scontra anche, ci si nutre di altre culture. Non esiste una cultura del tutto impermeabile a contaminazioni. Noi stessi usiamo strumenti e modi di dire che provengono da terre lontane, senza saperlo. Ognuno di noi è la somma di tante micro-culture ed ecco perché il termine “identità” mi spaventa. Questo essere “somma di culture diverse”, ci rende simili. Quello che però mi fa male è che la memoria storica italiana non abbia cittadinanza nella quotidianità e purtroppo gli italiani sono condannati a ripetere errori del passato.

Una differenza notevole è come si vivono i rapporti personali e familiari nella nostra società e in quella senegalese...

Per noi il capitale in possesso non si misura in beni materiali, ma sull’essenza, sul ruolo dell’individuo, che allo stesso tempo ha la consapevolezza di far parte di un gruppo su cui contare. Questo deriva dalla nostra stessa storia: la comunità era per noi un rifugio, una difesa, e questo sentimento è rimasto. Qui, invece, è avvenuto il contrario. In un mondo globalizzato l’uomo ha bisogno di un punto di partenza, che non può essere che la propria memoria storica. 

Possiamo dire che l’Africa ha saputo trasformare la colonizzazione in una nuova forma di energia, attraverso una tradizione orale che l’ha tenuta in vita?

Certo, e infatti Senghor affermò che la colonizzazione fu un male necessario, e non fu compreso. Quando impose il latino nei licei, ci stava preparando al mondo colonizzato. Imparando il latino ognuno avrebbe potuto imparare l’italiano, il francese e divenire “cittadino del mondo”... ma questo, allo stesso tempo, non ha cancellato la nostra africanità: è il concetto di “radicamento e apertura”. Per chi è nato in Africa, andare verso l’altro è semplicemente recarsi all’“appuntamento del dare e del ricevere”.

Un intellettuale e un film da conoscere per avvicinarsi alla cultura senegalese…

La mia guida spirituale è il poeta Birago Diop, che canta la bellezza dei defunti nella sua opera “Suffle”, il “Soffio degli antenati”. Ci fa capire quanto siamo legati allo spirito di coloro che ci hanno preceduti e che, seguendo il loro esempio, consentiamo loro di morire senza mai cessare di esistere. Un film da conoscere? Senza dubbio il “Campo di Thiaroye” di Sembene Ousmane…

Cosa consiglieresti a un ragazzo senegalese che vuole venire in Italia?

Ho la fortuna di fare in Senegal lo stesso lavoro che faccio qui e per questo sono diventato “un ponte”. Ho sentito il dovere morale di restituire la realtà quotidiana agli uni e agli altri. Il migrante oggi ha il dovere di aiutare la gioventù africana a decolonizzare il suo immaginario. L’Europa non può essere per tutti il campo di promesse il cui raccolto supera le speranze. I migranti che ci hanno preceduto non ci hanno aiutato a crescere guardando la realtà in faccia, ma ci hanno cresciuto a colpi di lusinghe. Non hanno coltivato interessi in Italia: hanno diviso la loro esistenza tra casa e lavoro, per anni, mettendo via soldi per divenire, una volta tornati in Africa, l’esempio da emulare. Il dramma è che coloro che hanno fatto soldi, non hanno raccontato come si sono arricchiti. Mi fa soffrire non trovare quasi mai africani ai miei spettacoli. Io cerco di far conoscere agli italiani la nostra cultura, ma cerco anche di aiutare i migranti ad aprire gli occhi. 

Qual è l’immaginario che l’Italia ha della tua terra?

Una delle cose che più mi colpì fu che in Italia tutto era stereotipato. Io non potevo che essere vucumprà. Ma ho sempre pensato sia possibile passare dallo stato di vucumprà a quello di vupensà, sebbene sia una scelta drastica. Mio nonno, inoltre, mi insegnò che non bisogna mai prendersela con chi ti tratta da cane, ma fare in modo che non ti trovi mai a mangiare nella ciotola del cane…

Porti aria di apertura, parli di importanza della memoria, ma nel tuo caso la memoria fa male...

Non è la memoria che mi fa male, è la compassione negli occhi di chi mi sta attorno. Voglio superare quello che mi è successo cinque anni fa, ma ho la certezza di non poter più tornare quello di prima. Tutti mi dicono di lasciar passare il tempo, che tornerò “normale”... ma so che non è così. Io voglio superarlo, non tornare come prima. Le ferite fisiche si curano, sono quelle dell’anima che hanno bisogno di più tempo. Non voglio vedere la pietà nello sguardo dell’altro.

I tuoi progetti nelle scuole, in qualche modo, sono però un antidoto alla violenza, un mezzo con il quale hai reagito...

Sì, è vero… ma l’attore e l’educatore sono una cosa, l’uomo è tutt’altro. Ed è l’uomo che, nella sua intimità, si sente irrimediabilmente ferito. 

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