PALESTINA

Occupation tour

Un conflitto che dura da oltre cinquant’anni.
Una terra che sta esplodendo. Un popolo oppresso.
Intervista esclusiva a Moni Ovadia sulla questione palestinese e sull’inerzia internazionale.
Intervista a cura di Marilisa Brussato

In occasione della presentazione del docufilm “TOC TOC - Il ritorno del Principe di Gaza (realizzato da Nandino Capovilòa e Pietro Fontana) abbiamo incontrato Moni Ovadia, attore teatrale, scrittore e compositore di origine ebraica.

Israele e Palestina: un conflitto che pare non avere fine. Partiamo da una considerazione sulla comunicazione. Quanto pesa la disparità nella capacità mediatica e nell’informazione tra Israele e Palestina?

Si è mai visto, qui in Italia, un talk-show sulla questione palestinese? Eppure io stesso l’ho proposto più volte. Non per decidere chi abbia ragione o torto. Impossibile! Non posso non definire la linea politica israeliana di vera apartheid, oggi tout court. Perché non concedono la cittadinanza piena ai palestinesi. Governano i territori, discriminano, uccidono, hanno Gaza perennemente sotto assedio. È apartheid. Eppure non se ne parla nei media occidentali, italiani in primis. La sperequazione deriva in parte dal fatto che i grandi media sono dominati soprattutto dagli USA e dunque: Silenzio

Si parla, si dicono cose scomode nei confronti di Israele, ma solo nei circoli ristretti. Piccoli ambiti in cui si promuovono lodevoli iniziative, ma è impossibile proporre dibattiti sulla questione palestinese nelle grandi reti televisive, e paradossalmente, neanche per dar ragione a Israele. L’ordine è il silenzio totale. È quello di imbavagliare qualsiasi tipo di discorso, tanto più se radicale. Persino al grande storico Ilan Pappe (a cui è vietato l’ingresso in Israele per le sue posizioni e idee) spesso si nega la possibilità di parlare. È impossibile esprimersi sulla questione palestinese, soprattutto in Italia. In altri Paesi, come ad esempio in Svezia, il clima mediatico è diverso. Perché l’Europa e l’Occidente sono sotto “il ricatto della clava” che l’informazione israeliana impone loro. Israele ha sempre ragione perché si reputa il Paese-guida, come lo era l’URSS, e allora può silenziare, criminalizzare i critici.

Tu sei uno che critica? Sei antisemita. Io sono antisemita e sono in ottima compagnia, perché lo  è stato anche l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter o lo è oggi  Noam Chomsky. Siamo tutti antisemiti. Questa è la loro strategia: appena si parla, si pone il bavaglio con un’accusa talmente infamante da non poter essere contestata. Io penso che il vero antisemita, invece, è Netanyahu che sta distruggendo i valori veri dell’ebraismo. Loro sono gli antisemiti, loro odiano gli ebrei perché pretendono di difendere il popolo ebraico cancellando i loro valori cioé l’amore per lo straniero, l’universalismo, la giustizia sociale... 

Io mi sento un uomo libero che pensa e parla come crede e che cerca il confronto anche con chi la pensa in modo differente e ritiene che io stia sbagliando. Questo è un altro grande valore dell’ebraismo: il tuo interlocutore, il tuo avversario, il tuo più duro contestatore è la tua fonte di vita. Così ci insegna il Talmud. Tanto più forte è il tuo interlocutore, tanto più il pensiero sale. 

Qual è e quale può essere, in questo contesto, il nostro ruolo e quello di coloro che guardano e assistono a tanta sofferenza?

Abbiamo il dovere di essere solidali con il popolo palestinese in tutti i modi possibili. Il documentario “Toc Toc, il ritorno del principe di Gaza” racconta la storia di un bambino gonfio di rabbia per le violenze cui assiste contro i suoi compagni e la sua gente; un bambino tentato dalle armi, ma che ha un padre sapiente che gli dice che lui ha armi molto più potenti, perché sa dipingere: “Perfeziona quell’arma, falla diventare grande, aiuta in questo modo il tuo popolo”. 

