ITALIA

Se la nonviolenza entra nel Palazzo...

Per la prima volta nel nostro Paese, un comitato di nomina istituzionale è stato varato per affrontare le tematiche della Difesa Popolare Nonviolenta. Che cosa potrà fare?
Antonino Drago

Sei anni fa è stata approvata dal Parlamento la riforma dell’Obiezione di Coscienza (legge 230/98) che prevede (art.8, comma 2) “l’istruzione e formazione degli obiettori di coscienza a una difesa civile non armata e nonviolenta” come compito dell’Ufficio Nazionale del Servizio Civile, organo indipendente dai militari, nato appositamente per applicare quella legge, assieme alla Consulta Nazionale degli Enti di Servizio Civile (in prosieguo SC).
Per due anni l’UNSC non ha avuto il finanziamento nemmeno per andare oltre la metà dell’anno finanziario. Poi, quando è stata approvata la legge che nel 2007 sospenderà (e non abolirà, perché sarebbe incostituzionale) tutta la leva (sia per i militari sia per gli obiettori), allora è arrivato un finanziamento consistente (16 milioni di euro), pur sempre inadeguato al numero di obiettori. Parte di questo Archivio Mosaico di pace finanziamento (3 milioni di euro) sono per la formazione degli obiettori anche alla DPN (Difesa Popolare Nonviolenta).
Ma per ora il finanziamento va direttamente all’Ente di SC, senza una formazione nazionale, l’unica che permetterebbe di trattare problemi generali come la formazione alla DPN. Inoltre 200mila euro sono specificamente per la DPN (“Ricerca e sperimentazione di nuove forme di difesa non armata e nonviolenta”); la cifra è grande rispetto alle attività volontaristiche che le associazioni nonviolente hanno finora svolto sulla DPN, ma è piccola rispetto al bilancio complessivo ed è misera per uno Stato che vuole iniziare un’avventura di grande portata politica.

Da dove partire
Solo il 12 novembre scorso l’UNSC ha annunciato che il comitato di consulenza per la DPN era stato formato e che il decreto sarebbe stato firmato nei mesi immediatamente successivi. Non è stata data nessuna giustificazione delle nomine e nella Consulta non c’è stato dibattito. Il decreto è stato emanato il 18 febbraio.
Occorre ricordare che la DPN ha oggi tre punti fermi giuridici: l’Agenda per la Pace di Butros Ghali, dove è compreso il peacekeeping civile; le sentenze della nostra Corte Costituzionale sull’equivalenza della difesa della patria con e senza le armi; le leggi 60/92 sull’intervento di pace all’estero, 230/98 sulla riforma della obiezione di coscienza (con la formazione e sperimentazione della DPN), 64/01 sul servizio civile, che tra i suoi fini include la difesa della patria (ovviamente senza armi). Tutto ciò non viene stravolto dalle nomine, sembra piuttosto essere accolto.
In definitiva, questo elenco limita, ma non troppo, le potenzialità della Commissione per svolgere un buon lavoro per la DPN. Ci si poteva aspettare di molto peggio, visto il contesto in cui ci muoviamo. C’è un governo Berlusconi, che nel frattempo sta militarizzando i Vigili del Fuoco (che cercano di resistere con forza alla prospettiva di tornare ad essere come ai tempi di Mussolini). C’è una sinistra italiana ed europea che si è impegnata nella corsa agli armamenti con gli USA, per ricreare un bipolarismo militare invece di spingere tutti al disarmo e alla difesa solo difensiva secondo la grande esperienza del 1989. Ci sono associazioni per la pace e la nonviolenza che oggi sono disattente verso la costruzione in Italia della prima esperienza istituzionale di DPN nel mondo. C’è una scarsa incidenza delle leggi regionali per la pace e degli enti locali in genere sul tema difesa alternativa. C’è una debole esperienza universitaria dei corsi di laurea per la pace (Pisa e Firenze).

