MIGRANTI

I nuovi desaparecidos

Grande cimitero o lago di Tiberiade?
Uno sterminio di massa, quello dei migranti che perdono la vita in mare.
Occorre risvegliare le nostre coscienze.
Sergio Paronetto (Vice presidente Pax Christi Italia)

Dal 2000 al 2012 pare siano annegate nel Mediterraneo 40.000 persone. Enrico Calamai, già vice-console in Argentina ai tempi della dittatura, ha osservato che oggi i migranti annegati sono i nuovi desaparecidos, che siamo di fronte a “uno sterminio di massa” gestito in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza. Quante imprecisioni, ad esempio, sugli scafisti identificati con i trafficanti! Quanta superficialità nell’invito a bombardare i barconi! Secondo agenzie accreditate, i migranti partono con rischi immensi e spese elevate, replicate tre-quattro volte, da Eritrea, Somalia, Niger, Nigeria, Mali, Ciad, Ghana, Zimbawe, Kenya, Repubblica centroafricana, Sud Sudan, Iraq, Siria, Yemen (ma anche Gambia, Senegal, Tunisia, Egitto, Pakistan); attraversano deserti con infiniti stenti; arrivano sulla costa libica affidandosi a trafficanti, membri di mafie locali tra loro interconnesse, che li trattano come schiavi o peggio. Gli scafisti sono pesci piccoli asserviti a “squali di altre terre e di altri mari” che gestiscono il traffico con base di volta in volta in Paesi diversi (“Famiglia cristiana” 3.5.205). Occorre un minimo di umanità; anche noi italiani siamo emigrati in tanti Paesi patendo umiliazioni, ha osservato Gianni Morandi. Per questa osservazione, il cantante è stato ricoperto di insulti all’insegna di “bombardare”, “affondare”, “distruggere”, “respingere”. Quante assurdità e falsità sono alimentate dall’ignoranza, dall’arroganza, dalla paura e da una propaganda elettorale volgare! Che tristezza le dichiarazioni di leghisti veneti che, come a Padova, arrivano perfino ad aizzare cittadini impauriti contro altri cittadini disposti all’accoglienza. Si è verificato “un naufragio delle coscienze” ha scritto l’associazione “Libera”. L’arrogante e il violento, specifica nella sua esperienza telematica Gianni Morandi, “hanno forse famiglia e figli e la domenica vanno anche a Messa. Ma, certamente non ascolta le parole di papa Francesco” il quale, dopo la tragedia degli 800 naufraghi, ha osservato che “sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità”.  

Il grande cimitero 

All’Europarlamento, il 25 novembre 2014, dopo aver denunciato il traffico di armi e di esseri umani, Francesco ammoniva che “non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero”. Nel messaggio Chiesa senza frontiere, madre di tutti, per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (18 gennaio 2015), Francesco osservava lucidamente che “questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso. Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e a mettere in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore” (Evangelii gaudium, 270). Solo una cultura dell’incontro può avviare una rete di collaborazione per rendere “più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza e di riduzione in schiavitù”. 

Silenzio complice 

In tante occasioni, Francesco ha stigmatizzato “il nostro silenzio complice” davanti alle violenze. È complice perché, a causa di interessi economici, continuiamo a vendere armi anche in luoghi di guerra, contribuiamo al proliferare di bande armate, impediamo all’ONU di prendere in mano simili situazioni. L’intervento auspicato dal Papa non riguarda inaffidabili e inefficaci operazioni militari, generatrici di ulteriori violenze, ma il primato della politica e del diritto. Certo, la tragedia dei migranti forzati è immensa e complicata. Per affrontarla occorrono azioni politiche responsabili che sappiano intrecciare accoglienza, legalità, sicurezza, cooperazione, riconciliazione. Occorre partire dai volti dei profughi, nostro prossimo! Così comincia un appello ampio e ragionato, diffuso il 22 aprile 2015 da 40 associazioni cattoliche: “un’iniziativa militare, fosse anche mirata, porterebbe a un’escalation di violenza, oltre a non essere efficace per risolvere il problema; un intervento armato, fosse anche circoscritto, metterebbe a rischio i Paesi europei della sponda mediterranea, inclusa l’Italia, per eventuali ritorsioni di ogni genere da parte di formazioni estremiste; una pressione armata straniera impedirebbe alle numerose fazioni libiche sul campo qualsiasi forma di coesistenza con i migranti provenienti da Oriente e dall’Africa subsahariana. Tali formazioni troverebbero più conveniente provvedere allo sterminio sistematico dei profughi piuttosto che provvedere al loro mantenimento”. Tra le richieste immediate: “La costituzione di un’agenzia europea per le migrazioni; l’attivazione urgente di un’azione europea per arrivare alla stabilizzazione della Libia, attraverso un governo di unità nazionale”. Occorre, allora, “intercettare i flussi prima che arrivino i profughi, attraverso la costituzione di corridoi umanitari e uffici riconosciuti dall’ONU che diano visti umanitari in Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria e, laddove è necessario, il conferimento dello status di rifugiato politico da parte dell’UE modificando l’accordo di Dublino”. Le Chiese evangeliche e Sant’Egidio si sono già dichiarate disponibili a sperimentare l’apertura di uffici in Marocco. Grazie a tante sollecitazioni, qualcosa si sta muovendo in ambito europeo, ma tutto è ancora “in alto mare”; l’Europa stenta a pensare il dramma mediterraneo in un’ottica progettuale e cooordinata. 

Europa e Africa 

Il dramma è mondiale, ha dichiarato Romando Prodi nell’intervista (“Avvenire” 21.4.2015) in cui ricordava che nel mondo ci sono circa 300 milioni di persone che vivono oggi in un Paese diverso da quello da cui sono dovuti fuggire. L’unica via d’uscita è “una gestione globale dello sviluppo del Nord Africa e della fascia sub-sahariana. È impedire vicende come quella libica, dove l’esodo è accompagnato da queste immani tragedie”. Tra i punti fermi di una politica responsabile c’è “il no a ogni intervento militare”. Le fazioni libiche saranno obbligate ad accordarsi fra di loro se lo vorranno le potenze che hanno grande influenza nei Paesi di partenza dei disperati, tutti collegati all’Occidente e influenti sulla Libia: “Possono tagliare le fonti economiche di finanziamento, e anche gli armamenti, che affluiscono in Libia. Può avvenire tramite una conferenza internazionale o la diplomazia silente. Ma bisogna riuscirci”. Il problema dello sviluppo africano è parte integrante del destino dell’Europa. La “dichiarazione Schuman” (9 maggio 1950) che dava avvio al processo di integrazione europea lo afferma esplicitamente. Europa e Africa sono interconnesse!

 Nuovo lago di Tiberiade

Alcune associazioni ragusane a Pozzallo, dopo la manifestazione sindacale del 1 maggio, si sono riunite davanti al mare, in preghiera interreligiosa ricordando le parole del concittadino Giorgio La Pira: “Il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni. Queste nazioni, col lago che esse circondano, costituiscono l’asse religioso e civile attorno a cui deve gravitare questo nuovo Cosmo delle nazioni da Oriente e da Occidente”. Assumere il realismo politico di questa profezia è compito di ogni cittadino che voglia costruire ponti di umanità per non lasciare solo chi sta operando con impegno e per superare paure e pregiudizi che spingono al disumano.

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