PAROLA A RISCHIO

All’alba della tua Pasqua

Nella coraggiosa confessione di fede nel Figlio di Davide e nel riconoscimento della miseria, pone radici la Pasqua di Bartimeo.
Tonio Dell’Olio

Marco 10, 48: Ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.

Gridare più forte, ecco cosa si deve fare. Gridare più forte anche se non sempre (quasi mai) questo significherà alzare la voce. D’altra parte quello che Bartimeo vuole non è certo di disturbare, prevaricare o sopraffare come avviene nei dibattiti dei salotti televisivi. Il grido qui si trasforma in preghiera perché la voce possa raggiungere l’Eterno, là dove non conta il potere (o il volume!) di chi urla, quanto la sincerità di cuore, la povertà che svuota le mani per allargare gli spazi del cuore. Conta la voce di chi riconosce in quel viandante il “Figlio di Davide”. Gesù che passa per le strade della Palestina può suscitare il fascino del personaggio del momento o incuriosire la fantasia di qualcuno, poteva arrovellare le elaborazioni delle scuole rabbiniche pronte alla radiografia teologica, poteva persino trasportare emotivamente a un’adesione momentanea… ma per Bartimeo no.
Per Bartimeo il nazareno è il Figlio di Davide, ha potere di salvare, di schiodare gli altri dalla croce e di indicare la via per il cielo. Riconoscere il Figlio di Davide è fiutare presenza di Messia, fare un salto in avanti senza punto d’appoggio e di caduta, compromettersi senza via d’uscita. Da questo punto di vista forse Bartimeo è l’unico a vederci e a vederci chiaro in quella folla che circonda e stringe il passaggio di Gesù. A chiamare Gesù Figlio di Davide, nei Vangeli sono soltanto i poveri che chiedono un segno e i bambini che osannano. E che questo appellativo fosse rischioso e creasse qualche scandalo lo testimonia il rimprovero che i saggi dell’epoca rivolgono a Gesù: “Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì. Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide”, si sdegnarono e gli dissero: “Non senti quello che dicono?” (Mt 20, 14-16 e paralleli).
Anzi gli stessi farisei avevano la certezza che quel riferimento fosse esplicitamente messianico: “Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: ‘Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio? ‘. Gli risposero: ‘Di Davide’” (Mt 22, 41-42). Questo cieco che siede lungo la strada fa una professione di fede ardita, al limite dell’eresia. La sua espressione non è frutto di studi teologici rigorosi e non aderisce ad una scuola che parteggia per Gesù: Bartimeo intuisce, si lascia ispirare, si lascia investire dal dono e grida e prega e confessa… ed è già felice dell’incontro riconoscendosi umilmente peccatore.

Il coraggio di chiedere pietà
Quell’invocazione: “Abbi pietà di me!” è fiorita sulle labbra di milioni di credenti dopo di lui. È la stessa che mille e mille rappresentanti di religioni differenti avrebbero adottato coscienti della superiorità assoluta di Dio e della sua signoria sulla storia e sugli umani. Le parole di supplica con cui Bartimeo si rivolge a Gesù sono cariche di sapienza antica. Esse stanno esattamente agli antipodi (c) Fabio Corazzina/Archivio Mosaico di pace dell’arroganza e della saccenza con cui i ricchi si rapportano alla vita. Siano ricchi di beni o di sapere, di salute o di potere… difficilmente chiederanno pietà per sé. Sono troppo pieni di sé per far spazio e dar credito all’Altissimo, per riconoscerlo all’opera nel mondo e nella propria vita.
Alla cattedra di Bartimeo che grida più forte di quelli che vogliono farlo tacere sono molti gli insegnamenti che apprendiamo. Il coraggio che sconfigge certe nostre incertezze nel riconoscere il Cristo come Signore della storia, unico Signore della nostra storia è una lezione che possiamo imparare soltanto dai poveri, dagli anawim come li chiama la Scrittura. Don Tonino Bello s’era imbattuto un giorno in una povera mamma che abitava in una baracca di un quartiere misero alla periferia di Buenos Aires e, tra le altre cose scorse un piccolo libro del Vangelo sul tavolo della cucina. Se ne compiacque con la signora che le rispose: “Nuestra sola esperanza por nuestra pobreza”, l’unica speranza per la nostra povertà. A questa fede che proviene dai bassifondi della storia siamo chiamati ad attingere se vogliamo riscoprire la gioia del credere e scorgere il passaggio del figlio di Davide lungo le nostre strade. Dopo tutto Gesù si presentava in tutto simile agli uomini, uno tra gli altri, scoprirne il volto è operazione che riesce solo a chi ha occhi attenti e voce pronta.

La croce del muro
E allora grazie ancora Bartimeo.
Quella preghiera che riconosce umilmente la tua condizione è la litania della storia degli ultimi. È eco ininterrotta di ogni tempo. È supplica che riconosce la misericordia prima che l’onnipotenza, la vicinanza di Dio prima del suo miracolo. Anzi diremmo che il miracolo è possibile solo se Dio si fa perdono, se scende nella nostra vita confondendosi con le nostre miserie. Nel Getzemani o sulla croce, anche le sue labbra arse di vita, assetate di compagnia, disposte a baci che non tradiscono, hanno pronunciato parole che invocavano misericordia, pietà. Quante lacrime la invocano ancora oggi, con quanto sangue e fatica si impasta quella impetrazione, in quante lingue è tradotto quel grido! Eppure anche per te, mio carissimo Bartimeo, quella supplica è posta all’alba di Pasqua e forse proprio per quella preghiera il selciato maledetto cui sei crocifisso, tra qualche istante fiorirà in resurrezione e ciò che la fede ti ha lasciato intuire con certezza finalmente potrai guardare e riconoscere faccia a faccia. Il tuo volto nel suo volto.
Mentre ti scrivo penso a quante sorelle e fratelli del tuo stesso popolo oggi elevano preghiere dal profondo di una miseria di cui nessuno sembra avere pietà. Sprofondati nel sangue di una violenza che sembra senza limite come il muro della paura e della vergogna che ora si erge a sancire diabolicamente questa frattura sanguinante di umanità. Strisciando lungo quella parete alta alta, ancora una volta mendicano dignità, invano dei sordi che non soccorrono, urlano una pietà che non commuove, supplicano senza ricevere compassione. Quel muro è una grande croce che sembra condannata a sostenere una crocifissione collettiva, di popolo. Un muro su cui sono crocifissi tanto le vittime quanto i carnefici. Il buio del venerdì santo sembra prolungarsi oltre le tre del pomeriggio e l’ombra estendersi a tutta la terra. Atroce sofferenza quella di chi, oltre al dolore visibile della guerra, ha da aggiungere quello di un grido spento e inascoltato. Che sia ancora radice di Pasqua, mattino non previsto, giorno radioso di luce e di arcobaleno. Avremo il coraggio di sostenere o accompagnare l’intercessione del Figlio di Davide con la nostra? Inter-cedere, stare in mezzo, frapporsi tra due parti o contendenti. Un muro di persone è molto meglio di un muro di cemento…armato. Un muro di persone inevitabilmente diventa un ponte: miracolo che apre gli occhi dell’inimicizia alla fraternità.
Alla pace.

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