ARMI

Il peccato originale del nucleare

Lo disse Robert Oppenheimer. Lo confermò tragicamente la storia. E oggi il nucleare continua ad essere una devastante minaccia per l’umanità.
Angelo Baracca

Interrogarsi sulla data di nascita dell’era nucleare ci porta subito al cuore del problema. Dopo la scoperta della fissione nucleare e della reazione a catena, il 12 dicembre 1942 entrò in funzione la “pila di Fermi”, il primo reattore nucleare della storia, che realizzava la reazione a catena controllata nell’uranio; il 16 luglio 1945 esplose la prima bomba nucleare a fissione sperimentale nel deserto di Alamogordo, e circa tre settimane più tardi vennero sganciati i tremendi ordigni su Hiroshima e Nagasaki. Il fatto è, però, che la “pila di Fermi” non produsse mai un solo chilowattora di energia, semplicemente perché non era stata progettata per questo, ma era parte integrante del “Progetto Manhattan”, come una delle vie per realizzare la “bomba atomica”, producendo Plutonio nel reattore (cfr Scheda p. 12). Infatti le due bombe sganciate sul Giappone furono una all’uranio e l’altra al plutonio. Se dunque il nucleare fu inaugurato quasi silenziosamente dalla “pila di Fermi” in un oscuro sotterraneo dell’Università di Chicago, questa però fu solo la premessa per la vera “entrata in società”, il terribile “fungo nucleare” di due anni e mezzo dopo. Robert Oppenheimer, che dirigeva i fisici del “Progetto Manhattan”, disse appunto: “La fisica ha conosciuto il peccato!”.

L’equilibrio del terrore
Io credo che nessun psicologo o sociologo sia ancora giunto a una valutazione della profondità con cui l’“incubo nucleare” ha turbato le coscienze dell’umanità, ha generato incubi collettivi, ha inciso sulle reazioni e i comportamenti nell’ultimo mezzo secolo: il pericolo che il mondo possa caderci addosso da un momento all’altro deve necessariamente essere rimosso dal livello cosciente, ma non può mancare di esasperare i livelli più profondi. Gli insensati arsenali distruttivi messi a punto dai due blocchi contrapposti, nella folle logica dell’“equilibrio del terrore”, nei decenni della Guerra Fredda ci hanno risparmiato l’olocausto nucleare (anche se la tempesta di fuoco sul Giappone, già prostrato e in procinto della resa incondizionata, aveva costituito un macabro avvertimento all’Urss!). La coscienza collettiva sembra tranquillizzarsi proprio oggi, quando il ricorso effettivo alle armi nucleari sembra farsi più concreto.
Per circa un decennio dopo la fine della guerra si costruirono, in entrambi i blocchi, unicamente reattori militari e armi nucleari, sviluppando vettori sempre più potenti e precisi. Prima dell’era dei missili balistici intercontinentali pronti al lancio “su allarme” (launch on warning) dal sistema di satelliti (Washington mantiene tuttora più di mille testate in stato di allarme puntate su obiettivi Archivio Mosaico di pace strategici in Russia), gli Stati Uniti mantenevano uno stormo di bombardieri strategici costantemente in volo su 24 ore: dovrebbe far parte integrale dei programmi scolastici la visione del capolavoro di Kubrik, Il Dottor Stranamore che, con una magistrale miscela di umorismo sarcastico e di macabro realismo, conserva tutta la sua attualità, anche per quanto riguarda il rischio di scatenare la fine del mondo per errore (oggi più attuale, con l’irrimediabile deterioramento del sistema satellitare russo).
Fu solo verso il 1953 che gli Stati Uniti lanciarono il programma chiamato “L’Atomo per la Pace”, destinato a disseminare il mondo di reattori nucleari per la produzione di energia elettrica. Ma non ci si faccia ingannare. Da un lato l’obiettivo era di ammortizzare e mettere a profitto gli enormi investimenti fatti nella costruzione dell’arsenale nucleare. Dall’altro gli USA creavano un’ulteriore fitta rete di dipendenza degli altri Paesi dalla propria tecnologia. A parte l’inscindibile legame con la corrispondente tecnologia militare (confermato dall’offensiva che lanciavano contemporaneamente nei confronti di molti Paesi con la promessa di dotarli di armi nucleari), ne derivava un’ulteriore “eredità”, giacché i reattori commerciali, che le grandi imprese avevano realizzato, sfruttavano la ricerca sviluppata per i reattori nucleari realizzati dalla Marina Militare per la propulsione navale: questo atto di nascita della tecnologia nucleare “civile” ha lasciato anch’essa un’impronta, giacché i requisiti di sicurezza dei reattori militari erano lungi dal soddisfare quelli per reattori “civili”, che avrebbero necessitato una ricerca e una messa a punto specifiche.

