La s-fortuna della Bolivia

8 maggio 2015 - Tonio Dell'Olio

La Bolivia è un paese sfortunato. È troppo ricco. Ha ricchezze naturali che debordano. Il verde delle foreste e dei campi non riesce ad essere contenuto in uno sguardo. Il sottosuolo è ricco di zinco, argento, oro, litio... La gente è laboriosa e seria. Si tratta prevalentemente di campesinos, popoli originari, indigeni delle tante etnie, elencate dettagliatamente nella recente e bella Costituzione: ayamara, araona, baure, bésiro, canichana, cavineño, cayubaba, chàcobo, chimàn, ese ejja, guaranì, guarasu’we, guarayu, itonama, leco, machajuyai-kallawaya, machineri, maropa, mojeño-trinitario, mojeño-ignaciano, moré, mosetén, movima, pacawara, puquina, quechua, sirionò, tacana, tapiete, toromona, uru-chipaya, weenhayek, yaminawa, yuki, yuracarè e zamuco. Il vero problema, che ha disseminato la storia boliviana di dittature e false democrazie, è l’appetito delle multinazionali e delle oligarchie locali, che hanno sempre voluto depredare questo territorio e schiavizzarne gli abitanti. Se a questo si aggiunge che l’abbondanza e la qualità dei terreni si prestano per la coltivazione tradizionale della coca, si devono aggiungere agli altri, anche gli appetiti dei narcos. Insomma, se la Bolivia fosse un paese desertico starebbe molto meglio.

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Ponti
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Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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