AFGHANISTAN

Bilancio di una guerra

Chiusa la missione Isaf/Nato in Afghanistan, è tempo di valutazioni: quali risultati sono stati raggiunti? In che stato lasciamo il Paese? Con quali costi?
Emanuele Giordana (Lettera22, direttore responsabile agenzia indipendente Asminet)

Il bilancio della guerra ai talebani durata in Afghanistan circa tredici anni – dal 2001 alla fine del 2014 quando si è conclusa la missione Isaf/Nato – è abbastanza evidente. I talebani sono ancora lì, e assai più agguerriti di quando i primi soldati dell’Alleanza piantarono la loro bandierina. La guerra militarmente è, dunque, persa, ma in compenso è stata più o meno dichiarata conclusa. Come in ogni parabola che segue le regole dell’economia e della politica, si arriva a un punto di non ritorno e i soldi spesi cominciano a mancare mentre l’opinione pubblica protesta. Si aprono altri fronti, politicamente più avvincenti e apparentemente più digeribili, e si lascia perdere ciò che ormai non si riesce più a sanare. L’Afghanistan passa nel capitolo “guerre dimenticate”, conflitti a bassa-media intensità meno interessanti per commercianti d’armi e produttori che ne hanno ormai tratto tutti i benefici possibili, compreso quello di testare nuovi armamenti non in un poligono ma in un vero teatro di guerra. Non di meno, la partenza dei soldati (ne rimarranno comunque circa 20mila) potrebbe favorire uno scenario di riconciliazione. Difficile al momento, ma forse reso possibile proprio dal fatto che alcuni giocatori si sono ritirati dalla scena e che altri stanno cambiando strategia (il Pakistan).

I cento giorni di Ashraf Ghani

Lunedi 12 gennaio, il neo presidente Ashraf Ghani ha finalmente annunciato la lista dei ministri del suo governo. Le nomine hanno ricevuto una reazione comprensibilmente tiepida, visto che l’impasse politico generato dalla condivisione dei poteri tra Ghani e Abdullah Abdullah (l’altro sfidante per la  presidenza che, avendola persa, ha preteso una condivisione dei poteri e un  ruolo da premier) aveva ormai superato i “cento giorni” del nuovo corso entro i quali il presidente  avrebbe dovuto sia  nominare la squadra, sia mostrare i primi risultati del suo programma. In base al nuovo “Cencelli” di Kabul, dei 25 ministri in carica, 13 li ha scelti Ghani (tra cui Difesa e Finanze) e 12 li ha scelti Abdullah. Sono, questi ultimi, dicasteri di peso (Esteri, Interno, Economia, Sanità, Istruzione), a dimostrazione che il braccio di ferro tra i due ha finito per premiare quasi più il premier che il presidente. Va detto però che i portafogli più importanti (compresa la nomina del governatore della banca centrale) sono saldamente nelle mani di Ghani e chi controlla la cassa controlla tutto, specialmente in un periodo in cui il sostegno estero andrà scemando. I primi problemi comunque sono già arrivati: il parlamento ha contestato la previsione di budget, ossia la finanziaria del governo.

La legge di bilancio dice che Kabul dovrebbe incassare, tra tasse e dazi, 125 miliardi di afghanis, mentre altri 275 miliardi dovrebbero arrivare dall’aiuto internazionale (in totale 8 mld di dollari). I media locali hanno fatto notare che l’anno scorso il governo si era prefissato un incasso di 133 miliardi ma ne aveva ottenuti solo 100. E la borsa degli aiuti stranieri si fa sempre più stretta, tanto che potrebbe strangolare la fragile economia locale. Se la stagione politica si presenta dunque densa di nubi, quella economica non ha cieli meno sgombri: è incorniciata in un futuro incerto, gravato da interrogativi sulla generosità dei donatori che la Conferenza internazionale di Londra del dicembre scorso ha solo in parte fugato, pur reiterando l’impegno a non abbandonare l’Afghanistan.

Che l’economia locale vada male – in un mercato del lavoro su cui si affacciano ogni anno 400mila nuovi soggetti in cerca di occupazione – lo si evince facilmente dalla caduta libera dei prezzi sul mercato immobiliare, dove la vendita di case e terreni ha subito deprezzamenti anche del 50%, a fronte di una stagnazione nella quale le transazioni si sono fermate. Inoltre, anche grazie alla sua corsa mondiale al rialzo, il dollaro si è apprezzato di diversi punti percentuali sull’afghanis, moneta che invece in questi anni è stata molto stabile (un deprezzamento della moneta locale potrebbe però favorire le esportazioni depresse dalla sua eccessiva stabilità). Con la fine della presenza massiccia della Nato anche le commesse legate alla guerra stanno calando vertiginosamente o orientando il governo a servirsi da produttori esteri che offrono merci a costo minore. L’economia sostenuta virtualmente da una sorta di clausola di privilegio verso i produttori nazionali viene meno proprio mentre il futuro degli stipendi a militari e funzionari pubblici si va riempiendo di ritardi nei pagamenti e di incognite sulla tenuta dei salari e dell’occupazione.

