LA PAROLA

Un approccio ecologico

La salvaguardia del creato in don Tonino e in papa Francesco.
Don Domenico Marrone (Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Trani, docente stabile di Teologia Morale)

L’enciclica Laudato si’ di papa Francesco costituisce “una prima” poiché affronta il problema della presa di “coscienza ecologica” contemporanea, come un segno dei tempi che Paolo VI aveva già intravisto fin dal 1970. Dopo quarant’anni di maturazione, la dottrina sociale della Chiesa si arricchisce così di un nuovo “pannello” della sua riflessione che potrebbe rinnovare in profondità la sua pastorale.

Certo, l’ebraismo e il cristianesimo hanno liberato l’uomo dall’idolatria, dall’alienazione agli elementi celesti e terrestri, hanno demitizzato la natura, ma non hanno mai cessato di guardare ad essa non come a un semplice scenario per l’uomo, ma come a una comunità di creature che Dio aveva giudicato realtà “buona e bella”, creature che l’uomo deve custodire, ordinare, proteggere perché la vita fiorisca e la convivenza sia foriera di pace e di felicità.

Dobbiamo, però, affermare che, con il chiavistello cartesiano dei moderni e i modelli cosmogonici nuovi di un Galileo o di un Darwin, la fede cristiana si è lasciata, a poco a poco, sradicare. Non ha più alcun rapporto con la terra. Solo la liturgia ricorda a tutti, nella semplicità di una benedizione per la semina o nella concretezza del rito eucaristico, che la salvezza di Cristo riguarda davvero tutto di questo mondo: l’umanità e tutta la creazione! L’enciclica di papa Francesco potrebbe costituire una sferzata contro questa incoerenza pastorale.

Il testo è attraversato da alcuni assi tematici, affrontati da una varietà di prospettive diverse, che gli conferiscono una forte unitarietà: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita” (Laudato sì’, n. 16).

Ebbene, questi assi tematici sono i medesimi fulcri che costituiscono l’orizzonte assiologico del magistero di don Tonino Bello. I temi della povertà, la passione per la pace, la semplicità, la letizia, l’amore per il creato, la giovialità, la tenerezza nelle relazioni umane hanno caratterizzato gli scritti e l’umanità di don Tonino. 

Mi soffermo brevemente su due consonanze tra l’enciclica di papa Francesco e il magistero di don Tonino: il linguaggio e l’intima relazione della questione dei poveri con la fragilità del pianeta.

Il linguaggio

La Laudato si’ ha in profondità il “marchio” del suo autore, che sta nella poesia, nella tenerezza che traspare nella scrittura del testo in cui papa Francesco invita a meravigliarsi della bellezza della natura come di un dono d’amore di Dio nella Creazione; sta nel rifiuto di ricorrere a qualsiasi moralismo, a qualsiasi condanna del “mondo” che potrebbe giustificare il saccheggio del pianeta. Anche questi tratti stilistici richiamano il linguaggio di don Tonino, il quale riconosce l’importanza di una vera e autentica comunicazione. Il linguaggio della Chiesa deve adattarsi quanto più possibile al linguaggio dell’uomo comune per rimanere fedele alla legge dell’incarnazione e al dialogo con l’uomo contemporaneo. Ecco che l’annuncio della Chiesa non può essere fatto con parole antiche, se non alla condizione di inverarle in una trasparenza di vita. 

Per don Tonino “l’adattamento al vocabolario del mondo, l’attenzione alla sua sintassi, lo studio della temperie culturale, l’omologazione del suo codice espressivo non vanno interpretati come ‘cronolatria’, ma sulla linea di quella fedeltà all’uomo di cui si parla nei documenti della Chiesa (…). Sarebbe auspicabile che in tutte le nostre comunità ci fossero dei momenti di revisione critica dei nostri linguaggi pastorali. Sottoporre la propria mediazione linguistica a un serrato esame analitico significa sorvegliarsi continuamente perché l’annuncio cristiano non cada nella ‘insignificanza’ (Scritti, vol. 1, p. 155).

