ECONOMIA

Cacciare i mercanti dal tempio

Nella morsa stretta del mercato e dell’economia per il profitto fine a se stesso, quali possono essere le alternative percorribili?
Mercati, mercanti ed economie diverse.
Roberto Mancini (Filisofo e scrittore)

I mercanti sono ritornati nel tempio, lo hanno occupato interamente, sequestrando gli esseri umani perché rendessero culto ai Mercati. Se il “tempio” è incarnato dall’umanità e dal creato, dobbiamo cacciare non solo i mercanti, ma i Mercati stessi per aprire la via di un’altra economia. Il capitalismo finanziario globale non è neanche un’economia vera e propria, ne è invece un parassita che grava sulla vita di tutti. Ma le scelte politiche dei governi vanno in una direzione completamente sbagliata. Serve un esodo dal deserto dell’ignoranza e del conformismo. 

Le relazioni

Dai primi del Novecento a oggi si è sviluppata la ricerca di modelli economici alternativi al modello capitalista e a quello del socialismo reale. Penso all’economia delle relazioni di dono, dove al centro è posta la relazione tra le persone e la cura per ciò che dà loro da vivere. In Africa, in vaste zone dell’Asia e in America Latina grazie a questa pratica di economia popolare alcuni popoli sono riusciti a sopravvivere all’impatto con il modello imperialista occidentale. Bisogna poi ricordare l’economia gandhiana della trusteeship. Basata sull’opera di Gandhi e sperimentata in India, tale concezione muove dal riconoscimento del fatto che l’economia è parte integrata dell’etica del bene comune. Il soggetto economico non deve attaccarsi al possesso, ma lavorare nello spirito dell’amministrazione fiduciaria (trusteeship). I talenti ci sono dati perché portino frutto per noi ma anche per gli altri: il lavoro è servizio. Il soggetto dell’economia è la comunità locale, i cui talenti e le cui tradizioni servono a garantire la sussistenza e l’equo scambio commerciale dei propri prodotti tipici con le altre comunità del mondo. 

Il modello Olivetti

Non va del resto dimenticata l’economia di comunità proposta da Adriano Olivetti e sperimentata a Ivrea. È un’idea nata dallo spirito cristiano della fraternità e dallo sforzo di tradurla in un ordinamento democratico comunitario. La rappresentanza democratica non può reggersi solo sul suffragio universale; va integrata dalla rappresentanza delle comunità territoriali, delle forze del lavoro e del mondo della ricerca. L’impresa è un bene comune, che respira con la vita democratica. Sorta dagli studi di Nicholas Georgescu-Roegen, la prospettiva della bioeconomia configura un’economia ecologica, che tiene conto della legge dell’entropia: per produrre qualcosa in realtà consumiamo energia e materia maggiori del prodotto stesso. 

Dobbiamo, quindi, orientare l’economia non alla crescita, né al mito dello sviluppo sostenibile, ma alrisparmio, al riuso, al riciclo, al restauro, per mantenere aperto il futuro anche alle prossime generazioni. È la visione ripresa dal progetto della decrescita di Serge Latouche, che punta a instaurare la cura dei beni e delle risorse secondo criteri di sobrietà e di sviluppo dei beni relazionali. 

Economia civile

C’è poi l’economia di comunione e l’economia civile. Nata dall’intuizione di Chiara Lubich e dal movimento dei Focolari, questa tendenza introduce in economia la logica della comunione attraverso la riorganizzazione dell’impresa. Il profitto va suddiviso nelle seguenti quote: una parte del profitto va all’imprenditore e a tutti i lavoratori, una parte per la solidarietà sociale, una parte per reinvestire nell’azienda in quanto bene comune, una parte per finanziare attività educative che formino persone all’altezza dello spirito di comunione. Da parte sua l’economista austriaco Christian Felber ha prefigurato l’economia del bene comune in una visione che sostituisce al PIL il Bilancio del Bene Comune e subordina il profitto riducendolo a fine secondario dell’attività economica. Ricordo, infine, l’economia solidale e partecipativa. È un modello che punta sulla logica dell’equità e della solidarietà, nonché sulla pianificazione democratica partecipata. 