Noi dobbiamo aiutare il popolo palestinese con la cultura, con l’arte, con tutte le manifestazioni possibili del sapere umano, dell’etica, della presa di posizione senza se e senza ma nei confronti e in favore di questo popolo. Dobbiamo aiutarlo ad astenersi dalla violenza, perché questa è un boomerang. È esattamente quello che vogliono gli israeliani per colpire più duro. Gli israeliani cercano una copertura, una giustificazione per le violenze che pongono in essere. Il popolo israeliano è come se fosse narcotizzato: non sempre e non tutti condividono l’occupazione, ma non vogliono sentirne parlare. La gran parte della società israeliana vuol rimuovere i problemi palestinesi, non li hanno mai visti o affrontati e continuano a non volerli vedere. Il sionismo nasce con questo brutto slogan: un popolo senza terra per una terra senza popolo. Cioè i palestinesi sono cancellati. Non ci sono.  

Spesso, la gente che va in pellegrinaggio in Terrasanta non vede i palestinesi, eppure il muro c’è...

I pellegrini non vanno nelle colonie, non passano accanto al muro. Bisognerebbe preparare e proporre un occupation tour. C’è una piccola gloriosa minoranza ebrea che resiste, che denuncia e non ci sono parole per esprimere la mia stima e ammirazione nei loro confronti. Non li vedono e il governo fa di tutto perché non vengano visti. La tecnica della disinformazione e della propaganda israeliana è l’auto-vittimizzazione. 

Inerti e silenti, dunque, anche se non propriamente complici. Come Grossman, come tanti nuovi scrittori intellettuali…

Sì, sono persone che non hanno il coraggio di sciogliere l’ambiguità. Io credo che oggi, se fossero coerenti con se stessi, dovrebbero lasciare il Paese.

Cavalcano anche loro la causa della sofferenza? 

No, questo no, ma cavalcano, in modo abbastanza intelligente, gli aspetti problematici della società israeliana, perché ci sono, naturalmente. I problemi della società israeliana non sono solo i palestinesi, ma anche, per esempio, il rapporto problematico tra uno Stato-nazionale come quello israeliano e l’ebraismo stesso, che non può accettare il nazionalismo. È idolatria della terra. 

Uno Stato democratico non occupa e non imprigiona un altro popolo. Non si può accettare questa definizione e questa prassi in uno Stato democratico. Né si può dire, paradossalmente, che Israele è democratico sino al muro. Dal muro in poi è dittatoriale e della peggior specie. In tutta questa vicenda, a parte lo sguardo geopolitico, c’è un corto circuito psicopatologico. Questo non vedere, questo accettare di diventare sbirri di un altro popolo è un vero corto circuito psicopatologico che attiene al recente passato vissuto durante la seconda guerra mondiale. Ma noi dobbiamo spiegare che tutto questo non ha niente a che vedere con la Shoà. È nostro compito dirlo. Perché l’Occidente e la diplomazia internazionale sono completamente imbalsamati e non fanno nulla. Oggi merita di essere ricordato il movimento BDS – boicotta Israele – che chiede di boicottare l’economia israeliana per quello che sta facendo ai palestinesi. È un movimento legittimo e mi aspetterei che la comunità internazionale ascoltasse le loro richieste. Quello che oggi fanno gli israeliani è illegale: le chiamano terre contese, ma sono terre occupate. È solo un artificio linguistico! Perché, anche ammesso che le terre siano contese, prima di impiantare su di esse fabbriche o quant’altro, bisognerebbe attendere di risolvere la contesa con un arbitrato internazionale. Ma la comunità internazionale – composta da pavidi, uomini senza dignità e senza onore – resta immobile e gli israeliani lo sanno. 

