CULTURA

La storia dei giusti

In ricordo di Nuto Revelli, scomparso a febbraio. La sua storia, intesa secondo la prospettiva degli ultimi.
Andrea Bigalli

Si sa che la storia si scrive con logiche diverse. Esiste anche un “altro” modo di scrivere criticamente i fatti: a partire da coloro che fanno la storia ma che non vedono mai riportata la loro testimonianza, riconosciuto il valore e il significato di quanto hanno vissuto. O vogliamo continuare a credere che chi detiene economico sociale politico è l’unico fattore degli eventi umani, capace per questo di generare storia? I primi giorni di febbraio scorso hanno visto Archivio Mosaico di pace la scomparsa di Nuto Revelli, un uomo che ha dedicato la sua vita a raccogliere elementi e a scrivere saggi di quest’altra storia, intesa secondo la prospettiva degli ultimi, dei sofferenti, degli esclusi. Lo ha fatto assumendo un contesto e un periodo, a partire dalle sue stesse coordinate di vita (era nato nel 1919, nel Cuneese), dalla sua stessa esperienza (fu ufficiale degli alpini in Russia e poi protagonista della Resistenza): l’Italia a cavallo tra le due guerre, con particolare riferimento alla seconda guerra mondiale. Ci presenta così la guerra dei comunque sconfitti, i poveri e i semplici, portatori però di una dignità incancellabile: ci parla dei contadini, dei soldati provenienti dai ceti più umili, delle donne, dei reduci, di quelli quasi sempre travolti da eventi che non sono in grado di controllare o evitare.
Qualche titolo: La guerra dei poveri, La strada del davai, Mai tardi, L’ultimo fronte, Il mondo dei vinti, Le due guerre (l’ultimo suo libro, del gennaio 2003).
In uno dei suoi ultimi libri, Il prete giusto, si raccoglie la memoria di don Raimondo Viale. L’infanzia contadina, gli anni del seminario, l’avvento del fascismo, gli anni dolorosissimi della guerra e quelli inquieti della contemporaneità… anni vissuti da uomo libero, avversario prima del totalitarismo fascista (fu vittima di un pestaggio e conobbe il confino per la sua contrarietà all’entrata in guerra dell’Italia), e poi critico verso l’ideologia comunista. E tutto trascorso nella fedeltà amorosa verso una Chiesa che però non comprende questo suo appassionarsi per la giustizia e lo emargina fino a sospenderlo a divinis. L’aiuto prestato agli esuli ebrei dalla Francia, anche per iniziativa di alcuni vescovi, gli consentì di salvarne moltissimi: gli sarà per questo riconosciuto il titolo di “Giusto di Israele”, ma di ciò appunto non parla in questo suo raccontarsi.
Qui predomina l’irruenza del dire la propria passione per ciò che dal Vangelo si traduce nella ricerca della giustizia, nella sollecitudine per coloro che soffrono: nella lucida constatazione che ciò non è compreso, è pagato nella sofferenza di sentirsi considerato un corpo estraneo da quella Chiesa pure servita con grande generosità. Le note finali di Nuto Revelli non chiariscono i motivi della sospensione di don Viale: il libro si chiude con una richiesta ben precisa alle gerarchie ecclesiastiche, quella di liberare da vincoli i materiali di archivio che lo riguardano, dopo la sua scomparsa nel 1984: «L’Autorità ecclesiastica ha l’obbligo di uscire allo scoperto con una riflessione onesta, sincera, sull’intero percorso di vita di don Viale, la “sospensione a divinis” inclusa. Solo così potrà riappropriarsi di questo uomo “giusto”».
Così concepiva lo scrivere storia Nuto Revelli: raccogliere come materia preziosa l’avventura di tutti quelli segnati dall’aggettivo “giusto, giusta”. «Il confronto tra una “fonte orale” e una “fonte scritta” può semplifica re o risolvere non pochi problemi, e in alcuni casi è d’obbligo. Ma questa regola risulta estranea al mio metodo di lavoro. Mi considero un cultore delle “fonti orali”, un manovale della ricerca, non uno storico… Dispongo di un’ampia documentazione d’archivio…ma la considero una “fonte” a sé, che non deve coinvolgermi, che non mi appartiene… Un giorno o l’altro l’immagine di don Viale assumerà tutta l’importanza che merita. Spetta agli storici il compito di far riemergere dal passato la figura e il ruolo svolto da questo “povero prete” irrequieto, mai succube del potere, sempre pronto a rischiare e a pagare di persona».
Una spina piantata nel fianco della storia: così il teologo Metz definiva il cristianesimo. Revelli è stato una spina piantata nel fianco di una storia talvolta pigra a considerare le ragioni di tutti coloro a cui ragione non è mai stata data, pur meritandola per la giustizia che hanno tentato di costruire, che meritavano per quanto hanno subito.

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