Tecnologia avanzata?
Ne è derivata una tecnologia che – lungi dall’essere “avanzata”, come spesso la si considera – è invece “complessa”, e infatti si è dimostrata insicura. Se i programmi di Washington fossero andati a buon fine, oggi dovrebbero esserci nel mondo parecchie migliaia di reattori nucleari, mentre siamo fermi a circa 440, e solo una quarantina sono in costruzione: dopo il drammatico incidente al reattore di Three Mile Island, ad Harrisburgh, nel 1979, che solo per un miracolo sembra non avere avuto ricadute sulla popolazione (il condizionale è d’obbligo, anche se le voci che denunciano la copertura di gravi conseguenze sanitarie vengono zittite dietro un paravento di dati “ufficiali” rassicuranti), negli Stati Uniti si è

Reattori e bombe nucleari (a fissione)
L’Uranio (U) naturale è composto di due isotopi (nuclei con lo stesso numero di protoni, 92 per l’U, ma numeri diversi di neutroni): l’isotopo fissile è l’Uranio235, che è appena lo 0,7 %, mentre il 99,3 % è praticamente tutto U238. Quando l’U-235 assorbe un neutrone, si spezza in due nuclei più leggeri instabili (radioattivi), liberando una quantità di energia enormemente più grande di quella emessa nei processi atomici, ed emettendo 2-3 neutroni: questi ultimi possono spezzare altri nuclei di U-235, generando una reazione a catena, a seconda della quantità e della geometria dell’U.
Le bombe nucleari si basano sull’innesco della reazione a catena incontrollata, che libera istantaneamente questa mostruosa energia. Nei reattori nucleari invece la reazione a catena viene controllata, mediante sostanze che assorbono i neutroni, in modo che l’energia venga liberata gradualmente. In entrambi i dispositivi l’U deve venire arricchito di U-235: ma per le bombe l’arricchimento deve essere molto alto (U militare), mentre per i reattori è minore (vi sono anche reattori a U naturale, come il canadese CANDU). I processi di arricchimento dell’U furono inizialmente molto complessi (oggi vi sono tecniche relativamente più semplici, come la centrifugazione).
L’urgenza iniziale di costruire la bomba, per il timore che i nazisti potessero realizzarla per primi, portò a battere anche un’altra strada, che ha suggellato il legame indissolubile tra nucleare militare e civile. Infatti, anche l’U-238 assorbe neutroni, però a differenza dall’U-235 non si spezza, ma subisce alcune trasformazioni che generano un nucleo inesistente in natura, il Plutonio (Pu-239): questo presenta la proprietà analoga all’U235 di spezzarsi in due assorbendo un neutrone, emettendo oltre a energia più di un neutrone, per cui può dare luogo a una reazione a catena. Inoltre, se si riesce a produrre Pu in questo modo, è relativamente facile separarlo (a parte l’enorme tossicità, sia radioattiva che chimica) e non vi è bisogno di arricchimento. Come produrlo? Proprio, e unicamente, per questo Enrico Fermi realizzò nel 1942 la reazione a catena controllata, cioè il primo reattore nucleare, nel quale avvengono tanto la fissione dell’U-235 che la trasformazione dell’U-238 in Pu-239.
Ma da quanto detto risulta evidente che in tutti i reattori nucleari si ha produzione di Pu*. Questo fatto, insieme alle tecniche di arricchimento dell’U, stabilisce un legame ineliminabile tra nucleare militare e “civile”: di fatto, tutti i Paesi che si sono dotati di un armamento nucleare lo hanno fatto costruendo reattori nucleari (gli ultimi fino a oggi India e Pakistan). Questo rende estremamente delicato anche il trattamento del combustibile irradiato e delle scorie nucleari che produce: si tenga conto che una data quantità di Pu impiega ben 24.000 anni per ridursi alla metà.

