DEBITO

Passi indietro sulla pelle dei poveri

Una buona legge sul debito estero. Che non piace a questo governo, che cerca in tutti i modi di affossarla. Ma il problema riguarda tutti i Paesi.
Gino Barsella

Nel 2000 il parlamento italiano, all'unanimità, ha approvato la legge 209 per la cancellazione della totalità del debito estero dei Paesi più impoveriti. L'approvazione fu ottenuta con tale consenso grazie alla spinta di un grande movimento della società civile italiana, nella quale la Campagna Sdebitarsi ha giocato un ruolo rilevante. Si era nel contesto del Giubileo, con tutto quello che ciò ha comportato in termini di comunicazione e mobilitazione. In realtà, solo in Italia si ebbe una svolta così decisa. Nel contesto internazionale poco è successo, e la questione del debito rimane praticamente irrisolta. Per rilanciarla, Jubilee Usa ha lanciato, per il 16 di maggio, una Giornata mondiale del debito.

La legge 209
La legge 209 è importante perché va nella giusta direzione: riportare la priorità sulla persona umana e sui suoi bisogni-diritti fondamentali piuttosto che sul profitto, come invece richiederebbe il sistema neoliberista che comanda questa (c) Olympia globalizzazione. In questo senso non chiede solo la cancellazione di debiti che non possono essere ripagati – se non a scapito della vita dei più deboli –, o in pratica già ripagati se non addirittura ingiustamente pretesi. Chiede soprattutto rapporti nuovi di trasparenza e cooperazione con governi e società civile, perché eventuali fondi liberati o messi a disposizione possano essere davvero impiegati in progetti di lotta alla povertà e sviluppo per superare il rischio di una nuova spirale debitoria.
E chiede al Governo italiano di attivarsi presso l'Assemblea generale dell'Onu perché richieda un parere consultivo alla Corte internazionale di giustizia per chiarire il quadro giuridico nel quale va collocato il debito. Infatti, il debito va a incidere su una serie di diritti umani e internazionali: è un problema di giustizia, innanzitutto.
La 209 è quindi un granello che disturba l'ingranaggio: non piace né a questo governo né agli altri Paesi ricchi e industrializzati, il “club” dei creditori (dal G8 ai Club di Parigi e Londra, assieme all'FMI alla BM).
Per questo, nel contesto della legge finanziaria per il 2003, il governo Berlusconi ha invano tentato di vanificarla riportandola nell'alveo delle “esigenze della finanza pubblica italiana”. Comunque, l'attuale applicazione della 209 è ridotta al minimo, in perfetta sintonia con gli altri creditori, come se il Giubileo italiano non fosse mai successo. Secondo il Ministero dell'Economia, fino a oggi l'importo complessivo cancellato è di circa 1.744 milioni di euro in valore nominale, una cifra ancora ben lontana dall'obiettivo originario di 6.000 milioni di euro da cancellare in tre anni.
Mozambico (31,96%) e Repubblica Democratica del Congo (20,97%), coprono da soli più della metà dell'intero importo cancellato. Restano due Paesi Hipc (iniziativa della BM e del FMI per i Paesi poveri altamente indebitati) con crediti consistenti verso il nostro Paese, Somalia e Sudan, a non aver iniziato il percorso che porta alla cancellazione. Data la loro situazione interna che ne rende improbabile la qualificazione in tempi brevi, sarà difficile che si arrivi a trattare il loro debito.
Il lavoro di cancellazione si è concentrato in maniera “ortodossa” sui Paesi Hipc – sistema che, come dichiarato anche da BM e FMI, ha completamente fallito il suo scopo di rendere sostenibile il debito di questi Paesi. Abbiamo così evitato la sfida di andare oltre l'Hipc per affrontare il vero problema del debito, che non riguarda solo i Paesi meno fortunati: una questione di giustizia, e non semplicemente di economia e di solidarietà.