Un altro grande cavallo di battaglia della propaganda israeliana è la sicurezza. La comunità internazionale dovrebbe intervenire: volete installare in una zona cuscinetto sensori, apparecchiature militari, droni... mettete pure tutto quello che volete in questa area, ma fatelo via dalle colonie! Nulla. Bugie su bugie e peraltro senza una comunità internazionale capace di dire che questo è inaccettabile e merita sanzioni. Perché Israele di fatto occupa illegalmente terre non sue. 

L’impressione è che la religione c’entri poco con tutto questo... È solo un alibi?

Sì, solo un alibi. Tutti i libri sacri sono scabrosi, la Bibbia come il Corano e come, altri importanti libri laici (ad esempio Il Capitale di Marx). I libri sacri sono pericolosi e ambivalenti. Prendiamo il Vangelo: lo stesso testo sacro ha ispirato sia le inquisitorie medievali che San Francesco. Questo chiarisce che la responsabilità non è del Vangelo. Noi siamo responsabili. Il libro è un dono. Per chi crede, dono di Dio, per chi non crede, dono del cammino dell’umanità. Sei tu responsabile, dipende da come lo leggi e lo utilizzi. 

Nell’ebraismo, per esempio, il Talmud è la siepe che circonda il fuoco, pericolosissimo, dunque. Devi avvicinarti con cautela. Il libro sacro viene per portare un progetto, sublime ma anche rischioso, perché con quel libro puoi arrivare all’ascesa ma ti pone anche davanti al pericolo di essere sbranato, bruciato vivo. È pericoloso.

Durante la persecuzione dell’Arabia Saudita, l’ebreo che aveva il Talmud poteva essere condannato al rogo, così come i primi cristiani che venivano sottoposti al martirio. Sono pericolosi i libri sacri. Ma non c’è essere più blasfemo, più squallido di chi giustifica i propri orrori dietro le parole di un libro sacro. Siamo liberi. Anche nella Genesi, Dio si guarda bene dall’impedire ad Adamo e Eva di mangiare del frutto dell’albero, ma mette in guardia dal farlo almeno sinché non avessero potuto capirne il senso. 

Tutto il buon Dio può decidere fuorché della libertà dell’uomo e della donna di scegliere il bene o il male. Quindi, quelli che pretendono di agire per mano militare con la religione, non praticano quello che dovrebbe essere il dovere di ogni credente cioè l’imitatio dei bensì la sostitutio dei. Questa è la vera, la più grande blasfemia. 

Ma credete che il Padre Eterno non sia in grado di difendersi da solo e che abbia bisogno di gente armata intorno a sé? L’onnipotente ha bisogno di qualche integralista? Questa è bestemmia!

C’è un passaggio nella Torah che io amo più di ogni altro, perché il buon Dio ammonisce, minaccia ma preferisce ritirarsi piuttosto che vedere scempi. È bellissimo il passaggio, a tal riguardo, di Samuele e gli ebrei che chiedevano un re come gli altri popoli che li avrebbe guidati in guerra. E Samuele riporta a Dio le richieste. 

Io sento, in questo passaggio, tutta la forza, la bellezza e la malinconia delle parole del Signore a Samuele perché gli dice di non essere depresso perché era con se stesso che ce l’aveva, paradossalmente era la resa del divino

Il padreterno non c’entra nulla con tutte le nostre violenze. Basti leggere Isaia cap. 1 versetti 11/17 dove Dio parla attraverso il profeta e dice di non essere interessato ai sacrifici, alle assemblee sacre, ai sabati. “Mi ripugnano. Non sopporto le solennità, non rivolgete a me le vostre preghiere perché io mi giro dall’altra parte, non tendete a me le vostre mani perché io non le vedo”. E aggiunge: perché le vostre mani grondano sangue.

