FINANZA

E parte MancaIntesa

È la più grande banca italiana. In prima fila nell’export di armi e in progetti contestati. Al via una Campagna di pressione su Banca Intesa.
Andrea Baranes

Le imprese sono chiamate sempre più spesso a rispondere delle loro azioni non solo da un punto di vista economico. Devono rendere conto, infatti, anche delle conseguenze sociali e ambientali di queste azioni per ciò che concerne tutte le parti interessate, in primo luogo rispettando l’etica e i valori del contesto sociale in cui operano. Questo principio è valido anche e soprattutto per le banche che, in ragione del loro ruolo centrale nel permettere lo sviluppo dell’economia, possono avere un impatto enorme, sia positivamente che negativamente, sulla società e sull’ambiente. D’altra parte per le banche, più che per altre imprese, è essenziale ottenere la fiducia dei clienti e dei risparmiatori, in primo luogo assicurando a questi ultimi un rapporto fondato sulla correttezza e sulla trasparenza, ma in maniera altrettanto importante anche valutando gli impatti dei finanziamenti effettuati ed evitando di sostenere imprese e attività che siano in contrasto con i principi morali degli stessi clienti, e più in generale dei cittadini. Proprio dalle pagine di questo giornale è partita qualche anno fa la Campagna “Banche armate”, che chiedeva agli istituti di credito di uscire dal commercio e dal finanziamento delle armi, come primo passo sulla strada di una maggiore responsabilità.

I fatti contestati
In qualità di primo gruppo bancario italiano, Banca Intesa dovrebbe non solo rispettare queste elementari norme morali, ma anche dare l’esempio alle altre banche del nostro Paese. Purtroppo la realtà dei fatti è ben diversa. Questa banca risulta tra quelle maggiormente coinvolte nel finanziamento dell’industria delle armi. Non solo nel 2002 è risultata la banca che ha effettuato il maggior numero di operazioni di esportazione di materiale di armamento, ben 170 sulle 583 totali, ma queste operazioni hanno riguardato anche Paesi tra di loro in conflitto come India e Pakistan o Cina e Taiwan, Paesi accusati di gravi violazioni dei diritti umani, come Turchia o Israele, Paesi poverissimi come il Bangladesh, le Filippine o l’Ecuador, o Paesi appena usciti da guerre devastanti come il Kosovo.
Sempre Banca Intesa, negli ultimi anni, ha finanziato alcuni dei progetti più duramente criticati per le loro conseguenze sociali e ambientali, in particolare la costruzione di alcuni enormi oleodotti. Tra gli altri il gasdotto di Camisea e l’oleodotto de Crudos Pesados (OCP) che attraversano alcune delle zone più delicate della foresta Amazzonica di Perù ed Ecuador, ma anche i 1.250 km dell’oleodotto “Blue Stream” attraverso Russia e Turchia, o gli oltre 1.000 km dell’oleodotto tra Chad e Camerun. Banca Intesa è anche attiva nel finanziamento di progetti petroliferi nel delta del Niger, in Nigeria, area funestata da diversi anni da conflitti etnici e militari.
Pochi giorni fa Banca Intesa ha deciso di finanziare la costruzione di quello che sarà il più lungo oleodotto del mondo, 1.760 km di tubi per portare un milione di barili di petrolio al giorno dal Mar Caspio fino al Mar Mediterraneo, attraversando

I Promotori
La Campagna “Manca Intesa” è promossa e sostenuta da: Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Rete di Lilliput, Pax Christi, Associazione Finanza Etica, Beati i costruttori di pace, ACEA, MAG2, Nigrizia, Missione Oggi, Attac Italia, Ass. Cult. Punto Rosso – FMA, Sdebitarsi, Manitese, Centro Khorakhane.
l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia. Sono enormi le preoccupazioni per le conseguenze della realizzazione di questo oleodotto, che potrebbe significare l’esproprio della terra per migliaia di contadini e che rischia di acuire ulteriormente l’instabilità di una regione martoriata nei soli anni ‘90 da ben nove conflitti armati. Georgia e Azerbaian hanno già chiesto agli Usa un aiuto per militarizzare il percorso, mentre la Turchia ha affidato la sicurezza dell’oleodotto alla Gendarmeria, una forza militare che si è macchiata di tali atrocità contro i curdi da portare il Consiglio d’Europa a chiederne le scioglimento poco più di un anno fa. Un progetto voluto soprattutto per portare una volta di più il petrolio nel ricco Occidente, sottraendo risorse e possibilità di sviluppo alle popolazioni locali.
Anche dal lato della trasparenza e della correttezza, Banca Intesa si trova attualmente nell’occhio del ciclone per il comportamento e le responsabilità sue e delle sue controllate, a partire da Nextra, nei recenti scandali finanziari di Cirio e Parmalat. Certo non migliora l’immagine della banca la presenza di controllate e uffici di rappresentanza in diversi “paradisi fiscali” del pianeta. Spicca in particolare la Intesa Bank Overseas Ltd, con sede nelle isole Cayman, dove risiede tra l’altro il consorzio di Compagnie petrolifere che sta realizzando l’oleodotto BTC e diverse società riconducibili alla Enron, alla Parmalat, e ad altre imprese.

