ULTIMA TESSERA

Ciao Pietro!

Riprendiamo il messaggio di Luigi Ciotti al funerale di Pietro Ingrao.
Luigi Ciotti

Una vita felice, fedele agli ideali di gioventù. Ingrao ha avuto una vita piena, intensa, felice, come sono le vite che realizzano gli ideali della gioventù.

Ci siamo incontrati in occasioni di iniziative pubbliche quando era Presidente della Camera, negli anni Settanta. Ma una conoscenza più profonda – oso dire, un’amicizia – nascerà più tardi. Posso indicare una data: il 3 aprile 1999, giorno della grande manifestazione di Roma contro i bombardamenti della Nato a Belgrado. Dopo aver parlato dal palco, ci ritrovammo a farlo tra noi, a lungo, mentre la piazza poco a poco si svuotava. Da quel giorno la mia stima e il mio affetto per lui non hanno fatto che crescere. E un altro ricordo, il 20 giugno 2004, giorno del saluto a Tom Benetollo. Quel ritrovarci nella sede dell’Arci e scambiarci tanti dubbi, domande, interrogativi sul senso della vita e della morte... 

Autenticità, e candore

Di Pietro colpivano il candore, l’autenticità, l’inesauribile capacità di stupirsi e d’interrogarsi. In lui “pubblico” e “privato” coincidevano. Non aveva bisogno di fingere, di mettersi in scena, di “sedurre”, di mostrarsi diverso da quello che era. Non si è mai fatto contagiare dal potere, frequente malattia della politica.

Riferimento per tanti cattolici

Pur nella diversità delle tradizioni e delle culture, Pietro ha messo in evidenza la vicinanza, perfino l’affinità, di certi orizzonti ideali. Ha colto il senso profondamente “politico” del Vangelo e l’elemento “spirituale” di ogni lotta di liberazione. Anni fa, in un incontro pubblico, parlò del suo profondo stupore per le Beatitudini, ed era solito partecipare agli incontri fra credenti e non credenti all’Eremo di Camaldoli. Mi sarebbe piaciuto parlare con lui di Francesco, di questo Papa che di fronte alle Nazioni Unite chiede che siano assicurati a ogni persona terra, casa, lavoro. E che al Congresso americano, senza peli sulla lingua (Pietro ne sarebbe stato entusiasta!) dice “Basta alla pena di morte, basta al commercio e al traffico di armi!”. Il coraggio della parola, la responsabilità della parola, per costruire dignità e speranza.

Ha sempre cercato di unire

Pietro dissodava le zone di confine per far emergere le radici che corrono sottoterra, abbracciando l’una e l’altra parte. È il lavoro nobile della politica, di cui è stato uno dei più grandi artefici. Ma è stato anche un eretico, un ricercatore di verità. Amava la molteplicità e la diversità della vita. Rifiutava i dogmi, gli slogan, le semplificazioni. Più della verità, amava la ricerca di verità. È stato un inquieto, un eretico, una persona che sceglie, che si assume rischi e responsabilità, che rifiuta il conformismo dell’interesse, del quieto vivere e della paura. Ascoltava la sua coscienza, difendeva la sua dignità di persona libera. Lo ha fatto per tutta la vita, pagando anche prezzi molto alti ma senza lamentarsi mai. Era innamorato dei poveri, degli ultimi e dei lavoratori, e più volte ci siamo detti che senza lavoro la società muore perché vengono meno la dignità e l’identità sociale delle persone. Il lavoro, la cultura, la scuola, sono le fondamenta di un Paese! 

Il pacifismo era fede nella politica

Pietro ha servito la politica, non si è servito della politica. Ha creduto nella politica come strumento di giustizia sociale, dunque di pace. Per lui la guerra non era “la continuazione della politica con altri mezzi”: era il fallimento della politica! E una politica che approvasse e dichiarasse la guerra, era un politica che tradiva la sua essenza e la sua dignità.

Tra i primi a parlare di mafia

Negli anni Cinquanta, quando l’argomento era tabù, Pietro fu tra i primi, da direttore dell’Unità, a scrivere di mafia. E a farlo in modo profondo, innovativo, senza fermarsi all’aspetto criminale, ma denunciando da un lato i silenzi, le reticenze, le connivenze, dall’altro le ramificazioni politiche e economiche del potere mafioso. E ricordo ancora la sua presenza, il 21 aprile 2005, all’inaugurazione della Casa del Jazz qui a Roma, un bene confiscato alla mafia. Il suo raccogliersi di fronte alla stele con i nomi delle vittime, le sue mani appoggiate, quell’espressione turbata, commossa.  

Cosa ci ha lasciato?

Alla politica una lezione di coerenza, di onestà, di passione genuina. A noi cittadini il senso di responsabilità come fondamento della democrazia, sistema che più di ogni altro chiede l’impegno e il contributo di tutti. Al mondo del sociale, l’imperativo di saldare la solidarietà ai diritti per non cadere vittime della delega, della beneficenza “per conto terzi”. A tutti una visione grande e generosa, l’invito ad essere poeti dell’esistenza e di guardare al di là del proprio io.

I migranti, i senza nome e il mistero della vita

Tra i suoi interventi, ne ricordo uno in particolare sulla tragedia dell’immigrazione: i naufragi, i respingimenti, le speranze strozzate dall’egoismo e dalla paura. A un certo punto Pietro disse queste bellissime parole: “Noi tutti avremo vinto quando i senza volto, i senza nome, gli incerti del nome, i proibiti del nome, i senza carta, saranno riconosciuti nelle loro capacità e nella loro ricchezza umana”.

Ciao Pietro! Continueremo a camminare insieme!

Ti saluto con le parole di una persona che stimavi molto e che come te è andata oltre gli steccati per affermare la libertà e la dignità delle persone.

Disse un giorno il cardinale Martini: “Siamo in cammino verso il Mistero, che è al di là di tutti cammini”.

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