MIGRANTI

Disperati in fuga

Dialogo con Agnes Heller, famosa pensatrice ungherese: una donna che combatte la battaglia per i diritti nel Paese che alza il filo spinato per respingere i migranti.
Francesco Comina

“La filosofia rappresenta tutta la mia vita. Vivo nella filosofia, mi muovo nella filosofia. Secondo il mio punto di vista la filosofia si riflette principalmente attorno a tre grandi questioni: pensa a cosa conosci, pensa a come vivi, pensa a come agisci”. Ágnes Heller è rimasta fedele alle tre grandi questioni e oggi rappresenta uno dei punti più alti del pensiero moderno. 

Fra poco più di un mese la grande filosofa ungherese, erede di Gyorgy Lukacs e di Hannah Arendt, verrà insignita a Berlino del prestigioso Willy Brandt Preis, il premio della socialdemocrazia tedesca. Due anni fa ricevette a Genova il premio dedicato alla memoria di Primo Levi. Perché in lei il ritorno alle cose, tipico della grande tradizione classica del pensiero, si è sempre innestato con il dovere della testimonianza. I suoi occhi hanno visto le atrocità della Shoah (visse la condizione disumana del ghetto di Budapest, il padre musicista e letterato venne ammazzato ad Auschwitz con gran parte della sua famiglia), hanno sperimentato l’oppressione del regime comunista sovietico, la censura, lo spionaggio, la paura, la marginalizzazione. E oggi, a 86 anni, quegli occhi osservano la deriva del politico, che fa della paura un’arma di vendetta e di oltraggio ai diritti umani. In questi mesi è la voce intellettuale più importante dell’opposizione al governo nazionalista di Victor Orban: “Quando ho lasciato la cattedra alla New School di New York (la prestigiosa cattedra di Hanah Arendt, ndr) decisi di tornare nella mia patria, l’Ungheria, pensando che, con la caduta del muro di Berlino, si potesse stare bene. Oggi mi trovo a contrastare un governo che io spesso ho definito di stampo bonapartista, un governo che arriva alla follia di erigere un muro per respingere uomini e donne che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla sopraffazione politica. Finché avrò voce denuncerò questo scempio. Ecco perché non penso minimamente a tornarmene in America. Resto in Ungheria perché in questo momento il mio Paese ha bisogno di me”. 

Con il Centro per la pace di Bolzano la Heller ha sviluppato negli ultimi anni alcune piste di pensiero, ha raccontato la sua storia nel libro I miei occhi hanno visto (editrice il Margine) e ha pubblicato il dialogo tenuto a Bolzano con l’amico Zygmunt Bauman nel 2013 dal titolo La bellezza non ci salverà (ed. il Margine).

Ágnes Heller, il tema dei profughi è balzato al centro della politica europea. Le immagini dei disperati che forzano i confini camminando per giorni e giorni, scalzi, disidratati, sfiniti o quella massa di gente accalcata alla stazione di Budapest o braccata dai poliziotti sta sollevando interrogativi profondi, non solo politici. Che sta succedendo? 

Il pericolo più grave sollevato dai fatti di questo settembre 2015 con la situazione dei rifugiati sta nel non riuscire a distinguere fra varie questioni. Il rischio è che venga dato più peso alla condanna della propaganda governativa, sminuendo il problema dei rifugiati. Allo stesso modo l’incapacità europea di rispondere alla crisi non deve essere accompagnata dalla falsa illusione della nostra abilità a prevenire l’ondata migratoria. Senza dubbio, la politica ungherese sta commettendo un crimine. La Bibbia dice che uno straniero non deve essere perseguitato, che parte del nostro raccolto deve servire per nutrire i popoli. Ci invita alla solidarietà e all’assistenza, anche a costo del nostro stesso sacrificio. Questo è lo spirito, l’invito invocato da papa Francesco. Ma il governo ungherese non sta agendo in questo modo, nonostante si dichiari apertamente cristiano. Farà forse sorridere il gesto teatrale di Ferenc Gyurcsany, ex primo ministro e leader dell’opposizione, che si è reso disponibile ad accogliere alcune famiglie di rifugiati a casa sua. In realtà tale gesto plateale rappresenta la via giusta da seguire. Ah, se solo molti altri lo imitassero!

Però si pone un problema nei Paesi dell’Est che sembrano essere i più severi nel respingere i migranti...