Intanto, per cominciare a invertire la tendenza, in Italia è utile un promemoria sulle riforme vere che sono urgenti. Ricordo quali sono le cosiddette “riforme” volute da Renzi: una riforma costituzionale che stravolge in senso oligarchico la funzione del Senato e quella delle Province con il pretesto di un finto risparmio e soprattutto di una maggiore “governabilità”; una legge elettorale che riduce ulteriormente la possibilità che la volontà dei cittadini abbia rappresentanza reale; una riforma del mercato del lavoro che coltiva la precarizzazione sopprimendo tutele e diritti e che non si fermerà con la cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma punta a cancellare lo Statuto stesso e l’art. 41 della Costituzione; un “Patto educativo” per la scuola che si risolve nell’aumento delle ore di lavoro per gli insegnanti, messi in competizione tra loro per qualche incentivo, e nell’introduzione dei dogmi liberisti come materia di studio; una riforma fiscale che si traduce nell’invio del modello 730 precompilato a casa. 

Aria di riforme 

Le riforme autentiche sono molto diverse. Mi limito a elencare le dieci principali: 

1) un piano globale per l’economia nazionale che garantisca i diritti ai lavoratori, riapra il credito alle imprese e promuova la rilocalizzazione favorendo le attività tipiche dei nostri territori (dalla cultura al turismo, dal tessile all’alimentare e così via). Il governo dovrebbe sostenere le imprese disposte a praticare un’economia sana attraverso le leve della defiscalizzazione, del credito agevolato, degli appalti pubblici e della collaborazione delle università nel campo della ricerca scientifica necessaria a un’economia avanzata. A ciò si aggiungerà la riforma fiscale in senso proporzionale e patrimoniale. La direzione di fondo della riforma dell’economia nazionale dovrà delinearsi nel passaggio dalla logica della crescita alla logica dell’armonizzazione, dall’economia dello sviluppo all’economia della cura. 

2) Una riforma della politica sociale e dei diritti che porti a misure strutturali tanto per sostenere i singoli e le famiglie colpiti dalla diffusione dolosa della povertà a causa della conduzione liberista dell’economia, quanto per dare una risposta di dignità alla condizione dei migranti, dei profughi, dei detenuti e di quanti sono marginalizzati o respinti; 

3) Una riforma che tuteli l’indipendenza della magistratura e dia impulso sistematico alla lotta contro le mafie;  

4) Una riforma che affronti il conflitto di interessi e ridisegni la normativa che regola la proprietà deimedia

5) Una riforma che tuteli radicalmente i diritti delle donne e assicuri i diritti civili di chiunque senza discriminazioni dovute alle preferenze sessuali; 

6) Una riforma della sanità pubblica che risponda alle esigenze dei territori e ne elevi la qualità da Nord a Sud; 

7) Una riforma della scuola e dell’università che dia impulso alle dinamiche interculturali e interdisciplinari e che consideri gli studenti protagonisti, assicurando nel contempo ai docenti le migliori condizioni per unire didattica e ricerca (provvedendo al tempo stesso alla manutenzione sistematica degli edifici); 

8) Una riforma che porti alla gestione sapiente dell’assetto idrogeologico del Paese e che tuteli l’ambiente; 

9) Un nuovo orientamento della politica estera che - in modo diretto e in modo indiretto (sul piano dell’Unione Europea) – costruisca un quadro di relazioni solidali, di cooperazione e di disarmo dal Mediterraneo a ogni area del mondo; 

10) Una riforma che fissi le regole vincolanti per la democrazia interna nei partiti o nei movimenti politici e cancelli privilegi e immunità per chi ha cariche pubbliche, introducendo sia limiti temporali di esercizio che percorsi di formazione.

Prima di trovare un governo pronto a fare queste riforme si dovranno trovare molti, nelle istituzioni, nella società civile e anche nella Chiesa, che siano disposti non a “metterci la faccia”, ma a metterci la testa. A metterla fuori dalla nube tossica che spegne l’intelligenza politica. Le Chiese e le comunità di altre fedi hanno il dovere di contribuire all’esodo da quella che papa Francesco ha definito, con precisione analitica e profetica, “un’economia omicida”. 

 

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