Il nodo cooperazione
L'impegno anche finanziario per la cooperazione è in continuo calo (anche nell'ultima finanziaria ci allontaniamo sempre più dallo 0,7% del Pil richiesto all'Onu per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio): oltre la cancellazione, quindi, il rischio di ritorno nella spirale del debito è più che un'eventualità o una fatalità. Su rapporti nuovi, diversi, più paritari e trasparenti, con il Sud del mondo e con l'Africa in particolare non c'è progresso. Siamo e restiamo diligentemente “nel mucchio” (paternalismo, neocolonialismo, protezionismo, sfruttamento della questione per promuovere la nostra immagine).
Infine, il nostro governo non vuole impegnarsi per il parere sul debito alla Corte Internazionale di Giustizia come richiesto, in termini di legge, dalla 209. Funzionari del ministero hanno detto che si è tentato qualcosa ma è stato bloccato dagli alleati. Secondo loro, non si può toccare la questione della legalità riguardo al debito, che viene meglio affrontato come questione politica. Guardando avanti, quali suggerimenti ci vengono dalla questione del debito dei Paesi più impoveriti per una politica estera più giusta?
Il programma Hipc – basato su un progetto di risoluzione della crisi debitoria che considera come prioritaria la sostenibilità del debito e che vede solo la responsabilità del debitore mentre il creditore è il giudice inappellabile – è fallito. Ci vuole comunque un maggiore impegno per la cooperazione allo sviluppo – però questa deve cambiare nei metodi, negli atteggiamenti e negli obiettivi. Ma, con tutto il rispetto per economisti, burocrati e “benefattori”, il problema è un altro: la giustizia e la legalità. Un pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia costituirebbe un passo avanti per le ragioni dei debitori – per questo i creditori, con gli Usa in testa, hanno frenato qualunque tentativo già fatto. Il passaggio sul terreno giuridico internazionale consentirebbe di evidenziare numerosi nessi normativi finora assenti dalla prassi. Le istituzioni finanziarie internazionali sarebbero tenute ad applicarli: verrebbe in tal modo avviato a soluzione positiva lo storico scollamento fra tali istituzioni e i fini dell'Onu, in particolare riguardo i diritti umani.
Nel contesto di una riforma dell'Onu, si deve prevedere l'istituzione di una o più Corti di arbitrato, dove problemi di contenzioso sul debito internazionale possono essere affrontati e risolti in sede neutrale e trasparente e con la partecipazione della società civile. Il primo problema da affrontare – in un contesto di arbitrato e non meramente politico – è quello del debito illegittimo e odioso, riportato al centro dell'agenda internazionale proprio dall'amministrazione Bush riguardo all'Iraq. Debiti odiosi – perché accumulati da dittatori e governi illegittimi, magari appoggiati da forze straniere di occupazione, utilizzati per i propri interessi e per quelli di chi fa affari con loro, per acquistare armi e strumenti di repressione – e che non hanno portato benefici al popolo: non devono essere pagati dal popolo. E questo non solo nel caso dei Paesi in Via di Sviluppo, ma anche in quello di Paesi a medio reddito (vedi l'Argentina), che proprio a causa di questo rischiano di andare ad allargare la massa dei miserabili, una necessità se la parte ricca del pianeta vuole mantenersi sempre tale.

Se il Sud si muove
Come Occidente dobbiamo poi avere il coraggio di rileggere la storia degli ultimi 500 anni: per il Sud del mondo, e in particolare per l'Africa, hanno significato colonizzazione e schiavitù. Questa storia è la causa del nostro benessere attuale,

I produttori di armi mandano a dire...
In particolare, la nostra attenzione è rivolta ai Paesi in conflitto, affinché rinuncino alla violenza. Quando ciò si verificherà, confermiamo che intensificheremo i nostri sforzi per aiutarli ad adottare le misure necessarie per beneficiare della riduzione del debito. Ribadiamo che l’iniziativa HIPC, in congiunzione con le riforme interne volte ad assicurare solide politiche nazionali e un comportamento responsabile da parte dei donatori, è finalizzata a risolvere in maniera duratura il problema dell’indebitamento insostenibile.

Dal comunicato finale dei G8 – Genova, 22 Luglio 2001
del divario Nord-Sud, di gran parte dei problemi globali attuali e della perpetuazione di strutture ingiuste che confermano lo status quo a nostro esclusivo vantaggio. Gli Africani ci chiedono risarcimento. Una tale assunzione di responsabilità è fondamentale per aprire un dialogo e un processo di riconciliazione globale senza il quale i problemi che viviamo oggi – o che ci prospetta in maniera funzionale chi detiene le leve del potere globale – non hanno soluzione.
Ma ancor più, e come Cancun insegna, è l'ora che i leader e i governi dei Paesi più poveri e indebitati si mettano insieme e decidano di non pagare più. Solo così potranno ottenere qualcosa, da un giusto sistema di arbitrato a una Conferenza internazionale che affronti, in maniera globale e legale, la questione ormai annosa del debito, da quello “storico” ed “ecologico” che il ricco Occidente ha maturato nei confronti di un Sud “creditore”, a quelli “attuali” che bloccano ogni sviluppo e crescita di troppi Paesi impoveriti. Su questo possiamo contribuire, anche solo come società civile, sostenendo appelli e processi che stanno maturando a livello internazionale. Infine, è importante tenere d'occhio ciò che si sta sviluppando a livello di alleanze internazionali a partire dal Sud del mondo e dall'Unione africana in particolare.
Cancun può essere l'inizio di un riposizionamento, a partire da Sud, dei rapporti internazionali. Dato il contesto geopolitico di scontro tra dominazioni imperialistiche Occidente-Oriente (Usa versus non solo il mondo arabo-islamico ma anche la Cina), l'Europa ha una parte cruciale da giocare che non può bucare riducendosi a un ruolo di “comprimario” a fianco degli Stati Uniti.
Un riequilibrio sano del contesto geopolitico globale passa per un'Europa unita, indipendente e forte del suo progresso tecnico alleata – o, direi, abbracciata attorno al Mediterraneo – col Medio Oriente e con l'Africa, forti delle loro risorse e di una ritrovata indipendenza. Questa alleanza non cadrebbe dal cielo, ma affonda le sue radici nella storia dell'umanità e può essere la base per un processo più condiviso di pace e sviluppo.

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