Sarajevo e noi… (2a parte)

5 giugno 2015 - don Renato Sacco (coordinatore nazionale Pax Christi)

Papa Francesco va a Sarajevo domani, 6 giugno.

Dopo aver ricordato tante cose brutte, pensando a quanto è successo in Bosnia e guardando all’Italia, avevo promesso di ricordarne alcune belle.

            Sicuramente in quegli anni di guerra tante persone, rimaste anonime, non hanno scelto l’odio, gli stupri etnici, l’uccidere, ma la condivisione, l’accoglienza, il portare, ad. es.,  acqua e pane al vicino di casa e mille altre cose. Di queste persone la cronaca non si è occupata. Eppure la vita, la speranza non è morta e non muore proprio grazie a loro.

            Penso alle donne di Srebrenica, ieri e oggi. Alle tante donne che, anche in Italia, si battono anima e corpo per non farsi travolgere da una mentalità razzista, escludente, guerrafondaia, corrotta e violenta. E penso alle infinite iniziative di solidarietà con la Bosnia partite proprio dall’Italia. Forse non hanno fatto notizia, ma hanno segnato la vita di tante persone, giovani soprattutto.

            Penso a Sarajevo e non posso dimenticare un gran numero di donne e uomini, di nomi, di volti incontrati fin dal dicembre ’92, durante l’assedio.  Persone splendide, coraggiose e pacifiche! A loro devo un grazie grande e sincero!

            Penso anche a chi è stato ucciso. Oltre alle migliaia di persone bosniache, croate, serbe, agli amici italiani: Guido, Fabio, Sergio, Marco, Gabriele, Moreno…

            Penso al pellegrinaggio (hodočašće) che abbiamo fatto con la mia Diocesi di Novara e il Vescovo Renato Corti, nel 2000, Anno Santo, proprio a Sarajevo: non una città santa, né cattolica, ma martire! Un’esperienza indimenticabile per oltre 80 partecipanti ospiti nelle famiglie.

 

            Ma soprattutto penso alla marcia promossa dai Beati Costruttori di pace, nel dicembre ’92, a nove mesi dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, con 500 persone tra cui anche don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi.  Siamo entrati a Sarajevo di notte, con 10 pullman. E la mattina del 12 dicembre, don Tonino improvvisò un discorso che ancora oggi tocca ognuno in profondità, anche per la grande vicinanza a quanto va dicendo papa Francesco.

 

            “Io vorrei che tutti quanti, - è don Tonino che parla nel cinema Radnik, al buio e al freddo - tornando nelle nostre comunità, potessimo stimolare le nostre comunità, noi credenti soprattutto, stimolare i nostri Vescovi ad essere più audaci, a puntare di più sulla Parola del Vangelo. Perchè, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l'ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l'ONU della base, dei poveri. … Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi… Quanta fatica si fa in Italia…, ma  abbiamo fatto fatica anche qui, anche con i rappresentanti religiosi… perché è difficile questa idea della difesa nonviolenta… Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.

            E racconta dell’incontro avuto qualche giorno prima sulla strada verso Sarajevo: la gente del posto viene sul pullman a offrirci un the caldo. Una signora serba ha visto gli autisti intirizziti dal freddo e, benché fossero tutti croati, li ha portati a casa e ha offerto un pranzo per loro. Sono entrato a salutarla: si è messa a piangere. Poi si è avvicinato un uomo e mi ha invitato a casa sua, dove si faceva un banchetto funebre. Sono entrato e mi ha detto ‘Io sono serbo, mia moglie è croata; queste mie cognate sono musulmane, eppure viviamo insieme da tempo, senza problemi: ma chi la vuole questa guerra?’Ho pensato… ecco la convivialità delle differenze.

            E quando arriviamo ad Ancona, la sera del 13 dicembre, sempre don Tonino annota sul suo diario: “Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere. 
Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? (…) E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia? 
Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono”.

 

            Buon viaggio papa Francesco. Sretan put.

 

 

5 giugno 2015                       

 

d. Renato Sacco, coordinatore nazionale Pax Christi

348-3035658  -  drenato@tin.it

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