* A rigore vi è una differenza tra il Pu prodotto dai reattori e il Pu “militare” (weapon grade): ma anche questo può
venire utilizzato. Così vi sono anche notevoli differenze tra i reattori nucleari militari e i reattori propriamente civili: i primi sono reattori a potenza zero (cioè che praticamente non producono energia), progettati per massimizzare la produzione di Pu; nei secondi invece si privilegia la produzione di energia, anche se non si può eliminare la produzione di Pu, che si trova nel combustibile nucleare irraggiato.

completamente arrestata la costruzione di nuove centrali nucleari (ben prima quindi dell’incidente di Chernobyl del 1986), e solo oggi Bush sembra intenzionato a riattivarla (ma si badi, i soggetti economici sono le stesse multinazionali del petrolio, quelle che puntano sullo sfruttamento dei giacimenti dell’Alaska).
E si cominciò a favoleggiare di una nuova generazione di reattori, concepiti in modo tale da incorporare meccanismi di sicurezza intrinseca, capaci cioè di spegnere automaticamente la reazione nucleare indipendentemente da interventi umani (gli incidenti gravi dipendono dal fatto che, se si perde il controllo della reazione a catena, questa “diverge” producendo un eccesso di energia, che può portare alla fusione del nocciolo). Dimenticata l’emergenza, mentre si moltiplicano i progetti striscianti o le richieste pretestuose (come per i black out dello scorso autunno, che nulla avevano a che fare con la scarsità di energia elettrica, ma con carenze strutturali e gestionali che renderebbero tanto più pericoloso il nucleare) di ripresa della produzione elettronucleare, non sembra molto chiaro quanto realmente proceda la realizzazione di reattori veramente innovativi (si stanno collaudando reattori “avanzati” di terza generazione, che sono modifiche di quelli attuali, mentre una quarta generazione è a livello di progetto) e su quali reattori dovrebbero basarsi i progetti correnti.
Una delle giustificazioni che spesso vengono proposte è che la Francia non ha affatto arrestato la costruzione di centrali nucleari, ma ne ha realizzato una settantina e produce per questa via l’80% della propria energia elettrica, e ne avanza abbastanza da venderla a noi a basso costo. È necessario ricordare che l’industria elettrica francese è statale, e lo stesso Stato gestisce naturalmente l’arsenale nucleare, con evidenti elasticità di bilancio ed economie di scala: mentre negli Usa l’industria elettrica è totalmente in mano ai privati, che ovviamente (pur facendo lauti affari con il militare) fanno tutt’altro calcolo della convenienza economica.

Il caso Italia
E in Italia? È il caso di ricordare che gli ambiziosi quanto farraginosi progetti italiani furono un clamoroso fallimento. Del quale portano interamente la responsabilità coloro che li avevano lanciati e li gestivano, e non certo il movimento anti-nucleare, che pure è stato forte e combattivo. Non vi fu un progetto razionale e organico, i reattori sperimentali costruiti negli anni ‘50 e ‘60 rispondevano a una logica baronale (un reattore, diverso, per ogni cattedra universitaria!), vi furono un paio di ambiziosi progetti nostrani miseramente falliti (ma nessuno ha pagato), e infine una sola centrale di grosse dimensioni, quella di Caorso, chiusa dopo il referendum popolare del 1987 che abrogava l’energia nucleare, quando si favoleggiava (un po’ tardi!) di un progetto unificato di 12 centrali. Da allora vi è stata una vera smobilitazione delle non disprezzabili competenze che comunque si erano accumulate nel nostro Paese (il che non ha impedito a qualche impresa di fare loschi affari, addirittura con Saddam Hussein!), senza salvaguardare neppure un presidio, come nucleo per un’eventuale ripresa, o per la gestione tutt’altro che semplice del post-nucleare (le conseguenze drammatiche si vedono già nell’incapacità, in primo luogo politica, di gestire in modo sicuro e trasparente le scorie radioattive, che costituiscono un pesante fardello di quei progetti disastrosi, che per un pugno di kilowattora ci hanno lasciato un’ingombrante e costosa eredità per decenni o secoli).
In queste condizioni la prospettiva di una ripresa del nucleare in Italia costituisce una pura follia, uno di quei progetti insensati e senza alcuna base, destinati probabilmente a rimanere una bolla di sapone, ma estremamente pericolosi se per qualche motivo dovessero concretarsi: e che sancirebbero l’assoluta subordinazione verso chi ci venderebbe questa tecnologia. E non meno allarmanti sono oscure manovre, di cui negli ambienti informati si colgono le voci, come la brillante trovata di costruire i nostri reattori in qualche Paese limitrofo!

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