E dice anche: “Cessate di far rumore, imparate a fare il bene, sollevate l’oppresso, proteggete l’orfano, perorate la causa della vedova”. Traduzione: a me interessa la giustizia sociale, i vostri riti non mi riguardano. Al buon Dio della religione non importa nulla, è un problema degli uomini quello di riti. Gli danno conforto, ma a Dio interessa solo la giustizia e la protezione dei deboli. In marcia gli ultimi! È questa la giusta interpretazione del testo delle beatitudini. È la lettura biblica  nella direzione di una rivoluzione, nel senso che  noi avremo un mondo di giustizia, quando gli ultimi saranno i primi. Credo che dobbiamo dare una chance alla speranza perché abbiamo camminato tanto, in ogni senso, e abbiamo conquistato un certo tasso di disincanto che non possiamo lasciare ai giovani in eredità. Nel cammino della vita sono gli ultimi che possono cambiare il mondo, nonostante i limiti e le responsabilità di ciascuno di noi.

A Gaza il tasso di natalità è in crescita. In un posto dove nascere e vivere è così complicato, perché aumentano le nascite? 

Perché la relazione con la vita non è mediata. Noi in Italia siamo un popolo sterile perché la vita in sé è diventata una questione problematica e abbiamo cominciato a interrogarci su quanti figli avere, se è possibile metterli al mondo... ci mancano le cose primarie della vita. 

Ci manca anche un salario dignitoso, minimo. Cosa dovrebbe essere un salario? Dovrebbe avere un contenuto etico, ad esempio, dovrebbe corrispondere a ciò che permette a un essere umano di costruire una vita degna, di crescere i propri figli e di farli studiare, di migliorare se stessi. 

Questo è il salario, non quello deciso dal costo della vita o da elementi finanziari. La vita dignitosa è l’unico parametro e limite del salario minimo al di sotto del quale non si può andare.

Invece, principio base oggi è la competizione, perché chi ci comanda vuole un’intera umanità in un polmone di acciaio sempre in debito perché se tu, per vivere, hai bisogno costantemente di lottare, di correre e di dipendere, diventi ricattabile. Bisogna cambiare le regole dell’economia: prima le persone, dopo l’economia. Gli obiettivi della politica e dell’economia sono, infatti, liberare l’uomo dalle povertà.

Sono auspicabili anche interventi educativi...

Al posto del carcere imporrei, a chi opera fuori dalla legge con appropriazioni indebite, una vita in povertà, gli esproprierei tutto. Certo la cultura è importante e determinante, ma vincere la corruzione oggi è essenziale. In Italia 220 colletti bianchi sono in galera per abuso di ufficio e corruzione, in Germania detenuti di questo tipo sono 8500. Bisogna percorrere il doppio canale, repressione ed educazione; perché, ad esempio, gli svizzeri non superano mai il limite di velocità (cinque infrazioni gravi ti fanno perdere i diritti civili)? C’è un’educazione di base, di massa, ma anche una repressione seria in caso di infrazioni. Le multe sono, ad esempio, sulla base del reddito. Io penso che un uomo che abbia la ricchezza facile abbia anche il terrore di essere povero e questa deve essere la sua punizione. Pensate invece cosa accade in Italia… gli arresti domiciliari nelle ville con piscina! 

Dove, a che cosa aggrapparci per ritrovare la speranza? 

La mia proposta è che, qualsiasi sia il governo in carica, periodicamente un Consiglio dei Ministri sia incentrato sulla cultura e sull’etica: ad esempio, ogni comportamento riprovevole deve implicare la decadenza dall’incarico pubblico. Ogni comportamento disdicevole comporti le dimissioni. Altra proposta: la Carta dei Diritti Umani accanto alla nostra Costituzione deve divenire l’unica materia vincolante, per docenti e alunni, di tutte le scuole di ogni ordine e grado. Dobbiamo creare un Paese di cittadini che sanno quello che fanno e quello che possono fare. Cittadini preparati e consapevoli. 

Non solo Gaza/Palestina: quale democrazia per questo nostro pianeta?

