I danni del TTIP

A integrazione del dossier di Mosaico di pace di novembre 2014, “Fermiamo questo Trattato” a cura di Nicoletta Dentico, pubblichiamo questo articolo che contribuisce a spiegare i rischi dell’approvazione del TTIP.
5 novembre 2014 - Jeronim Capaldo (Econometrics and Data Specialist, Social Protection Department - International Labour Organization)

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno negoziando un accordo su commercio e investimenti: il TTIP (Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership) che prevede l’eliminazione delle differenze nei regolamenti in materia di commercio per dare impulso agli scambi commerciali. Gli studi ufficiali sul TTIP proiettano benefici in termini di prodotto interno lordo e del reddito delle famiglie ma non sono chiari sulle proiezioni in termini di impiego e di distribuzione del reddito.

Sfortunatamente, i documenti recenti dimostrano che i maggiori studi sul TTIP si basano su modelli economici inadeguati (del tipo CGE - Computable General Equilibrium). Spinto da queste considerazioni, in uno studio per la Tufts University ( Tufts University working paper) ho analizzato il TTIP usando un modello diverso – il Modello Globale delle Nazioni Unite – arrivando a dei risultati drammaticamente diversi.

Eccone un riassunto per l’Unione Europea:

  • Il TTIP porterebbe a delle perdite in termini di esportazioni nette dopo un decennio, paragonato allo scenario di base. Le economie dell’Europa del Nord avrebbero le perdite maggiori (2.07% del PIL), seguite da Francia (1.9%), Germania (1.14%) e Gran Bretagna (0.95%).
  • Il TTIP porterebbe a perdite nette in termini di PIL. In linea con le cifre al netto riguardanti le esportazioni le economie del nord Europa soffrirebbero la maggior perdita in termini di PIL (-0.50%) seguite da Francia (-0.48%) e Germania (-0.29%).
  • Il TTIP porterebbe a una riduzione del reddito da lavoro e la Francia sarebbe la più colpita con una perdita di €5.500,00 per lavoratore, seguita dai Paesi del nord Europa (-€4.800,00), Gran Bretagna (-€4.200,00) e Germania (-€3.400,00).
  • Il TTIP porterebbe alla perdita di posti di lavoro.  Abbiamo calcolato che circa 600.000 posti di lavoro si perderebbero nell’intera Unione Europea.  I paesi del nord sarebbero i più colpiti (-223.000 posti di lavoro), seguiti dalla Germania (-134.000 posti di lavoro), la Francia (-130.000) e l’Europa meridionale (-90.000).
  • Il TTIP porterebbe ad una riduzione della quota di reddito da lavoro (la quota in toto del reddito maturato dai lavoratori), dando maggior forza alla tendenza che ha contribuito alla stagnazione attuale. Il rovescio della medaglia delle previste riduzioni è un aumento della quota di profitti e rendite, il che vuol dire che proporzionalmente ci sarebbe un trasferimento del reddito da lavoro a quello da capitale. L’impatto maggiore avverrebbe nel Regno Unito (7% del PIL trasferito dal lavoro al reddito da profitto), Francia (8%), Germania e Europa del Nord (4%).
  • Il TIIP porterebbe a una perdita delle entrate pubbliche. Il surplus delle tasse indirette (tasse sulle vendite, l’imposta sul valore aggiunto IVA) sui sussidi diminuirebbe in tutti i paesi dell’Unione Europea, con la Francia che avrebbe le maggiori perdite (0,64% del PIL). Il deficit dei governi aumenterebbe in percentuale al PIL in ogni paese dell’Unione Europea, spingendo le finanze pubbliche verso e oltre i limiti di Maastricht.
  • Il TTIP porterebbe a una maggiore instabilità finanziaria e all’accumulo di squilibri. Con il diminuire delle entrate da esportazione, delle quote salariali e delle entrate dei governi, la domanda dovrà essere sostenuta dai profitti e dagli investimenti. Ma, con il diminuire dei consumi non ci si può aspettare che i profitti siano generati dall’aumento delle vendite. Una previsione più realistica è che i profitti e gli investimenti (nella maggior parte azioni finanziarie) saranno sostenuti dall’aumento dei prezzi delle azioni. Il potenziale di questa instabilità macroeconomica a della relativa strategia di crescita è ben nota dopo le recenti crisi finanziarie.

Questi risultati puntano tutti a una conclusione generale:  prefiggersi un aumento del volume di transazioni commerciali non è una strategia sostenibile per l’Unione Europea.  Nell’attuale contesto di austerità, di alto tasso di disoccupazione e di crescita bassa, aumentare la pressione sulle entrate da lavoro aumenterebbe ancora il danno all’attività economica. Al contrario, una strategia praticabile per riavviare la crescita economica in Europa deve essere fondata su un forte impegno politico in sostegno ai redditi da lavoro. 

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