A proposito, poi, dell’intima relazione fra i poveri e la fragilità del pianeta – e siamo alla seconda consonanza – per don Tonino occorre evangelizzare il valore dei beni come emerge dalla creazione. Dio li crea per la felicità degli uomini. Le pagine iniziali della Genesi evidenziano tale prospettiva, ma nello stesso tempo sottolineano che essi da soli non possono riempire il cuore dell’uomo (cfr. Gen 2,18-20). Deve stabilirsi tra l’uomo e i beni un rapporto che rifiuta ogni arbitrario consumismo ed ogni appropriazione indebita e i beni entrano in maniera veramente umana nella nostra vita se si aprono e sono espressione di fraternità solidale: sono segno di rapporto, di incontro, di comunione.

Occorre smascherare i diversi processi che portano ad accumulare i beni solo per se stessi, a strumentalizzare gli altri per avere sempre di più, a giustificare e legittimare accumuli e lusso dimenticando le sofferenze che stanno dietro di essi. Si tratta di individuare e di smascherare i cammini tortuosi che portano a trasformare i beni in idoli che esigono sempre il sacrificio indiscriminato di se stessi e degli altri. È di fronte a questi meccanismi perversi che la voce di protesta di mons. Bello si leva alta e coraggiosa: “Di fronte alle ingiustizie del mondo, alla iniqua distribuzione delle ricchezze, alla diabolica intronizzazione del profitto sul gradino più alto della scala dei valori, il cristiano non può tacere. Come non può tacere dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo, dell’accaparramento ingordo, della dilapidazione delle risorse ambientali. Come non può tacere di fronte a certe egemonie economiche che schiavizzano i popoli, che riducono al lastrico intere nazioni, che provocano la morte per fame ai cinquanta milioni di persone all’anno, mentre per la corsa alle armi, con incredibile oscenità, si impiegano capitali da capogiro. Ebbene, quale voce di protesta il cristiano può levare per denunciare queste piovre? Quella della povertà! Anzitutto, la povertà intesa come condivisione della propria ricchezza. È un’educazione che bisogna compiere, tornando anche ai paradossi degli antichi Padri della Chiesa: ‘Se hai due tuniche nell’armadio, una appartiene ai poveri’. Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. E le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti di accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze” (Scritti, vol. 3, 46-47). 

Come non leggere in queste parole di Bello le parole di Francesco nella Laudato si’: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato sì’, n. 49). È questa infatti la profonda convinzione di Bello: “I poveri sono la provocazione di Dio. Anzi, sono l’icona delle provocazioni di Dio verso un mondo più giusto, più libero, più in pace, in cui la convivialità delle differenze diventi costume” (Scritti, vol. 4, pp. 346-347).

Poveri e povertà sono essenziali al piano della salvezza. Sono i poveri che ci salvano, e la povertà è la stessa salvezza. Il mondo non può risolvere i suoi problemi, se non sceglie la povertà come regola della sua economia. Si tratta di riscoprire la virtù della sobrietà.

“La spiritualità cristiana propone – afferma Francesco – una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri. La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere (Laudato si’, n. 222-223).

Affiora nelle parole di Francesco il medesimo umore di Tonino Bello, entrambi uomini del sud del mondo: è l’umore “meridionale”, che ha il pathos della contemplazione, una grande agilità mentale e un’attitudine connaturale alla contemplazione. È l’umore di chi è libero interiormente perché portatore di festività, cioè del gusto delle cose che sa “usare” e “trascendere”, non inaridito dall’efficientismo, che ha l’esperienza del sacrificio, e quindi, il sapore delle cose. Tutto questo non è che il riverbero del concetto decisivo dell’enciclica di Francesco, quello di “ecologia integrale”. Integrale significa in grado di abbracciare tutte le componenti della vita umana, la quale va riscattata dalla progressiva sottomissione alla tecnologia che nel suo legame con la finanza “pretende di essere l’unica soluzione dei problemi”, ma, scrive il Papa, “di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri”.

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