Nessun Paese ama gli stranieri. Le nazioni si pongono l’un l’altra con sospetto e spesso ostilità. Ma un governo giusto, che agisce in modo responsabile, proverebbe a rafforzare l’inclinazione umana a far del bene, piuttosto che alimentare risentimento e odio. Il governo ungherese non agisce in modo giusto. Ha scatenato una campagna di odio razziale contro i rifugiati, definendoli una minaccia per le nostre ricchezze, per il nostro lavoro, addirittura per la nostra salute. Li ha accusati di essere dei potenziali terroristi. Li ha presentati come degli opportunisti e sfruttatori. Il governo non ha fatto altro che costruire una propaganda basata sui peggiori istinti della nazione – invidia, odio e aggressività – un gioco pericoloso che può far marcire lo spirito della nazione. Il governo ungherese ha commesso un atto negativo. Sebbene non si tratti propriamente di un crimine contro i rifugiati, poiché da qui a poco costoro dovranno andare avanti e andranno avanti, e presto si dimenticheranno, o meglio non si cureranno troppo, di riflettere sulle notti passati sul terreno, al freddo, sulle umiliazioni sofferte, sulla separazione forzata, sull’essere stati nutriti da cibo lanciatogli, come di solito si fa con gli asini e gli orsi allo zoo. Ma la nazione ungherese resterà e, con essa, il suo spirito, avvelenato. E che nulla di buono verrà da tutto questo è qualcosa che noi popoli del XXI secolo sappiamo troppo bene.

Improvvisamente la Germania si è posta come paladina dell’accoglienza provocando un cambiamento di prospettiva dentro l’Unione Europea. Dietro però si percepisce anche l’opportunità di sfruttare potenziale di forza lavoro rappresentata da questa ondata migratoria... 

Certo! L’Europa ha bisogno di forza lavoro qualificata, e noi in Ungheria, per esempio, abbiamo necessità di molte professioni, come manager informatici, ingegneri, dottori, infermieri, cuochi ed elettricisti, che di fatto non sono altro che nuovi contribuenti, e soprattutto sono i contribuenti del futuro, visto che tra loro ci sono molti bambini. La verità è che l’Europa non si trova nella posizione di stabilire quante e quali professioni debbano giungere. L’ondata è inarrestabile. In diverse parti dell’Asia e dell’Africa ci sono guerre civili e religiose. La primavera araba è stata essa stessa un fiasco. Vi sono, probabilmente, milioni di giovani rifugiati istruiti, ospitati in campi temporanei nelle regioni che circondano l’Europa, giovani che anelano a una vita migliore e al tentare la fortuna. L’accesso a internet e ai media permette loro di capire quali siano le prospettive e di come sia la vita, il lavoro e l’educazione in Europa. L’Europa – come mi disse un giovane afgano proprio a Bolzano, Alidad Shiri che ha raccontato la sua vicenda in un bel libro dal titolo Via dalla pazza guerra – è la terra del latte e del miele. Qualsiasi cosa facciano l’Europa o l’Ungheria, loro continueranno a venire, e solo con lo spargimento di sangue si fermerebbero. L’integrazione dell’alterità, però, si dimostra complicata per questa Europa dominata ancora da forti spinte nazionalistiche e dalla visione etnocentrica con derive xenofobe.

Cerchiamo di essere chiari: l’Europa è un’unione di Stati-nazione, non una nazione. Ma gli Stati-nazione non sono in grado di integrare coloro che appartengono ad altre culture. L’integrazione è molto più semplice per quei Paesi come gli Stati Uniti, che non sono uno Stato-nazione. In sostanza, gli Stati Uniti agli immigrati dicono: “Vivi come ti pare, senza ledere la libertà altrui, inclusa quella dei membri della tua famiglia. Obbedisci alle nostre leggi, rispetta la Costituzione. Il resto dipende da te!”. Mentre per lo Stato nazione europeo non è mai abbastanza. Da noi, tu devi essere assimilato. E se non vieni assimilato, sarai marginalizzato, escluso, bandito. E questo potrebbe portare i tuoi figli a diventare nemici del Paese che ti ha marginalizzato. 

E dunque, che si fa? 

Io di certo non sono un profeta. Lo spirito della storia è una delle conseguenze involontarie. Forse dovremmo confidare in quello e sperare per il meglio. Ancora, dovremmo forse esaminare quali scelte future saremo chiamati a fare. Non inseguiamo miraggi, non cerchiamo conforto nel rincorrere grandiosi clichès. Ma, soprattutto, non odiamo. Perché l’odio non affligge solo l’animo, ma distrugge anche la nostra capacità di ragionare con lucidità. Apriamoci a un discorso serio e onesto circa le reali future opportunità che si profilano per l’Europa e l’Ungheria. E soprattutto facciamolo senza rabbia, senza pregiudizio.

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