Molto lavoro da fare
Il risultato conseguito con il Comitato DPN, dunque, è di grande importanza politica. Tutto lo sforzo popolare per proporre la pace con altri mezzi che la guerra, oggi ha una espressione giuridica e istituzionale (sia pure del tutto iniziale), con una sua dotazione finanziaria pubblica. Inoltre per la prima volta nel mondo, una legge parla di nonviolenza e istituisce la massima istituzione della nonviolenza, la DPN, come istituzione pubblica, dello Stato. Ora il Capo dello Stato è anche il Capo supremo delle forze non armate. Il sogno dei nonviolenti degli anni ‘80, una prima istituzione pubblica nonviolenta, in particolare di difesa alternativa, si è realizzato.
Che cosa deve fare il Comitato DPN? Due compiti istituzionali sicuri. Dovrà essere il Comitato DPN a dire come impiegare quella somma che è stata specificamente stanziata. Il Comitato DPN inoltre potrà entrare nel merito della formazione alla DPN degli obiettori di coscienza e dei serviziocivilisti.
Più in generale, si può pensare di utilizzare il Comitato per dare l’impulso al radicamento sociale alla DPN. A tal riguardo sono tante le iniziative possibili: istituire un lavoro di ricerca sulla DPN finanziato pubblicamente; indirizzare e controllare la attuazione della DPN nella pratica del servizio civile; collaborare alla nuova istituzione della protezione civile; collegarsi con i Corpi professionali difensivi (dai vigili urbani ai vigili del fuoco); studiare con il Ministero della Difesa i collegamenti tra DPN e difesa nazionale; collegare gli enti locali. e le Regioni sui temi della DPN; collegare i 13 corsi su pace e sviluppo delle Università sui temi della DPN; collegare le ONG di cooperazione internazionale sul tema; cercare di regolamentare le ormai numerose scuole post-laurea di peacekeeping e di regolare la partecipazione dell’Italia alle missioni ONU; dare un sostegno e un indirizzo agli interventi di interposizione all’estero; iniziare una lotta nonviolenta alle mafie; promuovere iniziative per le associazioni per la pace e la nonviolenza per indirizzarle alla DPN.

I primi passi
Per uscire dai sogni delle infinite possibilità che sempre si vedono all’inizio di qualche novità, occorrerà stabilire una saggia strategia politica. Questa strategia, essendo del tutto nuova e iniziale nel mondo, vincolata alle circostanze storiche e sociali, dovrà essere sperimentale e cauta.

Un comitato per la Difesa Popolare Nonviolenta
Ecco l’elenco dei componenti il comitato di consulenza per la DPN, nominato nei mesi scorsi presso l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile:
Biagio Abrate, Maggior Generale Ministero della Difesa; Marta di Gennaro, Dipartimento della Protezione Civile; Paolo La Rosa, Ammiraglio di Squadra – Ministero della Difesa; Giovanni Ricatti, Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile – Ministero dell’Interno; Maria Antonietta Tilia, Dirigente Ufficio nazionale per il servizio civile; Paolo Bandiera, Associazione Italiana Sclerosi Multipla; Giorgio Bonini, Presidente Crescer Emilia Romagna e Presidente Centro servizi volontariato di Modena; P. Angelo Cavagna, Gavci, movimenti nonviolenti; Pierluigi Consorti, Professore Università di Pisa, Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace; Diego Cipriani, Consulente Ufficio nazionale per il servizio civile; Antonino Drago, Professore universitario, esperto in materia di difesa popolare nonviolenta; Sergio Giusti, Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze; Giovanni Grandi, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII; Roberto Minervino, Lega Obiettori di Coscienza; Rodolfo Venditti, Magistrato di Cassazione e professore incaricato di diritto e procedura penale militare Università di Torino.
Un contributo è stato dato dall’assemblea degli obiettori alle spese militari, riuniti a Bologna il 7-8 febbraio 2004, che ha chiesto, come “obiettivi minimi” per questo primo anno di attività del Comitato DPN, una serie di iniziative.
Innanzi tutto, un convegno su donne nonviolente nella resistenza, per recuperare memoria storica, metodi e strategie già utilizzate nel reagire nonviolentemente alla guerra, da un movimento di resistenza che ha poi fondato la democrazia italiana e che possono essere attualizzate e riproposte nella odierna sperimentazione di DPN, a partire dal servizio civile femminile.
Poi, un seminario nazionale che, attraverso il resoconto delle esperienze di interposizione in atto, ne metta in luce metodologie e prassi, affinché siano il punto di partenza per definire un modello istituzionale di intervento in zone di conflitto (attraverso volontari in servizio civile, ma non solo...).
Terza proposta, un manuale per la formazione di tutti gli obiettori e i volontari coinvolti in interventi di DPN all’estero, da considerare modello teorico per la definizione di percorsi di formazione che si avvalgano di docenti e prassi già consolidate nei corsi di laurea sulla pace delle Università di Firenze e Pisa. Inoltre, un’indagine conoscitiva, da affidare ai corsi di laurea sulla pace nati negli ultimi anni, delle missioni ONU compiute da civili italiani e delle attività formative post laurea sul peacekeeping civile realizzate in atenei e istituti superiori italiani.
Infine, l’Assemblea ha chiesto che l’ulteriore riconoscimento istituzionale giunto con la formazione del Comitato DPN sia l’occasione per riproporre al Presidente della Repubblica un suo intervento per riconoscere l’obiezione fiscale, nella forma di detrazione o deduzione dalle tasse di una quota che potrà versarsi sul fondo nazionale UNSC.

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Docente di Storia della Fisica Università di Napoli

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