POVERTÀ

Un'economia per pochi

Pochissimi super-ricchi. Tutto il resto nulla. Ecco come gira oggi il mondo. I dati e le ricerche su ricchezze e povertà nell’ultimo rapporto di Oxfam Italia.
Federica Corsi (Policy advisor di Oxfam Italia)

Un povero mondo di pochi super-ricchi: è la realtà in cui viviamo. Un mondo in cui la distribuzione della ricchezza individuale, netta e del reddito pro-capite disponibile, manifesta sperequazioni sempre più allarmanti come messo in luce dal recente rapporto di Oxfam “Un’Economia per l’1%”. 

Guardando alla ricchezza individuale netta, oggi 62 miliardari detengono lo stesso ammontare di ricchezza della metà più povera della popolazione, ovvero la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Soltanto qualche anno fa, nel 2010, i miliardari in questa comparazione erano 388. Già solo questo dato ci dà il senso della velocità con cui il divario si sta allargando. E la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è ancor più evidente se si considera che dall’inizio del secolo a oggi la metà più povera della popolazione mondiale ha ricevuto soltanto l’1% dell’incremento totale della ricchezza, mentre il 50% di tale incremento è andato all’1% più ricco. Un’impietosa fotografia di drammatici squilibri: quella dell’1% più facoltoso che possiede oggi più risorse di quanto possieda complessivamente il restante 99% della popolazione mondiale. E l’Italia non è da meno: i dati sulla distribuzione di ricchezza del 2015 evidenziano come l’1% più ricco degli italiani sia in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta, una quota che in valori assoluti è pari a 39 volte la ricchezza del 20% più povero dei nostri connazionali.

Redditi 

Guardando al reddito pro-capite disponibile, che è la misura su cui più comunemente qualsiasi cittadino basa il proprio standard di vita, i livelli di disuguaglianza economica sono altrettanto evidenti. La distribuzione del surplus di reddito pro capite registrato nel periodo 1988-2011 su scala globale è stata fortemente iniqua (Rielaborazione di Oxfam sui dati tratti dalle indagini sui livelli di reddito e dei consumi del World Panel Income Distribution Database di Lakner e Milanovic. La scelta di arrestare il periodo di riferimento al 2011 è legata alla disponibilità di dati su scala globale, NdA). 

Quasi il 46% dell’incremento del reddito disponibile pro-capite globale è stato appannaggio del 10% più ricco della popolazione mondiale a fronte di appena il 10% ricevuto dalla metà più povera della popolazione del pianeta. E così prendono forma contrasti abnormi per cui, nell’arco di quasi un quarto di secolo, una persona appartenente al decile più povero del pianeta ha visto aumentare il proprio reddito di appena 3 dollari l’anno, vale a dire meno di un centesimo al giorno, mentre l’amministratore delegato della principale azienda informatica indiana è arrivato a guadagnare 416 volte lo stipendio di un suo impiegato. E la stagnazione dei redditi più bassi è preoccupante anche in Italia dove si registra che il 10% più povero degli italiani ha beneficiato soltanto di un misero 1% dell’incremento di reddito nazionale complessivo: praticamente, 4 dollari a testa ogni anno, negli ultimi ventiquattro anni.

Numeri ancor più agghiaccianti quando si ha il coraggio di riconoscerli per quello che sono: vite di individui e famiglie che, ad ogni latitudine, soccombono nella morsa di una disuguaglianza estrema. Viviamo in un’economia che funziona solo per quell’1%. Pur in un contesto di crescita economica globale, i redditi e la ricchezza sono sempre più scollegati dalla produttività e dal reale valore aggiunto per la collettività, determinando forti divari economici all’interno di ciascun Paese. Chi lavora duramente ma non occupa posizioni di potere economico o politico, non trae alcun beneficio dalla crescita globale. La quota di reddito attribuita al lavoro è in calo rispetto alla remunerazione del capitale, cresce il divario tra salari e produttività e la disuguaglianza di reddito rallenta la crescita generale, colpendo ulteriormente i meno abbienti e impedendo a milioni di persone di uscire dalla trappola della povertà. 