Il costo della guerra

Secondo un rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar, l’agenzia pubblica americana che fa le pulci ai conti per la ricostruzione), Kabul non avrebbe infatti abbastanza liquidità per pagare in futuro i suoi soldati,  specie quando, nel 2024, i sussidi esterni per la Difesa dovrebbero terminare. Secondo Sigar le forze armate (Ansf) sono una delle aree a maggior rischio: esercito (Ana) e polizia (Anp) sono al momento composti da 352mila uomini, un numero che la Nato ha proposto di ridurre a 228.500 entro il 2017 proprio per renderlo sostenibile. Ma anche in quel caso Kabul potrebbe non farcela. Questa forza – per quanto ridotta – viene infatti a pesare per 4,1 miliardi di dollari l’anno, cifra a cui Kabul dovrebbe contribuire con 500 milioni fino dall’anno prossimo e che, teoricamente, dal 2024 dovrebbe pagare da sola. Ma poiché nel 2013 il governo è riuscito a incassare da tasse e dazi meno della metà dell’intero budget statale (5,4 mld di dollari), il conto è presto fatto. Kabul immagina di riservare alla spesa per le forze di sicurezza il 3% del budget sperando che il suo Pil cresca e, con lui, anche questa percentuale. Ma se adesso a ripianare i conti ci pensa la comunità internazionale, non è difficile immaginare che, con fondi d’aiuto sempre più ridotti, Kabul si ritroverà ad avere sempre meno liquidità per i salari di soldati e poliziotti. A meno che non li sottragga alla spesa per i servizi oppure ai salari degli impiegati statali.

Negoziare con la guerriglia

Se sarà dunque complesso in futuro mantenere un esercito efficiente, pagare il salario ai funzionari pubblici per garantire governance e servizi, specie in presenza di un costo esorbitante del comparto militare, l’unica via d’uscita logica e pragmatica resta quella di por fine velocemente al conflitto coi talebani.

Ma per quel che riguarda il processo di pace (sinora una chimera) le difficoltà sono di doppia natura: da una parte il governo non sembra fare grandi passi avanti (se non con annunci roboanti per alcuni militanti  e comandanti guerriglieri che depongono le armi) anche se è difficile dire se esistano o meno negoziati segreti con la guerriglia (o una parte di essa). Dall’altra, la domanda è: quale guerriglia? 

Il fronte del nemico si presenta, infatti, estremamente frammentato e, secondo alcuni, addirittura con una aperta crisi di leadership oltreché di visione e di strategia. I talebani afgani non sono jihadisti nel senso che Al Qaeda (o lo Stato islamico, la cui presenza in Afghanistan è stata tra l’altro appena segnalata) danno a questo concetto (internazionalizzazione del jihad) ma semmai nazionalisti religiosi. Non tutti però la pensano così: alcune frange, benché minoritarie, sono jihadiste e qaediste (è il caso della Rete Haqqani, in ottime relazioni con i “cugini” pachistani del Tehrek-e-Taleban Pakistan/Ttp).  

Luci e ombre 

Il recente attacco alla scuola di Peshawar in Pakistan (oltre 140 morti assassinati proprio da una fazione del Ttp) ha dimostrato come il fronte guerrigliero sia diviso da logiche, tattiche e strategie molto differenti: non solo il sito ufficiale dei talebani afgani (che farebbe capo alla cosiddetta shura di Quetta e dunque a mullah Omar, benché se ne metta in dubbio l’esistenza in vita) ha condannato l’azione prendendone le distanze, ma la stessa posizione ha preso rispetto all’azione kamikaze che, precedentemente, aveva ucciso – in Afghanistan – oltre 40 spettatori di una partita di pallavolo (azione forse attribuibile agli Haqqani). La distanza tra talebani afgani e pachistani è nota, ma sembra emergere sempre di più una frattura interna alla guerriglia afgana che finora ha sempre cercato di mostrare un volto unitario. Questo aspetto la rende più fragile, ma rende anche più difficile la trattativa.

Il recente tentativo, soprattutto pachistano, di distendere i rapporti tra i due Paesi indica però un nuovo positivo elemento. Kabul ha sempre accusato Islamabad di aver chiuso entrambi gli occhi sui santuari che, nel Paese dei puri, ospitano i guerriglieri afgani (shura di Quetta e di Peshawar, Rete Haqqani), ma da qualche tempo è Kabul a chiudere gli occhi sui santuari dei talebani pachistani in territorio afgano. Solo la collaborazione tra i due governi – e non l’uso strumentale dei diversi fronti guerriglieri – può mettere fine a un fenomeno che danneggia entrambi. Una dimostrazione tangibile di questa svolta è stata la recentissima messa al bando in Pakistan della Rete Haqqani (valido aiuto per il Ttp e nemico numero 1 in Afghanistan) e di altre nove organizzazioni estremiste e terroriste. Se il buongiorno si vede dal mattino, questa è forse la notizia più rilevante del nuovo anno, anche se pagata al carissimo prezzo di oltre 140 vite di giovani studenti.

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