Sono tanti gli scandali perpetrati in questo cielo in tutto il mondo, contro gli ultimi, gli indifesi e i deboli a ogni latitudine. Nel nostro Paese pacifico, prospero anche se in crisi, si pratica quotidianamente lo schiavismo. Andate a vedere i campi di pomodoro, non solo nel Sud Italia, ma anche nel Centro Nord, dove lavoratori africani, arabi, rumeni e anche italiani vengono sfruttati sino all’inverosimile. Lo scandalo è ininterrotto, perdurante. Non impariamo niente! Se s’imparasse qualcosa cesserebbe ogni forma di violenza contro gli ultimi e gli indifesi. 

Tanti sono gli scandali: vanno dall’espropriazione della sovranità alimentare in Africa all’olio di palma che devasta intere regioni, alle condizioni imposte alle popolazioni indigene ridotte allo stremo o addirittura cancellate dalla faccia della terra dalle grandi multinazionali… Non c’è limite, non c’è confine allo scandalo e alla mercificazione della vita. La guerra miete vittime soprattutto tra civili, tra le persone più fragili, bambini, donne e anziani. Allora, non ci sarebbe da stupirsi nel vedere ciò che accade a Gaza. Sembrerebbe rientrare nel novero degli orrori a cui dobbiamo sistematicamente assistere. Orrori contro i quali siamo impotenti. Ma c’è qualcosa di particolarmente scandaloso in ciò che accade al popolo palestinese. Un popolo tenuto parzialmente in una prigione a cielo aperto! Parliamo di un’oppressione che dura incessantemente, da quasi cinquant’anni, cioè dal 1967 (e con sguardo palestinese addirittura dal 1948). 

Ma qual è lo scandalo? Quello che i potenti, i carnefici pretendono di fare la parte delle vittime, con perentorietà e arroganza. La povera piccola indifesa Israele ha l’esercito più solido di tutto il Medioriente e tra i più efficienti e potenti del mondo; la pecorella gode dell’alleanza (de facto) della stragrande maggioranza del popolo arabo. Sauditi, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania sono oggettivamente alleati di Israele, anche se non dichiarati apertamente tali. Non muoverebbero un dito per aiutare i palestinesi. E così l’Iran... Il carnefice si spaccia per vittima. Basterebbe fare il calcolo delle vittime per andare a vedere bene chi è la povera pecorella indifesa. Fortunatamente le vittime israeliane si contano sulla punta della mano. E la comunità internazionale e tanti Paesi dell’Occidente reggono il gioco… 

Armano Israele sino ai denti e non muovono un dito in difesa del popolo palestinese... È uno scandalo che mostra il livello impressionante di falsa coscienza e di ipocrisia dell’Occidente. L’America vuol installare basi missilistiche Nato. Sanzioni contro l’occupazione illegale, violenta brutale e colonialista delle terre palestinesi? Mai, non una. Io ho lasciato le istituzioni ebraiche con cui non voglio avere alcuna relazione. E sono sereno. Perché oggi Gaza è blindata. Sono gli israeliani che decidono chi entra e chi esce, tutti gli spazi, terrestri, aerei e navali, sono controllati da loro. Energia elettrica, gas, tutto è controllato da Israele a Gaza e l’Occidente lo sa. Democrazia? Ma quale democrazia! Uno Stato democratico non occupa, non opprime, non colonizza un altro popolo. 

Così si distrugge la vita di un intero popolo, si annientano le topografie esistenziali, si impedisce ai bambini di essere tali, si martirizzano i suoi vecchi, si impoveriscono tutti: e questa sarebbe democrazia? La demolizione delle case, la devastazione degli ulivi, l’alterazione sistematica di ogni topografia esistenziale: cosa c’entrano con la democrazia e con la sicurezza? Sono solo falsità mediatiche. Questo cui assistiamo oggi è vero e proprio colonialismo che perdura ancora, vecchia piaga della storia dell’umanità. In Africa, come in Medio Oriente e in Palestina. 

Note

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IL RITORNO DEL PRINCIPE DI GAZA
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