La povertà e la disuguaglianza non sono né inevitabili né casuali: sono piuttosto la conseguenza di precise scelte politiche. Una battuta d’arresto alla crisi della disuguaglianza può e deve essere impressa. La strategia non può che essere su più fronti. Dalle politiche salariali dei lavoratori, assicurando salari dignitosi e colmando divari retributivi, alle politiche per promuovere la parità economica di genere. Dalla promozione di una maggiore trasparenza delle lobby e di un più forte controllo del potere di influenza delle élites, a una riforma del sistema globale di Ricerca&Sviluppo e di determinazione dei prezzi dei medicinali, affinché tutti abbiano a disposizione prodotti adeguati a prezzi accessibili. Dalla rimodulazione in senso più progressivo dei sistemi fiscali per assicurare maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale, all’utilizzo della spesa pubblica per investimenti in servizi pubblici gratuiti e di qualità in ambito sanitario ed educativo, al fine di combattere la povertà e la disuguaglianza a livello nazionale.  

Da dove partire? 

Oxfam propone ai decisori politici in Italia e nel mondo di partire dal porre fine all’era dei paradisi fiscali,  ovvero a quella rete globale di giurisdizioni o territori – dalle Isole Cayman alle Bermuda, dal Delaware a Singapore fino alle ‘europee’ Lussemburgo, Svizzera, Olanda, Jersey, Cipro, Irlanda, solo per citarne alcuni – che garantiscono vantaggi fiscali per soggetti fisici o entità giuridiche non residenti anche in assenza di una significativa attività economica o forza lavoro impiegata, predisponendo aliquote effettive basse o nulle su alcune tipologie di reddito. 

Un sistema che, secondo recenti stime, permette di occultare 7.600 miliardi di dollari di ricchezza di privati individui (una somma equivalente ai tre quarti della ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2015) e che consente alle grandi multinazionali di trasferire profitti e alleggerire il proprio carico fiscale. Dichiarando nei paradisi del fisco – spesso in maniera del tutto lecita, seppur in contrasto con lo spirito delle normative fiscali – profitti realizzati altrove, le multinazionali erodono le basi imponibili nei Paesi in cui operano, causando ammanchi di entrate erariali considerevoli. Una stima conservativa dell’elusione fiscale delle grandi corporation arriva fino a 240 miliardi di dollari all’anno di tasse non corrisposte agli Stati.

Il danno che ne deriva è per tutta la collettività. Gli Stati hanno bisogno di risorse stabili e prevedibili per erogare servizi pubblici di qualità accessibili a tutti: istruzione, sanità, trasporto pubblico… 

Un’azione di contrasto agli abusi fiscali non si fonda solo su ragioni etiche, ma anche su ragioni economiche e politiche. Una società sempre più iniqua, è una società in cui la disuguaglianza corrompe la politica, alimenta la violenza, mina le fondamenta per una crescita sostenibile e inclusiva.

Basta paradisi fiscali

Oltre 150.000 persone hanno già aderito alla petizione lanciata da Oxfam “Basta con i paradisi fiscali”. In Italia la petizione indirizzata al premier Renzi chiede misure specifiche raggiungibili se c’è la volontà politica di portarle avanti a livello nazionale e nei contesti europeo e internazionale in cui l’Italia può fare la sua parte. Dalla richiesta di abbandonare su scala nazionale incentivi e pratiche fiscali dannose ponendo fine all’agguerrita concorrenza fiscale fra Paesi, all’introduzione dell’obbligo di rendicontazione pubblica, Paese per Paese, per tutte le multinazionali così da conoscere quanto versano in imposte nei diversi Paesi in cui operano; dalla creazione di registri pubblici dei proprietari effettivi delle aziende per impedire i trasferimenti in forma anonima dei proventi dell’evasione ed elusione fiscale all’introduzione a livello europeo di un modello vincolante di tassazione unitaria delle multinazionali (con i profitti europei distribuiti equamente fra i diversi Paesi interessati) per far pagare le tasse alle multinazionali operanti nell’UE laddove conducono realmente la loro attività economica. Un primo passo di Sfida l’Ingiustizia – la nuova Campagna di Oxfam per costruire un sistema economico e politico più equo per ciascuno di noi. 

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