La diplomazia ecologica dei vescovi del Congo

2 ottobre 2015 - Tonio Dell'Olio

Da sempre c'è chi sostiene che la ragione della miseria di molti paesi del sud del mondo è da rintracciarsi nella loro enorme ricchezza. Materie prime che vengono depredate e sfruttate senza alcun ritorno economico effettivo a vantaggio delle popolazioni locali. Le briciole dei profitti delle multinazionali semmai allagano i rivoli della corruzione delle oligarchie politiche di quei governi. Da tempo andiamo affermando ad esempio che il Congo rappresenta la riserva naturale più cospicua ed appetibile del coltan che è un elemento indispensabile per consentire la fabbricazione di telefonini, tablet, computer che circolano nelle tasche e sui tavoli dei paesi ricchi. Qualche giorno fa i vescovi della Repubblica Democratica del Congo hanno messo in evidenza non solo “il paradosso dell’abbondanza di risorse naturali e della povertà delle popolazioni", ma anche "i conflitti legati allo sfruttamento di queste risorse” e i danni incalcolabili che si infliggono all'ambiente. A poche settimane dalla conferenza Onu di Parigi, dedicata al cambiamento climatico, l’appello dei vescovi alla società civile è dunque quello ad usare “meccanismi di pressione legittimi” per impedire che le autorità “cedano a interessi illegittimi, locali o internazionali”. Al governo, d’altra parte, viene chiesto di portare avanti una “diplomazia ecologica” che permetta di far arrivare al popolo i proventi dello sfruttamento delle risorse e di contribuire a far aumentare la coscienza su questi temi inserendoli all’interno dei programmi scolastici. (Fonte: MISNA)

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