Messaggi ambigui
Contemporaneamente, Banca Intesa si presenta al pubblico con una immagine ben diversa, come promotrice e sostenitrice di iniziative per la trasparenza bancaria come “patti chiari”, o di meritorie opere di beneficenza, come “la Fabbrica del Sorriso”. Proprio dal sito di quest’ultima possiamo leggere che: “Le persone di Banca Intesa hanno aderito con entusiasmo a questo progetto proprio perché esprime i valori in cui la banca si riconosce: una banca al servizio del Paese, impegnata a sostenere il progresso civile oltre che economico della società, con un forte senso di responsabilità nei confronti della comunità, una banca che vuole instaurare un rapporto di fiducia con i suoi clienti e con tutti i suoi interlocutori”.

Buoni propositi
Mentre andiamo in stampa, apprendiamo che Banca Intesa ha inviato una lettera alle organizzazioni promotrici della Campagna, in cui comunica la propria decisione “di non partecipare più al finanziamento delle operazioni di esportazione, importazione e transito di armi e di sistemi di arma, che rientrano nei casi previsti dalla legge 185/90”.
È questa la prima risposta alla Campagna “MancaIntesa” e alle sollecitazioni avanzate all’Istituto finanziario sia dai promotori che dai singoli cittadini e cittadine. In merito alla partecipazione al finanziamento dell'oleodotto BTC, Banca Intesa risponde che “nonostante la nostra quota nel finanziamento sia minoritaria, siamo tuttavia disposti a valutare nuovamente le compatibilità ambientali e umane, anche sulla base delle informazioni ulteriori che potrete fornirci voi o altre ONG. Banca Intesa ha dichiarato più volte che considera lo sviluppo sostenibile uno dei propri principi guida e intende perseguire con coerenza e con trasparenza questa linea”.
Speriamo non siano anche questi solo buoni propositi!
La lettera integrale di Banca Intesa può essere scaricata dal sito internet della Campagna: http://www.mancaintesa.org oppure dalla sezione Iniziative nostro sito.
Crediamo che questo “forte senso di responsabilità” dovrebbe in primo luogo portare a non finanziare progetti che violano i diritti umani, sociali e ambientali dei popoli e della società. Crediamo che questo significhi un comportamento radicalmente diverso da parte della più grande banca italiana. Per questo è nata la Campagna “MancaIntesa”, che raggruppa diverse organizzazioni della società civile. Per questo ci rivolgiamo direttamente a Banca Intesa, chiedendole, come primi passi, di: uscire dal commercio e dall’intermediazione nel settore delle armi; dotarsi degli strumenti adeguati per valutare gli impatti sociali e ambientali prima dell’erogazione di un finanziamento.
Banca Intesa deve impegnarsi ad adottare e applicare rigorose linee guida per la valutazione del rispetto dei diritti umani e dell’impatto sociale e ambientale dei finanziamenti effettuati e per garantire la trasparenza e l’accesso alle informazioni, riconoscendo il diritto delle comunità locali a esprimere un veto sulla realizzazione dei progetti;
- adottare una politica tesa a contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, terminando progressivamente il finanziamento di progetti basati sull’uso dei combustibili fossili e orientando il proprio sostegno a favore di progetti di efficienza energetica e di utilizzo di fonti rinnovabili;
- impegnarsi per la promozione e l’applicazione di linee guida vincolanti per una maggior trasparenza, responsabilità e correttezza nell’informazione al pubblico e in generale nella sua attività.

Cambiamenti possibili
Questi obiettivi sono tutt’altro che irraggiungibili se si pensa che la più grande banca privata del mondo, la statunitense Citigroup, ha adottato proprio poche settimane fa delle linee guida in campo ambientale decisamente avanzate. Come primo passo, se sei correntista di Banca Intesa o hai degli amici che lo sono, ti chiediamo di mandare una lettera alla banca. Al di là dell’obiettivo principale, che è quello di fare sì che la più grande banca italiana inizi a fare dei passi concreti sulla strada della sostenibilità e della responsabilità, crediamo sia essenziale informare le persone sui comportamenti di Banca Intesa, perché possano valutare e giudicare autonomamente.
Da qualche anno tutti parlano di trasparenza, di responsabilità sociale e ambientale, di sostenibilità, di rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. Con i nostri comportamenti e le nostre scelte possiamo e dobbiamo contribuire alla costruzione di una società in cui queste non siano solo dichiarazioni di facciata o da sbandierare nel corso di qualche iniziativa di beneficenza, ma la base stessa delle azioni delle imprese e delle banche in particolare, cominciando dall’utilizzo che queste fanno del nostro denaro.

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